I paladini dell’Intersezionalità contro il temibile Telescopio Omofobo

Il James Webb Space Telescope (JWST) è un telescopio astronomico orbitante intorno al Sole, lanciato nel dicembre 2021. Il nome, scelto già nel 2002, onora la figura di James Webb (1906-1992), ufficiale dei Marines negli anni ‘30 e poi direttore della NASA fino al 1968. Nome la cui criticità non è però sfuggita ai paladini dell’intersezionalità, i quali hanno combattuto una battaglia senza esclusione di colpi, al fine di cambiare nome al telescopio spaziale: James Webb, secondo i proponenti, sarebbe stato colpevole di dichiarazioni e atti omofobici negli anni ’50, e quindi dedicare alla sua memoria un telescopio sarebbe stata un’offesa cosmica nei confronti di tutte le persone omosessuali. L’accusa sale alle luci della ribalta in un articolo di Forbes del 2015, a firma del fisico e divulgatore scientifico Matthew Francis, che apre con una drammatica domanda: «È opportuno dare al prossimo telescopio spaziale americano il nome di un personaggio esplicitamente omofobo, che ha attivamente contribuito a rovinare le carriere di scienziati e funzionari LGBT?» (sic). Francis seguita spiegando che in realtà non sapeva nulla della biografia di James Webb (e quindi la scelta non l’aveva minimamente turbato) «fino a quando una collega, l’astrofisica Chanda Prescod-Weinstein, non mi ebbe informato delle sue attività anti-gay. È comune per gli scienziati di pelle bianca come me ignorare gli aspetti meno positivi dei nostri eroi nel campo della scienza, ma sarebbe ora di cambiare atteggiamento. Le persone non sono dei blocchi uniformi: possiamo trovare molte cose per cui lodare Webb; ma dobbiamo anche riconoscere il danno che ha causato alla vita di molte persone. È importante smettere di privilegiare in ogni caso gli aspetti positivi su quelli negativi, come se i problemi del passato fossero oggi irrilevanti».

È uno degli articoli di base della fede woke, secondo cui ogni atto offensivo o discriminatorio, ad opera di una società o di singoli individui, risalente a un passato anche remoto, dev’essere considerato come un problema attuale, contro il quale agire un’opera di damnatio memoriae e un’attiva politica di “risarcimento” delle categorie considerate danneggiate da quei fatti. I fatti sarebbero questi: «Prima dell’incarico alla NASA, Webb era stato sottosegretario dell’interno per il Presidente Harry Truman, dal 1949 al 1953, e in quel ruolo si adoperò per cacciare gay, lesbiche e altri “deviati sessuali” dagli incarichi statali. Una volta scrisse: “è generalmente noto che coloro che praticano atti di perversione siano soggetti psicologicamente instabili”». Come abbiamo detto Francis richiama un’accusa sentita da Chanda Prescod-Weinstein (che a sua volta l’aveva letta, dirà poi, in un pezzo di Dan Savage per The Stranger). La nostra super-eroina è cosmologa teorica presso l’Università del New Hampshire, ma anche scrittrice e attivista per la social justice nelle “materie STEM”: in questa veste ha prodotto articoli come La scienza non dovrebbe causare danno alle persone di colore e Scienziate di colore sotto l’empirismo bianco: la razzializzazione dell’epistemologia in fisica, ed è co-fondatrice dell’American Astronomical Society Committee on the Status of Sexual-Orientation and Gender Minorities in Astronomy (Comitato sullo stato delle minoranze per genere e orientamento sessuale nell’astronomia). Simili affermazioni sulle attività “anti-gay” di Webb sono state in seguito ripetute e amplificate, ad esempio dallo scrittore e blogger Matthew Wills secondo cui Webb sarebbe stato addirittura «il supervisore della purga sistematica degli omosessuali dagli incarichi pubblici negli anni ‘50». Fino a sfociare in una petizione, diffusa tramite l’hashtag #RenameJWST, che vede la Prescod-Weinstein tra i primi firmatari, e che ha raccolto le firme di oltre 1700 soggetti tra studenti, scienziati e docenti non soltanto nell’ambito della fisica e cosmologia.

James Webb
James Webb

La falsa accusa di omofobia.

Ma, a prescindere dal giudizio di ciascuno sul comandamento woke di emendare il passato, sappiamo che spesso le accuse di questo tipo sono false o, nella migliore delle ipotesi, ingigantite ad arte (basti pensare al #metoo). Siamo sicuri che non sia così anche in questo caso? Entra in scena il villain: il brillante astrofisico (peraltro di colore) Hakeem Oluseyi, che il 23 gennaio 2021 pubblica su Medium l’inchiesta dal titolo Lo storico leader della NASA James Webb fu davvero un bigotto? La risposta è no: nel suo articolo Oluseyi, che è anche capace scrittore e divulgatore scientifico, illustra i risultati della sua ricerca dimostrando l’estraneità di Webb alla “purga” in questione. La quale purtroppo avvenne realmente, nel più ampio contesto del maccartismo e della persecuzione dei comunisti durante la guerra fredda: è passata alla storia col nome di “Lavender scare”, il “terrore color lavanda”. Ma appunto, come scrive Oluseyi, Webb non ebbe alcun ruolo attivo in essa: «Non ho mai incontrato James Webb, non ho idea di quali pensieri e sentimenti albergasse in merito. Ma ciò che posso affermare in modo conclusivo è che non c’è alcuna evidenza che sia colpevole delle accuse che gli vengono ora mosse». Oluseiy segue argomentando come la NASA fosse stata, durante gli anni della direzione di Webb, una delle istituzioni più attive nell’ambito dell’integrazione razziale; smonta le accuse della Prescod-Weinstein e colleghi, dimostrando come il ruolo attivo nella “purga” degli omosessuali fu incarnato da altri due burocrati, John E. Purefoy e Carlisle H. Humelsine, e spiega che la citazione attribuita a Webb dai suoi oppositori appare in realtà in un report del 1950 al quale Webb non partecipò affatto.

