Barbieland e Judenland (1)

Süss l’ebreo (Jud Süß) è un film di propaganda antisemita che uscì nella Germania nazista nel 1940. Riscosse un grosso successo in Germania e fu visto da oltre venti milioni di persone. Gli incassi di circa 6,5 milioni ripagarono ampiamente l’investimento iniziale per la produzione del film. Insomma, fu un successo al botteghino, come il film Barbie. Il pubblico e, in particolare, gli adolescenti sembravano essere molto ricettivi nell’assimilare l’odio istigato dal film e talvolta si resero responsabili di aggressioni a danno di giudei. Al termine della Seconda guerra mondiale alcuni degli attori del cast furono citati in giudizio durante il processo di denazificazione. Il film è infarcito di numerosi stereotipi negativi nei confronti degli ebrei, che vengono dipinti come materialisti, immorali, astuti, imbroglioni e fisicamente brutti. Lo studioso Mike Davis scrisse: «Un migliaio d’anni di antisemitismo europeo venne condensato nel personaggio del vile stupratore Süß, con la sua barba sudicia, il naso adunco e la voce lamentosa». Il successo di pubblico di Süss l’ebreo può essere facilmente spiegato, il pubblico tedesco era convinto dell’esistenza della teoria del complotto giudaico nel mondo reale. La teoria del complotto giudaico-massonico è una teoria cospirativa che attribuisce alla massoneria e al giudaismo un ruolo di predominio nascosto sul destino del mondo. La maggior parte della popolazione tedesca aveva introiettato l’esistenza di questa struttura giudaico-massonica come reale nel mondo, anche se nella realtà non esisteva e non era mai esistita. Gli sceneggiatori e il pubblico vedevano ciò che desideravano vedere, a conferma dei propri pregiudizi.

Nel 2023 il film Barbie è stato ciò che il film Süss l’ebreo è stato nel 1940 in Germania: un successo al botteghino. Come conseguenza di questo successo, sono stati scritti numerosi articoli e analisi sul film. Molti l’hanno accusato di diffondere la misandria, altri invece l’hanno valorizzato per aver promosso la liberazione dalla mascolinità tossica, altri sostengono che sia solo un “distorto manifesto del partito femminista”. Idem tra le femministe, alcune l’hanno ripudiato, altre osannato. C’è chi pensa che «la pellicola vuole valorizzare anche gli uomini e liberarli dagli stereotipi che li vedono soffrire nella società costruita in base alle leggi del patriarcato». Altri sono dell’opinione che il film di Barbie è «femminismo spiccio», mette in risalto «il problema di Ken, incel redpillato, il film abbraccia fantasie della destra maschilista». Ancora, «il film Barbie non è inno al femminismo: accetta lo status quo patriarcale e valida lo stato delle cose». C’è chi dice anche che «Greta Gerwig ha creato la Barbie mammista di cui non sentivamo alcun bisogno». Eppure «Barbie non è anti-uomini: lo specchio del patriarcato». Oppure, secondo una lettura più ottimistica, un «manifesto d’intenti a favore del ritorno a una femminilità più tradizionale». Insomma, il film è riuscito ad essere abbastanza ambiguo da permettere interpretazioni diverse e contrarie. Comunque, che si tratti di un film effettivamente femminista non è in discussione, e non sono io a dirlo, ma le dirette interessate, la regista Greta Gerwig e l’interprete principale Margot Robbie, che si dichiarano esplicitamente femministe e affermano sul film, testualmente: «è certamente un film femminista». Chi sono io per metterlo in dubbio?

Jud Suss

Le donne vivono nella paura.

Esempio di questa ambiguità del film è una delle sue frasi chiave: «Essere un umano può essere piuttosto spiacevole. Gli umani inventano cose come il Patriarcato o Barbie per affrontare quella parte spiacevole». Gli umani inventano prodotti di fantasia, come Neverland, Jurassic World, Utopia, Pinocchio o Barbie e inventano prodotti e sistemi reali, come il cannocchiale, i farmaci, il sistema pensionistico o quello schiavista. Quale delle due invenzioni intende lo sceneggiatore quando nomina il Patriarcato? Fantasia o realtà? La frase ammette entrambe le interpretazioni, non è chiara. E così il film. Qual è la lettura corretta? Tutte e nessuna. Perché Barbie, come succede nel film Süss l’ebreo, parte da una premessa falsa: l’esistenza di un Patriarcato che non esiste. Il patriarcato non esiste così come non esisteva il complotto-giudaico massonico. Quindi tutte le conclusioni alle quali sono arrivati i diversi analisti e critici, riguardo un mondo di fantasia, sono tanto giuste quanto sbagliate. Il Patriarcato è il concetto immaginario che regge il film Barbie, come il complotto giudaico-massonico reggeva il film Süss l’ebreo, senza i quali i film non hanno senso. Il «mondo reale» (così esplicitato) e il Patriarcato sono termini che vengono associati e nominati costantemente nel film, introiettando nello spettatore l’idea che «mondo reale» e Patriarcato coincidano. Non è così, il Patriarcato è un concetto ideologico creato dal femminismo, e non esiste nella realtà: la teoria del patriarcato è una teoria cospirativa che attribuisce agli uomini un ruolo di predominio sul destino del mondo a danno delle donne. Questa teoria fa fatica a rispondere alla domanda di Aaron, nel film l’impiegato di Mattel: «io sono un uomo senza potere, questo fa di me una donna?». Oppure, alla domanda inversa: una donna con potere, questo fa di lei un uomo?

