Il destino dell’umanità nelle mani di una donna: Victoria Nuland

Sul terribile scenario bellico in Ucraina vediamo sfilare quasi esclusivamente figure maschili. Biden, Putin, Zelenskij, ma anche altri leader europei come Macron, Sholtz, Draghi (e l’unica eccezione di fatto irrilevante della Von Der Leyen) o internazionali come Stoltenberg (NATO). Eppure, stando alle nostre ricerche e secondo moltissimi analisti occidentali e orientali, buona parte della cause, dello svolgimento attuale e dell’imminente esito della guerra in corso, dunque i destini dell’umanità, sono nelle mani di una donna: Victoria Nuland. Il nome non è noto, ed è normale che sia così. Non è un personaggio politico di primo piano, anzi non è proprio un personaggio politico. Si tratta di una alta-altissima burocrate del dipartimento del governo americano che si occupa di relazioni estere. Uno di quei personaggi che restano al proprio posto, anzi vengono promossi, qualunque sia l’amministrazione in carica: che il presidente sia democratico, come Bill Clinton (sotto cui ha iniziato la sua carriera), o repubblicano, come Bush, poco cambia: lei è sempre lì. Oggi, sotto la presidenza di Joe Biden, Victoria Nuland ricopre l’importante ruolo di Sottosegretario di Stato per gli Affari Politici, dove risponde ad Anthony Blinken, il corrispondente del Ministro degli Esteri per gli USA, e ovviamente al presidente Biden.

Laureata in una prestigiosa università americana, fluente in russo e tedesco, Nuland ha oggi 61 anni, è sposata con un altro altissimo funzionario del governo statunitense e non ha mai avuto figli. Si è occupata di Russia e Ucraina fin dai suoi primissimi passi nell’amministrazione USA che si occupa degli esteri, in particolare in quella sezione specializzata in regime change, cioè nei cambi di regime realizzati in paesi di interesse strategico per gli Stati Uniti. Per intenderci, è quella sezione che inventa, organizza e finanzia le varie “primavere” o “rivoluzioni arancioni” o “rivoluzioni fiorite” in giro per il mondo, dall’Asia, al Nord Africa al Sud America, grazie a cui i governi legittimi vengono rovesciati e si aprono le porte a investitori e spoliatori a stelle e striscie. L’area d’interesse della Nuland, come si è detto, è da sempre quella russo-ucraina. C’è lei dietro la “rivoluzione del Maidan”, per molti un colpo di Stato. Rumors sostengono che sia stata lei a ideare la presenza dei cecchini che, durante le sommosse tra il 2013 e il 2014 a Kiev, spararono indiscriminatamente a poliziotti e manifestanti, provocando i morti e feriti necessari a innescare il regime change. Molto più sostanziali e comprovati sono i suoi legami con le frange estremiste di destra ucraine, da “Settore Destro” ai battaglioni “Aidar” e “Azov” e similari.

Victoria Nuland Petro Poroshenko
Victoria Nuland con l’ex presidente ucraino Petro Poroshenko.

La burattinaia del regime ucraino.

Unico momento di celebrità della Nuland fu quando, nel 2014, trapelò la registrazione di una sua telefonata con l’ambasciatore USA a Kiev. Discutevano con disinvoltura su chi mettere al potere al termine della “rivoluzione”, l’ambasciatore fece presente un’indicazione proveniente da Bruxelles e la Nuland rispose, senza tanti complimenti: «fuck the EU» (l’Unione Europea si fotta). La Nuland ha dalla sua, però, la capacità di passare indenne attraverso le difficoltà: nulla accadde dopo la diffusione di quella registrazione, e ancora nulla accadde dopo alcune sue audizioni di fronte a commissioni d’inchiesta parlamentari, dove ammise la presenza di gruppi neonazisti nelle manifestazioni del Maidan, o ancora di recente quando ha ammesso la presenza di biolaboratori militari americani in Ucraina, esprimendo per di più il timore che possano finire in mano russa. Il tutto dopo aver giurato e spergiurato pubblicamente poco tempo prima che nessuna biosperimentazione militare targata USA era mai stata fatta in Ucraina. Incidenti di percorso che non le hanno sbarrato la carriera: Victoria Nuland è e resta la burattinaia di tutto ciò che è accaduto in Ucraina dal 2014 a oggi. Nulla escluso: dalla scelta dei governi all’uso delle forze paramilitari fasciste, dalla totale e spietata spoliazione dell’Ucraina (sul modello della Russia anni ’90) alle leggi discriminatorie verso la popolazione russofona, dall’elezione (anzi il casting) di Zelenskij all’aggressione armata del Donbass, dal progetto di integrazione ucraina nella NATO al coordinamento dei biolaboratori militari con le grandi aziende energetiche in cui sono coinvolti figli di noti politici americani (Romney, Kerry, Pelosi e naturalmente il figlio di Biden).


