Bambini e sofferenze maschili durante la guerra civile spagnola

A proposito della Guerra Civile spagnola (1936-1939): «Ragazzini di quindici anni venivano fatti arruolare dai genitori, ovviamente per le dieci pesetas al giorno che erano la paga dei miliziani, ma anche per il pane che i volontari ricevevano in abbondanza e riuscivano a spartire di contrabbando con la famiglia». «E almeno una buona metà dei cosiddetti uomini erano in realtà ragazzini – voglio dire, letteralmente ragazzini, al massimo sedicenni». «La centuria era una masnada senza addestramento composta perlopiù da ragazzini sotto i vent’anni. Ogni tanto, tra le file della milizia, ci s’imbatteva in bambini anche di undici, dodici anni, di solito profughi da territori controllati dai fascisti, che erano stati arruolati come miliziani perché era il modo più facile di mantenerli. Di regola erano impiegati in lavoretti leggeri nelle retrovie, ma a volte riuscivano ad arrivare di soppiatto in prima linea, dove erano un vero e proprio pericolo pubblico. […] Sul Monte Pocero non credo ci fosse nessuno al di sotto dei quindici anni, ma l’età media doveva comunque essere molto inferiore ai vent’anni. Ragazzi di quell’età non dovrebbero mai essere usati in prima linea, perché non resistono alla mancanza di sonno che è parte inseparabile della guerra in trincea».

La guerra civile spagnola (1936-1939) fu per il mondo occidentale il campo di sperimentazione e di esercitazione di ciò che sarebbe diventata la Seconda guerra mondiale, un grande “appuntamento etico”, gravido delle “suggestioni di una crociata”, dove predominava una visione quasi religiosa del futuro dell’umanità. La maggior parte degli intellettuali si schierarono con le forze repubblicane. Alcuni vissero il conflitto in situ, come Willy Brandt, Ernest Hemingway o John dos Passos. Alcuni decisero di combattere, come André Malraux. Questo ultimo fu il caso anche di George Orwell, gravemente ferito alla gola durante i combattimenti. Il suo romanzo “Omaggio alla Catalogna” (1938) è il personale resoconto, scritto in prima persona, della sua esperienza durante i combattimenti e, ancora più importante, durante la convalescenza nelle retrovie. Rastrellamenti, fucilazioni sommarie, manipolazione, indottrinamento, questa esperienza traumatica nelle retrovie sarà la fonte di ispirazione dei suoi capolavori “La fattoria degli animali” e “1984”. Mentre al fronte si combatteva una guerra civile, durante la convalescenza a Barcellona, Orwell visse una seconda guerra civile all’interno della parte repubblicana. La sua vita a Barcellona era costantemente in pericolo. Nel giugno di 1937 riuscì a lasciare la Spagna clandestinamente.

Bambini e non bambine.

In omaggio alla Catalogna, Orwell descrive ciò che vede: la guerra. Come è sempre stata. Adolescenti, persino bambini, mandati al fronte, a morire, a qualsiasi età, magari per mantenere la famiglia, madre e sorelle: «il pane che i volontari ricevevano in abbondanza e riuscivano a spartire di contrabbando con la famiglia». Ovviamente disertori e nemici fucilati: «Qualche isolato disertore poteva essere fucilato – qualche volta in effetti lo è stato». «Dopo essere passati al Comité de Guerra e ispezionato la fila di buchi nel muro – buchi provocati da raffiche di fucile, dato che vari fascisti erano stati giustiziati lì». I feriti, i veterani di guerra, una volta che non sono più “funzionali”, spendibili, non interessano a nessuno: «I feriti, anche quando saltellavano in giro con le stampelle, non ricevevano nessuna particolare considerazione». Migliaia di prigionieri, molti di loro spariti nel nulla: «Le prigioni erano ancora piene di detenuti arrestati in seguito agli scontri di maggio , ma anche altri – naturalmente sempre anarchici o aderenti al POUM – continuavano a sparire in galera uno o due alla volta. A quanto si riusciva a capire, nessuno veniva mai processato e neanche accusato formalmente – neanche per un’imputazione circostanziata come quella di “trozkismo”; si veniva semplicemente sbattuti in galera e tenuti lì, di solito nel più assoluto isolamento».

bambine guerra civile barcellona
Barcellona, bambine per strade all’epoca della guerra civile.