Il film non fotografa il «mondo reale», ma il modo nel quale le femministe vedono il mondo reale. Per questo nel CdA di Mattel sono tutti uomini, anche se nella realtà la metà sono donne, e Ruth Handler, cofondatrice dell’azienda, fu la prima presidente dell’azienda dal 1945 fino al 1975. Per questo gli uomini sembrano tutti imbecilli, perché è così che le femministe vedono gli uomini. Per questo regna la sorellanza e non si intravede, in nessun mondo, alcuna violenza intra femmine. Per questo ci sono Ken cheerleaders sulla spiaggia quando le Barbie giocano a beachvolley e non ci sono Ken sportivi, anche se nella realtà Mattel vende Ken sportivi e non ci sono Ken cheerleaders (perché le bambine non li comprano, non voglio un uomo cheerleader ma lo sportivo di successo) e al contrario sì, esistono e si vendono Barbie cheerleaders (che nel film compaiono solo quando gli uomini instaurano il Patriarcato). E per questo le donne vivono nella paura, come ci mostra una delle scene memorabili del film: Barbie e Ken sono appena arrivati al “mondo reale” e sono sul lungo mare sui monopattini. Barbie: «Perché gli uomini mi guardano?». Ken: «Sì, stanno fissando anche me, wow!». Barbie: «Mi sento a disagio, non ho una parola per dirlo ma sono imbarazzata però di me stessa che sono imbarazzata». Ken: «Io non ho questa sensazione, la mia potrebbe essere descritta come ammirato, ma non osservato… e non c’è un sottofondo di violenza». Barbie: «La mia ha molto un sottofondo di violenza».

Barbie

Un incubo di uomini e donne.

Per le femministe la paura è lo stato proprio di una donna nel Patriarcato. Anche Ken, come Barbie, viene osservato, ma Ken, al contrario di Barbie, non sente paura (per giustificare l’ingiustificata paura delle donne lo sceneggiatore introduce forzatamente nel dialogo il concetto di «violenza»). E come se la paura fosse una profezia che si autoavvera, ecco che a Barbie viene data una pacca sul sedere da uno sconosciuto che riceve, a sua volta, un pugno da lei come risposta. Risultato: lei e Ken arrestati. E, di nuovo, ciò è quello che non capita nel «mondo reale», nessuna donna viene arrestata per aver colpito chi le ha palpato il culo, nel mondo reale è il responsabile che viene arrestato per aggressione sessuale. Il modo nel quale il femminismo più radicale vede il mondo è meravigliosamente descritto dalla femminista più radicale del film, Sasha, la figlia di Gloria, dipendente della Mattel, una ragazzina piena di risentimento e negatività, come qualsiasi femminista (sintomi di un’ideologia conflittuale), in guerra col mondo: «tutti odiano le donne, sia gli uomini che le donne; è l’unica cosa su cui siamo tutti d’accordo». La parola chiave è «odio». Movimento per la liberazione delle donne, rivolta femminile, guerra dei sessi, combattere l’oppressione patriarcale, lotta delle donne, conquiste, emancipazione, schiave… termini che definiscono la dottrina e l’immaginario mentale femminista. Risultato: odio. Ovunque. E non c’è molta differenza tra il femminismo radicale della figlia e quello buono o classico della madre, perché entrambe condividono l’idea dell’esistenza (e dell’oppressione) del Patriarcato, che deve essere combattuto.

L’oppressione patriarcale è il Principio assiomatico assoluto del film e del femminismo, ideologia che sostiene l’oppressione storica e attuale delle donne per mano degli uomini in un sistema denominato patriarcato. Nel film il concetto del Patriarcato è al centro di tutto, nominato costantemente, al contrario del termine parità, che non interessa a nessuno, men che meno alle Barbie, impegnate invece nella lotta contro il Patriarcato. Infatti, come nel film, ciò che caratterizza la dottrina femminista non è mai stato il concetto di parità, ma la lotta contro il Patriarcato. Nell’immaginario femminista esiste effettivamente un Patriarcato, la maggior parte delle donne è ormai convinta di essere oppresse dalla società patriarcale, così come i tedeschi negli anni ’30 erano convinti di essere vittime di una cospirazione giudaico-massonica. Le prime indossano occhiali viola, i secondi occhiali antisemiti. E questo al di là della logica, poiché il mero successo e la mera esistenza di Greta Gerwig, regista multimiliardaria del film, donna, smentisce l’idea che sorregge tutto il film. Nel film il Patriarcato esiste perché viene continuamente invocato. Nell’immaginario femminile il Patriarcato smetterà di esistere quando le femministe smetteranno di invocarlo. Mentre le femministe continuano a invocarlo, le donne continueranno a vivere nella paura e nell’odio, sentimenti che s’intrecciano e confondono. Una guerra, un incubo che ormai ha coinvolto tutti, uomini e donne.

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