Femminismo e la guerra all’arte

È da qualche giorno la notizia che due attiviste ambientali hanno imbrattato i “Girasoli” di Van Gogh, esposto alla National Gallery di Londra, per fortuna senza grossi danni. «Non è la prima volta che un’opera d’arte viene attaccata [di recente]. Nei mesi scorsi era successo a Il carro da fieno di John Constable, a Lucas Cranach con Riposo dopo la fuga in Egitto, a Leonardo Da Vinci, a Picasso e ancora a Vincent Van Gogh. Il 9 ottobre, due attivisti del gruppo Extinction Rebellion si sono attaccati al Massacro in Corea di Picasso esposto alla National Gallery di Victoria, in Australia». A luglio attivisti contro il petrolio si sono incollati sul dipinto Peschi in fiore di Van Gogh alla Courtauld Gallery a Londra. Qualche mese fa un ragazzo, che ha finto di essere un’anziana signora su una sedia a rotelle, ha imbrattato il capolavoro di Leonardo da Vinci, la Gioconda, e ha rivendicato il gesto per sensibilizzare sull’ambiente. A inizio mese un uomo ha scaraventato a terra due busti all’interno dei Musei Vaticani. Per un motivo o per un altro l’arte diventa spesso destinatario della furia degli esseri umani. Tutti abbiamo in memoria le due grandi statue di Buddha di Bamiyan del VI secolo distrutte dai talebani nel 2001, oppure la guerra dichiarata da Hitler e da Stalin all’“arte degenerata”. Se proprio vogliamo riferirci all’antichità, basta pensare alla fine del tempio di Artemide, una delle sette meraviglie del mondo, bruciato nel 356 a. C. da Erostrato per futili motivi (in realtà questi attacchi sono sempre per futili motivi).

In questo il femminismo, come qualsiasi ideologia totalitaria, non si è comportato diversamente. Esiste una pagina della storia femminista che raramente si ricorda, e che approfitto, a seguito della cronaca attuale, per riportare alla luce. Non intendo la guerra all’arte maschilista e patriarcale che il femminismo porta avanti attraverso la critica e la censura, contro scrittori, pittori, cineasti, ecc. Intendo i suoi attacchi più distruttivi e irrazionali, per futili motivi, avvenuti durante la prima ondata femminista, durante il “femminismo buono”. Sylvia Pankhurst, nota suffragetta e figlia di Emmeline Pankhurst, fa un dettagliato sommario dei 141 atti di distruzione riportati dalla stampa durante [solo] i primi sette mesi del 1914: «Tre castelli scozzesi furono distrutti da un incendio in una sola notte. La Carnegie Library di Birmingham è stata bruciata. Venere e Cupido di Velázquez… è stata mutilata da Mary Richardson. Il maestro Thornhill di Romney, nella Birmingham Art Gallery, è stato colpito da Bertha Ryland, figlia di uno dei primi suffragisti. Il ritratto di Millais di Carlyle [in realtà al contrario] nella National Portrait Gallery, e numerosi altri dipinti sono stati attaccati, un disegno di Bartolozzi nella Galleria Doré completamente rovinato. Molte grandi case vuote in tutte le parti del paese sono state date alle fiamme, inclusa Redlynch House, nel Somerset, dove il danno è stato stimato in £ 40.000. Sono state date alle fiamme stazioni ferroviarie, moli, padiglioni sportivi, pagliai. Sono stati fatti tentativi per far saltare in aria i serbatoi. Una bomba è esplosa nell’Abbazia di Westminster e nella chiesa alla moda di St George’s, Hanover Square, dove è stata danneggiata una famosa vetrata di Malines».

attacco gioconda
La Gioconda di Leonardo Da Vinci imbrattata.

«Se l’avesse dipinto una donna…».

In quel periodo le suffragette non si accontentarono di attaccare unicamente oggetti. Vi è l’episodio che vide morire l’unica femminista della storia, Emily Wilding Davison, avventuratasi in pista all’ippodromo durante lo svolgimento dell’Epsom Derby. Il suo gesto volontario, avventato e imprudente, fatale per lei, avrebbe potuto uccidere qualcun altro, oltre che a lei stessa. Nel febbraio 1914, una suffragetta attaccò Lord Wensleydale, un pari liberale, dopo averlo scambiato per il Primo Ministro. Due suffragette usarono frustini sul vice governatore della prigione di Holloway. Il peggio lo subì una guardia  ferroviaria che fu gravemente ustionato dall’acido solforico dopo un’esplosione di uno dei pacchi della posta, causata da un dispositivo progettato dalle suffragette (Mark Bostridge, “1914: Why war caught Britain cold”, BBC History Magazine, January 2014, 22–27. The Fateful Year: England 1914, Penguin, London, 2014).