La testimonianza di Orwell.

I bambini non riuscivano ad evitare né l’arruolamento né le prigioni: «C’era anche un ragazzo che non poteva avere più di dodici anni; a quanto pareva stavano arrestando anche i bambini». Le condizioni in prigione erano disumane: «Ma bastava vedere com’erano le prigioni spagnole […] per rendersi conto di quanto scarse fossero le possibilità che un malato venisse curato a dovere. Quelle prigioni erano posti che possono essere descritti soltanto come segrete. In Inghilterra si deve risalire fino al diciottesimo secolo per trovare qualcosa di paragonabile. La gente era stipata in stanzette dove c’era a malapena lo spazio per sdraiarsi a terra e spesso era tenuta chiusa in cantine e altri luoghi scuri. E non era una misura temporanea – ci sono stati casi di persone tenute anche quattro o cinque mesi senza poter vedere la luce del sole». Qualcuno potrebbe obiettare che tra i miliziani delle forze repubblicane e in prigione c’erano tanto uomini quanto donne, ed è vero. Ma il numero diviso per sesso e il trattamento sono completamente asimmetrici, come tra l’altro lo sono sempre stati nel corso della storia dell’umanità. George Orwell fornisce di nuovo chiari indizi di questa asimmetria: «C’erano anche delle donne nelle file della milizia, anche se non erano molte». A proposito della partenza al fronte: «La caserma all’improvviso si riempì di donne che sembravano essere spuntate dal nulla e che aiutavano i loro uomini ad arrotolarsi la coperta e a riempire lo zaino».

Orwell non parla di uomini che aiutano e salutano le donne che partono verso il fronte, perché non esistono. Parimenti nelle prigioni «si vedevano donne che scioglievano miseri fagotti di cibo che avevano portato ai loro uomini imprigionati». Nemmeno qui l’autore menziona gli uomini che portano del cibo alle loro donne incarcerate, realtà che non esiste. In altre parole, donne libere, uomini in prigione. Orwell descrive il metodo della polizia per arrestare uomini: «Forse uno o due erano riusciti a nascondersi, ma la polizia aveva adottato il metodo (ampiamente usato da entrambe le parti in questa guerra) di prendere in ostaggio la moglie di un uomo se questi spariva dalla circolazione. Non c’era modo di sapere quante persone fossero state arrestate. Mia moglie aveva sentito dire che erano quattrocento nella sola Barcellona. In seguito ho pensato che anche all’epoca quel numero doveva esser stato maggiore. Erano state arrestate le persone più impensate. In alcuni casi la polizia era arrivata perfino a trascinare miliziani feriti via dagli ospedali». Alla polizia non viene in mente di prendere in ostaggio anche i mariti, per il semplice fatto che non vuole arrestare le loro donne. Gli uomini venivano trascinati nelle prigioni anche feriti, dagli ospedali.

george orwell
George Orwell

Il furbesco cambio di piano.

«Fabbriche e officine per noi. Gli uomini al fronte», recitava il manifesto CNT-UGT nella zona repubblicana. Parimenti Dolores Ibárruri, detta La Pasionaria, leader della lotta repubblicana, affermava: «è meglio essere la vedova di un eroe che la moglie di un codardo»; e Federica Montseny, prima donna in Spagna ad assumere una carica ministeriale, racconta: «di solito afferrava gli uomini dalla giacca e urlava loro contro: “Andate al fronte a difendere Madrid, se avete i c…!”» (citazioni tratte dall’opera La grande menzogna del femminismo, p. 1038). In altre parole, come ci spiega George Orwell: «Se un somaro s’impuntava era del tutto normale prenderlo a calci nei testicoli». Questo fu l’atteggiamento che le donne misero in atto nei confronti degli uomini durante la guerra civile spagnola: gli uomini devono onorare i propri impegni maschili. Un atteggiamento non dissimile a quello mantenuto dalle femministe della prima ondata che, al contrario di Orwell, non partirono al fronte, ma mandavano gli uomini. Spirito guerrafondaio di queste femministe – che include il noto episodio delle piume bianche durante la Grande Guerra – già trattato in un intervento precedente.

