Lettera aperta a Mind in merito al “lessico patriarcale”

Spett.le redazione, ho letto con perplessità le pagine dedicate al tema del “lessico patriarcale” sul numero di Mind di marzo 2024, uscito venerdì 23 scorso. Le Scienze è l’edizione italiana di una delle riviste di divulgazione scientifica più autorevoli al mondo, e a questa autorevolezza dovrebbe corrispondere altrettanta responsabilità e rigore scientifico. Purtroppo così non sembra negli ultimi tempi, in cui si assiste a una deriva propagandistica ad esempio nei molti articoli recenti in cui la testata propone l’idea antiscientifica che il sesso nella specie umana sia un “continuum” o uno “spettro” di condizioni, anziché un sistema binario. Non mi ha sorpreso perciò trovare della propaganda simile nell’ultimo numero di Mind, la “costola” di Le Scienze dedicata a mente, psicologia e scienze cognitive. Una propaganda non relegata in secondo piano ma addirittura presentata a piena copertina, titolo: La gabbia delle parole, sopra il disegno stilizzato di una donna in vestaglia che regge due delle sbarre che si dipartono da una scarpa rossa col tacco. Immagino il disegno simboleggi metaforicamente la prigione in cui le donne sarebbero relegate dal “lessico patriarcale”: è una metafora ben azzeccata, perché le sbarre sono talmente distanziate che la figura femminile rappresentata potrebbe passarci tranquillamente attraverso. Al tema è dedicato anche l’editoriale di Marco Cattaneo.

Vi si legge di una trasmissione televisiva Rai del 1979, dal titolo Processo per stupro in cui sarebbe andata in scena «la violenza delle parole. Una violenza che prende forma nelle domande cui viene sottoposta Fiorella, una giovane di 18 anni vittima di violenza carnale… Gli avvocati difensori la incalzano, chiedendole se fosse stata picchiata, approfondendo dettagli sull’accaduto, interrogandola su eventuali precedenti rapporti con il principale imputato». Cattaneo così interpreta: «un fenomeno frequente nei processi per violenza: la vittima trasformata in imputata». Forse preferirebbe che, nei processi per violenza (con vittime donne, ovviamente) si saltasse direttamente alla sentenza (di colpevolezza per l’uomo, ovviamente): senza fare domande, senza approfondire, senza cercare di appurare se si tratti di uno dei numerosi (e anzi preponderanti per proporzione sul totale) casi di false accuse strumentali o di rappresaglia: #believeallwomen, zitti e muti, e l’accusato in carcere. Tanto anche se non direttamente colpevole, è pur sempre un uomo, e in qualche modo deve fare mea culpa, no? L’editoriale chiude sottolineando che «fino alla legge n. 66 del 1996 la violenza carnale, in Italia, non era un reato contro la persona. Rientrava nella categoria dei delitti contro la moralità e il buon costume. Sono trascorsi meno di 30 anni, insomma, da quando alla donna è stato riconosciuto di essere vittima, e non oggetto».

le scienze mind

La scienza “ideologica”.

Ma: 1) il fatto che un delitto sia “contro la moralità” e non “contro la persona” non implica che la vittima del delitto non sia “vittima” ma “oggetto”: sempre vittima di un delitto rimane. Tant’è che nel testo stesso della legge precedente si leggeva di persone, non di oggetti: «Chiunque con violenza o minaccia, costringe taluno a congiunzione carnale è punito con la reclusione da tre a dieci anni. Alla stessa pena soggiace chi si congiunge carnalmente con persona che…». Come si vede non si sta parlando di frigoriferi o pali della luce, ma di “taluno” e di “persona”. 2) Cattaneo dà per scontato che le vittime di questo reato siano solo ed esclusivamente donne, per cui del cambio di categoria avrebbero giovato solo loro. Che non sia così a livello formale lo si vede dal testo della legge che, com’è ovvio e sancito dalla Costituzione Italiana, non parla di “qualsiasi uomo… costringe qualsiasi donna…”, ma di “chiunque… costringe taluno…”, ossia a prescindere dal sesso della vittima e del perpetratore: quindi semmai sono trascorsi meno di 30 anni da quando a tutte le vittime di violenza carnale, uomini e donne, è stato riconosciuto di essere vittime e non oggetti. Ma Cattaneo forse ignora che anche nei fatti gli uomini possono essere vittime di violenza carnale, come emerge dalla cronaca e come ormai un crescente corpo di evidenze scientifiche attesta: mi limito a rimandare ai dati del CDC americano, perché in Italia non esiste una ricerca altrettanto approfondita in merito, sebbene qualche studio pionieristico sia stato fatto (senza fondi statali ovviamente).