Caso chiuso? Sarebbe troppo comodo: in un articolo ospitato addirittura da Scientific American, una delle riviste di divulgazione scientifica più prestigiose al mondo, Prescod-Weinstein e gli altri promotori della petizione per “cancellare” Webb sostengono che quanto dimostrato da Oluseyi «non cambia niente. Webb era al vertice durante il lavender scare. Ulteriori evidenze documentali mostrano il suo ruolo di facilitatore delle politiche omofobiche durante le discussioni delle commissioni governative in merito. Inoltre non si registra alcuna sua presa di posizione in opposizione a tali politiche. Alcuni sostengono che se pure Webb è corresponsabile della persecuzione, ciò vale anche per chiunque avesse incarichi amministrativi all’epoca. Siamo d’accordo. Ma la NASA non sta lanciando un telescopio col nome dell’intera amministrazione». Prescod-Weinstein reagisce anche sul piano personale al report del collega: ad esempio in un suo thread su Twitter sostiene che Oluseyi «pubblica articoli faziosi che sono in realtà mirati a colpire me, sono fottutamente stanca»; in un altro, che sta abusando della sua posizione di accademico senior per «giustificare l’omofobia storica» nonché per attaccare lei personalmente, «una giovane accademica donna, di colore e queer». Anche questa è una strategia tipica dei supereroi woke: in ossequio al comandamento secondo cui “il personale è politico”, ogni disputa foss’anche su fatti e dati va riportata immediatamente sul piano personale, accusando l’oppositore sul piano morale, e facendo a gara a chi è più oppresso secondo i criteri dell’intersezionalità.

Chanda Prescod-Weinstein
Chanda Prescod-Weinstein

Basta metterla sul personale.

E infatti il villain Oluseyi non è sfuggito all’immancabile accusa di molestare sessualmente le donne, come documentato dal giornalista Michael Powell nel suo pezzo sulla diatriba per il New York Times. Un docente di astronomia della George Mason University, Peter Plavchan, gli racconta che «Nel luglio 2021, girava voce che il Dr. Oluseyi avrebbe vinto un incarico alla George Mason University, ma un docente di un’altra università gli riferì che Oluseyi aveva fatto uso personale di un fondo federale, nonché molestato sessualmente una donna. Egli riportò queste accuse all’Università: ufficiali della Florida Tech furono incaricati di esaminare migliaia di documenti tra registri e email, ma non trovarono nulla che sostanziasse queste accuse. Su Twitter, la Dr.sa Prescod-Weinstein ha ribadito alcune di queste accuse, pur senza nominare direttamente Olusey. Lo scorso dicembre 2021 il New York Times ha condotto un’inchiesta indipendente sulle voci a carico di Oluseyi, trovandone alcune dimostrabilmente false, e altre non sostanziate da alcuna evidenza». Michael Powell scrive di aver contattato Chanda Prescod-Weinstein ripetutamente chiedendo quali prove avesse a sostegno delle sue affermazioni, non ricevendo alcuna risposta. La nostra super-eroina risponde invece pubblicamente sul suo Substack, chiarendo anzitutto che nei suoi tweets non si riferiva a Oluseyi ma al suo «actual rapist (effettivo stupratore)» (di cui non fa il nome). Poi spiegando che la radice della sua contrarietà con Oluseyi sarebbe «intrecciata agli eventi occorsi nel contesto della National Society of Black Physicists» (associazione nazionale dei fisici di colore) di cui Oluseyi è Presidente. Associazione colpevole di aver avuto «solo due presidenti donne nella sua storia», ma soprattutto contesto in cui Prescod-Weinstein sostiene di aver subito ben due aggressioni sessuali (di nuovo, non denunciate perché aveva «troppa paura di ripercussioni professionali»).

Questa storia finisce con il trionfo dei cattivi: nonostante le accuse infamanti ricevute, Oluseyi non ha perso il suo incarico di Visiting Professor presso la George Mason University. E Webb? Nonostante le scoperte di Oluseyi, altre prestigiose società scientifiche come la stessa American Astronomical Society e la britannica Royal Astronomical Society hanno fatto pressione sulla NASA affinché fosse condotta un’inchiesta formale sulla figura di James Webb, cui fosse seguita una presa di posizione ufficiale. La Nasa avrebbe potuto ignorare tutta la faccenda ma, sotto cotante sollecitazioni, ha dovuto assolutamente assecondare i supereroi intersezionalisti. E così ha condotto una propria inchiesta: «il capo del Servizio Storico della NASA ha esaminato migliaia di documenti presso la Truman Presidential Library, nonché presso gli archivi della NASA, del Marshall Space Flight Center e altri. Inoltre, uno storico a contratto ha condotto cinque missioni di ricerca agli Archivi Nazionali di College Park, Maryland, per esaminare oltre 50.000 pagine di documenti riguardanti il periodo tra il 1949-1969». Il tutto, ovviamente, a spese dei contribuenti. Il risultato è esposto nei dettagli nel report ufficiale di 89 pagine pubblicato dalla NASA: «In conclusione, nessuna evidenza disponibile collega direttamente Webb ad alcuna attività relativa al licenziamento di soggetti a causa del loro orientamento sessuale». A fine ottobre 2022 la NASA ha pubblicamente annunciato che il telescopio spaziale avrebbe mantenuto il suo nome: James Webb Space Telescope. Il Lato Maschio Bianco Etero-cis-normativo della Forza ha vinto ancora una volta

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