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C’è un particolare: Victoria Nuland odia visceralmente la Russia. Qualcuno sostiene sia un odio atavico: suo nonno dovette lasciare l’impero russo per evitare i pogrom e avrebbe portato con sé un risentimento che è poi maturato nella nipote. Molto più realisticamente, la Nuland porta avanti l’agenda politica egemone americana, che non ammette un mondo diverso da quello unipolare scaturito dal periodo post 1989, e dunque prevede l’annientamento dei concorrenti, oggi la Russia e la Cina, domani l’India e il Brasile e chissà chi altro. Lei è il braccio operativo destinato a riportare la Russia al periodo decadente post-sovietico. E ha operato efficacemente in questo senso per molti anni, come si è detto. Continua ancora ora, non più tirando direttamente i fili di Zelenskij, declassato in tempo di guerra a mero public relater verso l’occidente, ma distribuendo ordini al vero leader attuale in Ucraina, Dmytro Yarosh, noto esponente dell’ultradestra nazionalista. La stessa con cui la Nuland aveva progettato, fissandolo a metà marzo, un attacco in forze dell’esercito ucraino per la liquidazione del Donbass. Un attacco USA-style: bombardamenti a tappeto, demolizione di tutto, civili e militari inclusi, e a seguire ripulitura con le truppe di terra. L’intervento russo pare così aver bruciato il piano, prendendo tutti in contropiede, entrando in Ucraina un mese prima e trovando ammassato l’esercito ucraino proprio alle porte del Donbass.

Dmytro Yarosh
Dmytro Yarosh

I destini dell’umanità nelle mani di Victoria Nuland.

Come faceva il Cremlino a sapere dell’operazione imminente di Kiev sul Donbass? Attività di spionaggio? Immagini satellitari segrete? Niente affatto. Victoria Nuland è una donna e porta con sé pregi e difetti della natura femminile. Tra i pregi c’è l’astuzia, tra i difetti c’è quella di accusare gli altri di malefatte di cui in realtà si è già autrici. È esperienza diffusa che quando una donna accusa il compagno di tradirla e mostra una forte gelosia, in genere è perché lei stessa sta maturando o ha già maturato e concretizzato un interesse verso qualcun altro. Un’attitudine che il femminismo ha elevato al rango di arte diabolica, com’è noto. Ebbene, è stata la stessa Victoria Nuland, nell’autunno scorso, a gridare in faccia ai russi (letteralmente, non è una metafora, ci sono testimoni) accusandoli di ammassare truppe al confine con l’Ucraina, proprio mentre era l’Ucraina a farlo nell’area del Donbass. All’accusa la Nuland ha accompagnato minacce nemmeno troppo velate di risposte e ritorsioni. Lì i russi hanno capito. Hanno capito che qualcosa di grave bolliva in pentola in quell’area, ma soprattutto che era arrivato il momento della verità. Il comportamento della Nuland, anche nella sua forma diplomaticamente riprovevole, aveva il secondo fine di attirare la Russia in una guerra inevitabile, con la prospettiva di trascinarci dentro anche l’occidente, in primis gli Stati Uniti. Prima con sanzioni tali da mettere in ginocchio il nemico e poi con l’esercito. Obiettivo: la distruzione della Russia, in modo da passare poi comodamente a occuparsi della Cina. Nella sua smania anti-russa, però, la Nuland non ha calcolato che fin dal 2014, con un balzo in avanti dal 2016 in poi, la Russia si era attrezzata militarmente ed economicamente per reggere il colpo, ed ecco che siamo al momento cruciale, cioè ad oggi.

Oggi la Russia sta raggiungendo, con calma e precisione, gli obiettivi che si era prefissata nell’ambito di una guerra in cui è stata trascinata a forza e per la quale era però preparata da tempo. Questo è il vero contropiede che fa impazzire la Nuland e, di conseguenza, gli Stati Uniti e le sue colonie europee, tanto da giustificare la psy-op martellante a cui si sta assistendo da settimane. Di fatto, il piano dell’intraprendente sottosegretaria di Stato per sbriciolare la Russia è già fallito. Ma è definitivamente fallito? In realtà no, ed è questa la brutta notizia. La Nuland non ci sta a perdere una partita su cui lavora dagli anni ’90, ed è così che cerca una soluzione “all’americana”: una false flag, un incidente creato ad arte (l’uso di armi chimiche o nucleare) e a breve, per incolpare i russi e trascinare i militari occidentali in un conflitto globale, nucleare e dunque definitivo. Dalla parte della Nuland ci sono i politici e i media americani e occidentali. Contro la Nuland sono schierati coloro che dovrebbero scendere in battaglia: i militari. La NATO tentenna, il Pentagono è nettamente contrario. Sanno che sul campo troverebbero nemici motivatissimi e che il rischio di una disfatta epocale sarebbe più che concreto. Soprattutto sanno che, a quel punto, ogni opzione sarebbe sul tavolo, anche quella atomica, con il conseguente annientamento dell’umanità e della vita su gran parte del pianeta terra per i prossimi secoli a venire. Se i militari avranno la meglio, si avrà soltanto lo sbriciolamento graduale dell’impero americano e un nuovo equilibrio multipolare. Se avrà la meglio Victoria Nuland, colei che oggi tiene nelle sue mani già sporche di sangue i destini dell’umanità, probabilmente ce ne accorgeremo in modo diretto e definitivo. A meno che, ipotesi comunque improbabile, qualcuno a Washington non decida di sollevarla dal suo incarico riducendola finalmente in condizione di non nuocere.

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