L’attacco di Mary Richardson alla Venere e Cupido è diventato l’episodio più noto dell’attacco femminista all’arte, ma non fu il primo e neanche l’ultimo. L’anno prima, due suffragette, Lillian Forrester ed Evelyn Manesta, avevano usato dei martelli per rompere il vetro protettivo di tredici delle opere più grandi e preziose della Manchester Art Gallery. Durante l’azione, quattro dei dipinti furono danneggiati, anche se apparentemente non era questa l’intenzione delle donne. L’attacco a Venere e Cupido nel 1914 segnò una notevole escalation, l’intenzione deliberata dell’azione, questa volta sì, era quella di infliggere il massimo danno al dipinto. L’enorme pubblicità generata dall’arresto e dalla condanna di Richardson suscitò un’ondata di attacchi simili: ci furono altri quattordici dipinti danneggiati e nove donne arrestate tra marzo e luglio 1914. Gli obiettivi inclusero la National Gallery, dove Grace Marcon (alias Frieda Graham) danneggiò cinque dipinti, tra cui Orazione nell’orto di Giovanni Bellini e il Ritratto di un matematico di Gentile Bellini; e la Royal Academy, dove la suffragette Mary Wood (Mary Ann Aldham) attaccò il ritratto di Henry James del pittore John Singer Sargent. La Wood motivò il suo gesto in questo modo: «ho cercato di distruggere un dipinto prezioso perché desidero mostrare al pubblico che le loro proprietà e i loro tesori d’arte non saranno sicuri fino a quando alle donne non verrà data la libertà politica». L’argomento del dipinto non sembrava avere un significato speciale, Henry James era visto come simpatizzante delle posizioni femministe. Il Segretario della Royal Academy lamentò che il quadro, valutato 700 sterline, dopo il danno recato, aveva perso circa la metà del valore. La risposta della Wood non si fece attendere: «Per quel che capisco, se l’avesse dipinto una donna, non sarebbe valso così tanto».


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Emily Wilding Davison morte
La suffragetta Emily Davison si getta sotto il cavallo all’Epsom Derby del 1913.

Quanti diritti in più dopo il vandalismo?

Questo assalto fu seguito rapidamente da altri due attacchi alla stessa mostra. Gertrude Mary Ansell attaccò con un’accetta il ritratto del duca di Wellington del pittore Hubert von Herkomer. Dichiarò: «Ho fatto il mio dovere e mi auguro che ogni  donna faccia lo stesso». Fu condannata a sei mesi di reclusione. Mary Spencer sezionò Primavera, un nudo provocatorio di Clausen. Altrove, cinque dipinti furono tagliati nella Sala Veneziana della National Gallery; e altri attacchi furono effettuati alla Doré Gallery e alla Birmingham City Art Gallery, al ritratto di Giorgio V di sir John Lavery e al ritratto di Carlyle di Millais. Oggi le pronipoti di queste eroiche combattenti hanno perso l’interesse per la distruzione di dipinti famosi, le nuove leve preferiscono gli atti di vandalismo e bruciare le chiese (a questo proposito si vedano le ultime manifestazioni dell’8 marzo in America Latina, in Argentina, Messico, Cile…). Arrivati a questo punto, allo scopo di dotare di un po’ di logica quelli che ci sembrano solo gesti irrazionali e ingiustificabili, ci dovremmo chiedere, e dovremmo chiedere agli autori: quanti gradi del cambio climatico sono stati abbassati grazie all’azione di questi attivisti ambientali? Quante emissioni di CO2 sono riusciti a ridurre? Quanti diritti in più hanno acquisito le donne dopo il danneggiamento dei dipinti? Quali sono state le conquiste per le donne di questi attacchi? E oggi, quante donne sono state salvate dalla violenza di genere durante le manifestazioni dell’8 marzo grazie al vandalismo, le sassate, l’imbrattamento di edifici pubblici, le vettrine rotte, la distruzione di beni pubblici e le chiese bruciate? A quante donne sono riuscite a salvare la vita le azioni di queste eroiche femministe?

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