Non è da meno la rubrica, Lessico patriarcale, in cui l’autrice Anna Rita Longo si spertica nel denunciare il victim blaming, la “colpevolizzazione della vittima”. L’idea secondo cui «Chi pensasse di commentare la notizia relativa a un furto, un danneggiamento, un omicidio, in generale qualsiasi atto lesivo della persona e dei suoi beni, spostando il piano della responsabilità dal colpevole alla vittima si attirerebbe, giustamente, la disapprovazione di chi ascolta e una certa dose di indignazione e stigma sociale» è quantomeno ingenua. Se chi ha subìto un furto ha lasciato la saracinesca o la porta di casa aperta, ad esempio, è inevitabile che la valutazione del fatto debba cambiare. La responsabilità penale di un reato è ovviamente di chi lo commette, ma questo non deve impedire alla società civile di aprire un discorso anche sull’eventuale corresponsabilità di chi il danno l’ha subìto. Segue l’intervento di Claudia Bianchi, «professoressa ordinaria di filosofia del linguaggio che si occupa, tra l’altro, di filosofia del linguaggio femminista e dinamiche dei discorsi d’odio», la quale «sottolinea come quotidianamente la cronaca ci offra esempi di rappresentazioni distorte degli episodi di violenza contro le donne o dei femminicidi. Spesso viene evocata la sfera dei sentimenti, con l’evidente intento di ridimensionare la responsabilità del colpevole: sentiamo parlare di femminicidi provocati da ‘raptus di gelosia’, o da ‘troppo amore’, o come ‘reazione’ ai comportamenti della vittima… altre volte gli episodi di violenza domestica vengono ridimensionati a semplici “liti familiari”, o i casi di stupro come dovuti a “impulsi sessuali irrefrenabili”». Più avanti l’autrice rincara: «indulgere sui dettagli emotivi e truculenti, e costringere la persona a un continuo rivivere le circostanze relative alla violenza subìta; l’infantilizzazione della vittima, attraverso l’omissione del cognome, del titolo di studio o del ruolo professionale; presentarla in modo bidimensionale come un’ingenua oppure, al contrario, come un modello di coraggio sono fenomeni ancora molto diffusi».

Michela Murgia
Michela Murgia

Il lascito di Michela Murgia alla ricerca scientifica.

Sembra di leggere una versione della velina di regime su come si deve e non si deve parlare dei “femminicidi”, stesa da Michela Murgia e diffusa alle redazioni di alcune testate (di cui avevamo parlato qui). Ma com’è che sono entrati nel discorso i “femminicidi”? Perché l’autrice spinge, e lo fa esplicitamente, nel senso dell’idea (antiscientifica) del continuum che dal linguaggio “sessista” porterebbe direttamente al “femminicidio”: «questi modi di esprimersi sono insieme sintomo e rinforzo di credenze estremamente dannose, in quanto concorrono all’incremento delle violenze spostando la responsabilità da chi le compie a chi le subisce». Ma voi state cercando di spostarla da chi le compie all’intera società: «tra gli esiti del fenomeno c’è anche l’impossibilità, così facendo, di far cogliere le radici profonde e strutturali del problema… le espressioni inserite nella narrazione comune inducono a ritenere che la violenza di genere non sia un gravissimo problema della società nel suo complesso, ma una calamità che tocca individui problematici per opera di individui esclusi dal contesto sociale e problematici a loro volta. È un pregiudizio – aggiunge l’esperta – che spinge a pensare che la violenza sia un fatto inevitabile del mondo, mentre si tratta di una questione di ingiustizia di genere, frutto di una ben radicata cultura maschilista e del patriarcato». Beh, se qualcuno stupra o ammazza qualcun altro, definirlo “problematico” mi pare il minimo: se qualcosa può concorrere all’incremento delle violenze, forse è proprio farle passare come qualcosa di “normale” e conseguenza della società nel suo complesso.

E se qualcuno sta cercando di spostare la responsabilità di chi commette i reati su qualcuno o qualcos’altro, carta canta, qua siete voi. A decorare l’intero spot ci sono anche “i dati ISTAT”, chiamati in causa ad esempio per attestare che «una donna su tre tra i 16 e i 70 anni (quasi 7 milioni di donne) è stata vittima, nella sua vita, della violenza, fisica o psicologica, di un uomo; più di un milione di donne è stato vittima di stupro o tentato stupro». Senza tornare sull’assenza di sostanza di questi dati, come già ampiamente dimostrato, e di fonti simili (ne abbiamo parlato ad esempio qui e qui), l’autorevolezza scientifica di cui la vostra testata si ammanta richiederebbe perlomeno che citaste anche i dati sulle vittime maschili, che invece continuano a essere del tutto ignorati. Se l’articolo denuncia il victim blaming, nei confronti degli uomini qui viene operato qualcosa di antecedente e ben peggiore: la cancellazione e l’invisibilità totale delle vittime maschili (peraltro, quei pochi che emergono sono anche loro colpevolizzati: “come è possibile, un uomo vittima di una donna?” “che fortunato, a quale uomo non piacerebbe?” “non è un vero uomo se fa la vittima” etc.etc.). Ho sentito più di una persona aver disdetto l’abbonamento a Mind e/o Le Scienze dopo questa uscita: è un peccato perché vi si trovano anche contenuti di ottimo livello (laddove si fa scienza e non propaganda). Mi auguro vogliate aggiustare il tiro con una rettifica o una rubrica di pari tono che si occupi di linguaggio misandrico e diritti maschili. Eventualmente, potremmo tenerla noi di La Fionda. Gratuitamente.

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