La prima ondata: il femminismo "buono" (1)

Il femminismo buono è il femminismo razzista, suprematista bianco, eugenetico, xenofobo, antisemita, nazista, fascista, comunista, colonialista, militarista, guerrafondaio, conservatore, fondamentalista cristiano, puritano, nazionalista... Prima che questo incipit faccia sobbalzare il lettore di ira o di giubilo, mi sia permesso, per quanto possa sembrare inconsueto, spezzare una lancia a favore del movimento femminista, per due motivi. Primo, perché tutti siamo figli del nostro tempo. In un tempo nel quale le posizioni estreme in molti ambiti divampavano nella società (razzismo, nazionalismo, colonialismo, ideologie totalitarie) è normale che queste idee fossero condivise e difese da molte attiviste del movimento: le femministe non erano né sante, né esiste alcuna superiorità morale femminile, checché ne dica l'attuale propaganda femminista. La percezione dei valori può cambiare nel tempo, motivo per il quale le femministe della prima ondata erano antiabortiste, concepivano l'aborto come un crimine atroce; oggi l'aborto è propagandato come un diritto e praticato come chi va a comprare il pane; le generazioni future magari lo giudicheranno come il maggior genocidio della storia dell'umanità. Chissà, comunque noi non ci saremmo per vederlo.

Secondo, la denominazione “femminismo buono” non è nata all'interno del femminismo, ma l'hanno coniata i suoi critici. Per i femministi non esiste un periodo o una ondata specifica “buona”, perché tutta la lotta femminista, dall'inizio alla fine, e quella a venire, è intrinsecamente giusta e buona. Sono stati i critici, almeno una parte importante di loro, a definire la prima ondata del femminismo come “buona”, in contrapposizione a quella “estremista” e “radicale” attuale, che avrebbe deviato e contaminato la propria ideologia, le intenzioni e le “giuste” richieste di allora. Sotto quest'ottica, agli albori della storia femminista, le loro istanze sarebbero state giuste e le intenzioni immacolate, al contrario delle attuali pretese, esagerate, ingiuste e irrazionali. Per questa fazione critica, queste “giuste” istanze (ad esempio il diritto di voto o di aprire un conto bancario) sarebbero già state “conquistate” tanti anni fa, la parità sarebbe già stata raggiunta e l'attuale femminismo, rappresentato da figure come la ministro spagnola delle Pari Opportunità Irene Montero, sarebbe un femminismo degenerato, folle, non avrebbe più ragion di esistere. In sintesi, la dottrina e le richieste primigenie femministe sarebbero state “giuste e buone”, ma la seconda e la terza ondata femminista avrebbero corrotto il loro spirito.

Milo Yannopulos
Milo Yannopulos

Carenza di empatia e una buona dose di presunzione.

Questa opinione, l'esistenza nell'Ottocento e nei primi anni del Novecento, di un femminismo giusto e necessario, ma oggi uscito fuori di senno, è un'idea molto diffusa tra le persone che contestano l'attuale femminismo, anzi a mio avviso è maggioritaria. Spesso è frutto dell'ignoranza, malinformati su cosa sia stato in realtà il femminismo della prima ondata; ha comunque il vantaggio di conferire un'aura di moderazione all'interno dell'universo del politicamente corretto, che li allontana  dagli “estremisti e misogini antifemministi” che criticano il femminismo tout court. A questo gruppo appartengono molti attivisti rilevanti del movimento maschile e critici del femminismo (attuale): Warren Farrell o Christina Hoff Sommers, per citarne alcuni, nel mondo anglofono, Elisabeth Badinter, nel mondo francofono, o Agustín Laje, nel mondo ispanico. Anche in rete, tra i youtubers che trattano prevalentemente della questione femminista e denunciano le sue storture – ad esempio, nel mondo ispanico, Un tío blanco o Roma Gallardo –, è diffusa l'idea dell'esistenza di un femminismo ancestrale “giusto”, ma ormai tramontato e sorpassato dalle nuove leve impazzite. Per coloro che contestano il femminismo tout court, si tratterebbe invece di una visione idealizzata del femminismo. Per questi, il germe della discordia e dell'ingiustizia si troverebbe proprio all'interno dell'ideologia femminista, al di là della pratica e del momento storico vissuto. Non può esistere un femminismo “buono” – come ad esempio non può esistere un nazismo buono – perché è intrinseca nella sua dottrina la falsità e l'ingiustizia. Si tratta di una narrazione storica e attuale falsa, sessista e deleteria. Essendo l'iniquità e la falsità inerenti alla stessa ideologia, il germe del “male” era per forza già sbocciato nella prima ondata, è sbagliato quindi addebitare alla seconda e alla terza ondata “la causa di tutti i mali”.

