"Articolo 1" e la mistificazione sulle false denunce

Avevo giurato a me stesso di piantarla con l’analisi dei proclami di chi sostiene che le false accuse non esistano. I comunicati sono tanti, troppi, dozzinali, ottusi e ripetitivi, non vale la pena stargli dietro perché dovremmo scrivere ogni giorno, quattro volte al giorno, le stesse cose. Beh, ai tanti difetti che ho aggiungo una new entry: sono anche uno spergiuro. Il comunicato del Forum delle Donne di Articolo Uno merita due righe poi, ri-giuro, smetto. Tre passaggi della loro “puntualizzazione” lasciano capire in quale brodo ideologico si muova certa gente: 1) chi denuncia un reato deve essere sempre creduto, tanto più se si tratta di un reato che potrebbe mettere la persona offesa in grave pericolo e, in questa fattispecie, rientra anche lo stalking; 2) solo le fasi successive all’istruttoria servono per definire la gravità della situazione e la veridicità delle accuse; 3) è gravissimo minimizzare il fenomeno della violenza e dello stalking e ricondurlo ad atteggiamenti capricciosi, faziosi, ingannevoli, posizione che rappresenta una ipocrita dissimulazione dei fatti che sono, invece, evidenti nei dati e nelle statistiche.

Le amiche di Articolo Uno ce l’hanno ovviamente con l’avvocata Luciana Sergiacomi, sempre lei, che ha avuto la sfrontatezza di dire la verità salvo poi ridimensionare la portata delle proprie affermazioni dopo la bordata di accuse ricevute. Questa la frase incriminata: «Molto spesso ci sono delle donne che fanno delle denunce assolutamente infondate per cose che in realtà o non sono vere o non sono così gravi». Col senno di poi è facile comprendere l’allarme suscitato nell’universo del Vittimificio Srl da una donna, per di più presidente di Commissione Parità comunale, che osa andare controcorrente rispetto allo slogan femminista believe women, ogni donna che denuncia deve essere creduta. Veniva presentato in contemporanea, infatti, l’emendamento Valente ed altri (15.0.8/2) che intendeva trasformare lo slogan in legge, applicandolo al Diritto di Famiglia; dignità di prova alle violenze “segnalate o riferite”, testuale.

luciana sergiacomi
Luciana Sergiacomi

Guai a chiedere chiarimenti.

Da parte di una madre deve poter bastare una semplice dichiarazione, senza neanche prendersi il disturbo di formalizzarla in una denuncia, per tagliare fuori il padre dalla vita dei figli: affidamento condiviso cancellato e una bella capriola all’indietro verso l’affido esclusivo alle madri, tanto caro all’ipocrisia femminista. Va da sé che riconoscere il fenomeno delle false accuse entra in conflitto col postulato della parola femminile elevata al rango di prova, per cui il fronte negazionista delle false accuse si è dovuto impegnare parecchio per alzare una cortina fumogena sulle parole della Sergiacomi. Scandalo, indignazione, protesta… solidarietà non a chi dice la verità – ancorché scomoda – ma a chi inorridisce perché viene detto l’indicibile, viene rivelato ciò che deve rimanere nascosto.

«Chi denuncia un reato deve essere sempre creduto, tanto più se si tratta di un reato che potrebbe mettere la persona offesa in grave pericolo e, in questa fattispecie, rientra anche lo stalking», asseriscono le nostre amiche. Appunto, believe women. Si badi bene, non la formula inclusiva believe everybody, che comprende la credibilità di chiunque, ma lo slogan sottolinea un background dichiaratamente discriminatorio: l’adesione acritica è riservata esclusivamente alle dichiarazioni di soggetti femminili. E guai a chiedere chiarimenti, incombe l’accusa di rivittimizzazione o vittimizzazione secondaria.

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Chiamiamo le cose col proprio nome: le false accuse realizzano un disegno criminale.

O ancora: «solo le fasi successive all’istruttoria servono per definire la gravità della situazione e la veridicità delle accuse». Già, perché verificare? Una donna racconta la sua versione dicendo di essere vittima di violenza e devono scattare le sanzioni sia penali (misure cautelari) che civili (aggiramento dell’affido condiviso). Poi col tempo, piano piano, con calma, senza fretta, il sistema giudiziario andrà a verificare se c’erano in realtà i motivi per adottare le misure limitative che intanto hanno prodotto i loro effetti. La Santa Inquisizione era un filino più democratica. Si tratta di un concetto che da tempo definiamo come l’effettiva creazione di un ulteriore grado di giudizio incostituzionale, discriminatorio e contrario alle regole del giusto processo. Formalmente non è un giudizio, ma nella sostanza lo è eccome, dal momento che ne derivano misure limitative.

Infine: «riteniamo gravissimo minimizzare il fenomeno della violenza e dello stalking e ricondurlo ad atteggiamenti capricciosi, faziosi, ingannevoli, posizione che rappresenta una ipocrita dissimulazione dei fatti che sono, invece, evidenti nei dati e nelle statistiche». La solita strategia tanto cara a chi difende l’indifendibile: generalizzare, evitando accuratamente di entrare nel merito. La Sergiacomi non ha minimizzato il fenomeno dello stalking, ha riconosciuto anche la possibilità che alcune denunce siano false, infondate o gonfiate ad arte, quindi in realtà meno gravi di come vengono descritte. Ciò non è una diminutio del fenomeno nella sua interezza, non esclude che vi siano denunce fondate, gravi, urgenti da trattare… dice semplicemente che c’è anche altro, ed è esattamente questo che non si può dire. Inoltre la diminutio del fenomeno la fanno proprio le amiche di Articolo 1, ridimensionandolo ad “atteggiamenti capricciosi”. No ragazze, non si tratta di semplici capricci: chi costruisce un falso castello accusatorio lo fa per distruggere l’innocente ingiustamente accusato. Togliere di mezzo una persona tentando di farla sbattere in galera con accuse costruite a tavolino non può essere definito un capriccio. Chiamiamo le cose col proprio nome: è un disegno criminale.

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