Oggi, come ieri, tanto in Ucraina come in Palestina, questa asimmetria nella guerra è appena cambiata. Ogni volta che guardo i pochi video che mette a disposizione il governo israeliano di interventi militari sul fronte nella striscia di Gaza, cerco tra i soldati dell’esercito più egualitario al mondo delle donne, ma non le vedo. Misteriosamente sono tutti uomini. La guerra è il flagello più terrificante provocato dall’essere umano, la coscrizione maschile la schiavitù più duratura della Storia dell’umanità. La sofferenza maschile sproporzionata e agghiacciante. Ogni volta che mi è capitato di sollevare la questione tra le donne, si cerca di ribaltare la questione in modo che la sofferenza maschile diventi la sofferenza femminile e il centro della discussione: era vietato alle donne arruolarsi per la bassa condizione che il Patriarcato aveva sulle donne, sottomesse alla volontà maschile, ecc. Al posto di concentrarsi sulla vera vittima, l’uomo coscritto, prigioniero, mutilato, torturato o ucciso, si distoglie e riconduce l’attenzione sulla donna. Come al solito, dal pagliaio della sofferenza e della discriminazione maschile si cerca sistematicamente di trovare l’ago dell’oppressione femminile. Sarebbe come affermare che la tratta di donne, allo scopo di sfruttarle sessualmente, sarebbe il risultato dello scarso valore sessuale che la società conferisce al corpo maschile e ci si dovrebbe concentrare su questo per risolvere la questione. Stessa retorica, stessa terrificante carenza di empatia per la sofferenza altrui.

Dolores Ibárruri
Dolores Ibárruri

«È meglio essere la vedova di un eroe che la moglie di un codardo».

Valga come semplice (e terrificante) esempio questa riflessione di un libro di filosofia di Scuola superiore: l’uguaglianza può comportare il rischio «dell’adozione da parte delle donne del modello maschile quale ideale di realizzazione umana, come suggerisce questo manifesto per l’arruolamento risalente al primo conflitto mondiale». (Agorà, manuale di filosofia. Il dibattito contemporaneo. Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori, 2008, ristampa 2019, p. 119). Il manifesto illustra una donna vestita in uniforme navale e proclama: “Magari fosse un uomo, mi arruolerei nella marina”. Sotto: “Sii un uomo e fallo. Marina militare americana, ufficio di reclutamento”. Gli autori del libro hanno trasformato il condizionamento maschile e la tragedia di milioni di morti in un’oppressione e condizionamento femminile – negli stessi anni, tra l’altro, durante i quali le femministe distribuivano piume bianche tra gli uomini per indurli ad arruolarsi, come fa il manifesto (nessuna menzione sul libro di testo a questo episodio storico). Dal manifesto affiora un terrificante – e micidiale – condizionamento sugli uomini, non sulle donne come il testo cerca di far credere – indottrinando così gli studenti.

Anche nell’ipotesi che il manifesto sia stato realizzato esclusivamente da uomini, l’uso di figure femminili per indurre gli uomini ad arruolarsi non ha mai trovato alcuna critica da parte delle donne, men che meno dalle femministe. Perché? Il motivo lo spiega George Orwell, da un esempio preso dalla natura: «Dietro le linee si incontravano contadini con le rose selvatiche infilate dietro le orecchie. Di sera uscivano con certe reti verdi a caccia di quaglie. Si stende la rete sopra l’erba, poi ci si acquatta e si fa il verso della quaglia femmina. I maschi che sentono quel richiamo accorrono sul luogo e, appena sono sotto la rete, viene tirato un sasso in modo che, spaventati, si alzino in volo e vi rimangano impigliati. A quanto pare con questo sistema si acchiappano solo i maschi delle quaglie, cosa che mi pareva piuttosto ingiusta». Biologicamente l’uomo non solo accorre al richiamo sessuale della donna, accorre anche alla richiesta di aiuto di donne e bambini indifesi e in pericolo. Le piume bianche delle femministe e il manifesto summenzionato ne approfittano e mirano a rafforzare questo comportamento istintivo maschile. In altre parole: «è meglio essere la vedova di un eroe che la moglie di un codardo», messaggio che non è rivolto alle donne, ma agli uomini! Ma queste parole non si trovano nei libri di testo scolastici.

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