Due posizioni in contrasto che sono emerse in maniera molto chiara nel breve dialogo intercorso tra Milo Yiannopoulos e Christina Hoff Sommers durante una conferenza del 2016 nel UMass Republican Club, a proposito del ormai noto motto “feminism is cancer” (il femminismo è cancro). Milo: “il femminismo è cancro”. Sommers: “quello che Milo ha voluto dire è che il femminismo sarebbe un movimento nobile e valido se non ci fossero certe scuole di pensiero che sono deleterie, vero Milo?”. Milo: “No, volevo proprio dire che è cancro”. Un giudizio inappellabile sul femminismo (al di là delle idee che possa avere in altri ambiti un personaggio polemico come Milo Yiannopoulos) condiviso dal sottoscritto e da altri critici, come si desume dalle loro opere, come ad esempio in Questa metà della Terra di Rino Della Vecchia. Infatti, la posizione “conciliante” crea più problemi logici di quelli che risolve, e ci avvicina pericolosamente alla stessa ideologia femminista previamente sconfessata. Primo, avalla la narrazione femminista, almeno fino ad un certo punto della storia dell'umanità. Se il femminismo della prima ondata era nel giusto e le istanze erano corrette, allora è legittimata l'esistenza storica di un sistema sociale denominato patriarcato che avrebbe oppresso per secoli le donne a vantaggio degli uomini, appunto fino ai primi del Novecento, quando le lotte femministe riescono a modificare questo sistema. Il femminismo aveva dunque ragione. Secondo, il rovescio della medaglia, se la narrazione dell'oppressione delle donne era giusta, i privilegiati non possono essere nel contempo vittime, dunque prima del Novecento non esistono le vittime maschili né la sofferenza maschile causata dalle donne. Così facendo, si ripropongono gli stessi peccati che affliggono il femminismo, una biasimevole carenza di empatia per la sofferenza maschile (prima del Novecento) e una buona dose di presunzione: cosa rende diversa la nostra posizione critica oggi rispetto a quella degli uomini e delle donne che denunciavano il femminismo a fine Ottocento e nei primi del Novecento? Perché la critica odierna di Warren Farrell dovrebbe essere corretta e invece quella passata di Ernest Belfort Bax (1854-1926) sbagliata?

suffragette
Suffragette americane a inizio '900.

Tenetevi forte, arrivano delle curve.

Terzo, se accettiamo la tesi che lungo la storia entrambi erano beneficiari e vittime del bisessismo, un sistema sociale che compensava tra i sessi oneri e vantaggi, bisogna riconoscere che la narrazione femminista e le sue lotte della prima ondata femminista negano questa realtà e rompono questo equilibrio, a vantaggio esclusivo di un sesso e a danno dell'altro. Ammesso e non concesso che le istanze femministe della prima ondata fossero giuste, ogni istanza, seppur vera, doveva essere compensata da un'altra istanza per mitigare la sofferenza dell'altro sesso, altrettanto vera. In un sistema interconnesso come è la società, “giustizia per alcuni” vuol dire “ingiustizia per il resto”; o la “giustizia è per tutti”, o non è giustizia. Ma la posizione delle femministe, anche della prima ondata, non è questa; loro pretendono, in quanto vittime autodichiarate, le concessioni senza condizioni, cioè, rovescio della medaglia, non sono disposte a concedere nulla a quelli che ritengono oppressori e privilegiati. Le premesse sono sbagliate in partenza, quindi il movimento delle donne è già in torto a priori: ogni “riparazione” diventa unidirezionale, ogni conquista femminista diventa il raggiungimento di una istanza femminile e, più importante, il rifiuto di una istanza maschile, il voto alle donne e la piuma bianca (coscrizione) agli uomini. Sotto questa ottica dire “Armiamoci e partite” o dire “Votiamo e partite” è la stessa identica cosa, tranne che per il fatto che la prima vuole essere una battuta, la seconda è troppo reale per far ridere.

A fine Ottocento per gli stessi crimini gli uomini sono condannati ai lavori forzati, in molti casi soggetti a una tortura vietata alle donne, i mariti vanno in prigione per i delitti delle mogli, e le mogli che abbandonano i mariti pretendono il mantenimento garantito per legge, indipendentemente della ricchezza e del patrimonio di entrambi i coniugi, tutto giustificato dal fatto che le donne sono le vittime e la sofferenza maschile non esiste. Per le femministe nell'Ottocento è normale quindi escludere da qualsiasi protezione i ragazzi vittima di tratta e prostituzione, come oggi è normale escludere gli uomini vittima di violenza di genere. Nel libro La grande menzogna del femminismo a pag. 515: “Durante l’Ottocento, le femministe rifiutarono di includere nella loro denuncia della prostituzione e la tratta di ragazze, anche i ragazzi maschi che subissero la stessa violenza. Per lo stesso motivo, il movimento femminista non si preoccupò mai di organizzare campagne e manifestazioni a favore degli indiani, dei neri, dei cinesi, degli analfabeti o di qualsiasi altro gruppo di maschi (e femmine) escluso dal diritto del quale esse erano già state investite [nei primi decenni del Novecento]”. Insomma, tutti i tratti caratteristici del femminismo emergono già durante la prima ondata: superiorità delle donne, colpevolizzazione e denigrazione dell'uomo, assoluta mancanza di empatia per la sofferenza maschile, il concetto di “parità” inteso come “diritti per le donne”... Tanto la femminista “radicale” attuale come la femminista “buona” della prima ondata condividono lo stesso impianto ideologico, la stessa forma mentis. Nei prossimi interventi approfondirò il pensiero di queste virtuose antesignane, figure guida del femminismo “buono”. Tenetevi forte, arrivano delle curve.

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