Il femminismo e la glorificazione dell’aborto (1)

«Nessuna persona sana di mente è per l’aborto, nessuno si alza la mattina dicendo “ah che bell’intervento mi aspetta”, è veramente l’ultima risorsa, ma la libertà riproduttiva e il diritto di scelta appartengono alla donna, giusto? In realtà, si tratta di essere pro-scelta, niente di più», così si esprime Gloria Steinem nel film The Glorias. Così esprimeva la celebre attivista femminista alla fine degli anni ’60 tutta la drammaticità che questo intervento comporta per una donna: «Nessuna persona sana di mente è per l’aborto». Ora riguardatevi le manifestazioni femministe degli ultimi vent’anni. Canti e cori festivi che invocano l’aborto di qualcuno sgradito (cioè, invocano la morte, la cancellazione di qualcuno), ora di Trump, ora di Abascal – capo dell’opposizione in Spagna –, ora di qualcun altro: «Quanto mi dispiace che la madre di Abascal non abbia potuto abortire!». Oppure lo mimano: «Mimò Maria che abortiva Gesù e pisciò sull’altare. Sarà risarcita». Oppure festeggiano alla grande la legalizzazione dell’aborto, come se fosse un matrimonio o la vincita di un mondiale di calcio, come fanno le donne delle Unione Donne Sammarinesi in questo video. Svanita nel nulla tutta la drammaticità che nella mente degli individui comportava questo intervento mezzo secolo fa, ora si tratta di un avvenimento lieto, da praticare con gioia e celebrazioni. Se c’è un esempio paradigmatico che evidenzia come la politica sia riuscita a spostare l’opinione pubblica su un determinato concetto mediante la finestra di Overton, questo di sicuro è l’aborto. Un gesto una volta inconcepibile ed estremo, criminale e proibito, è stato trasformato gradualmente, grazie a una martellante campagna nel tempo, prima in un gesto accettabile in alcuni casi di estremo bisogno, fino a farlo diventare oggi, pressoché ovunque nel mondo occidentale, oltre che legale, diffuso e auspicabile.

Senza bisogno di entrare nel merito sull’aborto – cosa che verrà fatto nei prossimi interventi –, al di là di quale sia la posizione sull’argomento, favorevole o contraria, onestà intellettuale ci imporrebbe di ammettere l’esistenza di una campagna condotta e diretta dall’alto, iniziata mezzo secolo fa, allo scopo di allargare lo spettro dell’accettabilità sociale dell’aborto. In linea con il rifiuto sociale dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento, le femministe della prima ondata erano antiabortiste, concepivano l’aborto come un crimine atroce. Bisognerà aspettare il femminismo eugenetico, di cui la figura iconica fu Margaret Sanger (1879-1966), per concepire per la prima volta all’interno del movimento l’aborto in maniera moralmente lecita e auspicabile. Ma la grande rivoluzione sociale avverrà durante la seconda ondata femminista, prima all’interno del movimento, e dopo esteso all’intera società. Il primo passo consistette nella demonizzazione della maternità e di tutto quello che la riguardava (gravidanza, allattamento, parto). Se ne occupò Simone de Beauvoir nel suo capolavoro Il secondo sesso (1949), la Bibbia del femminismo. La maternità era sinonimo di «schiavitù». Da allora i proclami contro la maternità non si sono mai fermati.

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Il cambio di percezione sull’aborto.

Oggi il Corriere della Sera intitola: «Tagli, infezioni ed episiotomia: non c’è niente di perfetto nella maternità». In Spagna, la ministro della Salute, Carmen Montón, afferma: «La maternità è schiavitù, la maternità è assoggettamento, persino quando è desiderata e volontaria. Le donne sono costrette a generare e partorire per il patriarcato». Nel 2020 il governo di Spagna ha destinato 3.392.233 euro a portare avanti la gravidanza e 32.218.185 euro ad agevolare l’aborto. Sulla stessa linea dei finanziamenti viaggiano le informazioni delle istituzioni pubbliche sulla maternità. Questo è il messaggio dell’Instituto de la mujer (Istituto della Donna), ente pubblico del governo spagnolo, rivolto alle donne: «La maternità penalizza la tua carriera professionale. […] la maternità sta impoverendo strutturalmente e sistematicamente le donne». Di conseguenza, l’immaginario femminile costruito attualmente nelle giovani menti da queste campagne può essere condensato da queste parole: «un figlio è la fine della libertà che hanno e della felicità che vorrebbero raggiungere […] un figlio metterebbe in una sorta di custodia cautelare e loro non hanno nessuna voglia di rinunciare alla loro libertà, ai loro progetti. […] il figlio è un’insidia? Lo è, evidentemente, e fra le più pericolose. […] Per capire il rapporto fra le donne e la maternità dobbiamo immaginare due piatti della bilancia. In uno c’è la libertà, nell’altro c’è la maternità». Lontani sono i tempi quando Cornelia, figura emblematica dell’Antica Roma, madre dei Gracchi, ostentava ed esaltava i propri gioielli mostrando i suoi figli: «questi sono i miei gioielli». Quale maggiore orgoglio per una donna nel mondo storico di quello di diventare una brava madre?

Quando la donna diventava madre lo status sociale di lei si alzava notevolmente. «Alle madri. Perché siete l’eredità più pura e sacra che Dio ci ha lasciato! Perché la vostra presenza ci incoraggia nella lotta, e quando non ci siete più ci consolate con il vostro ricordo! Perché il vostro spirito di sacrificio e di sacra devozione crea nel nostro petto un altare di amore, di fede e di speranza! Con sublime venerazione, rispetto e affetto filiale, vi dedichiamo questo monumento, che rimarrà nel tempo, con infinito fervore di generazione in generazione», così recita il Monumento alle madri eretto a Cuba. Altri monumenti alle madri ci sono negli Stati Uniti, in Messico, Argentina, Nicaragua, Honduras… La condizione di madre ha sempre goduto in ogni cultura di grande prestigio, così come godeva la condizione dell’eroe-soldato, a entrambi sono stati eretti dei monumenti, al milite ignoto e alle madri. Il parto in alcune culture era conosciuto come “la guerra delle donne”, e alle donne che morivano durante il parto venivano offerti onori funerari come ai guerrieri. Anche le donne gravide erano tenute in alta considerazione. Per i marinai la nave rappresentava una proiezione dell’immagine contenitiva e protettiva del grembo materno, come testimoniano le figure femminili delle polene. Il naufragio veniva considerato come un fallimento o un tradimento materno, in cui il ventre si trasformava in una tomba, una bara che trascinava sempre più a fondo l’anima naufragata. Insomma, come un aborto.

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La copertura della povertà.

Se la maternità è una condizione deleteria, come viene prospettata oggi, e il figlio in grembo è una maternità in potenza, il modo più semplice per evitare la condizione deleteria della maternità è quello di estirpare il seme all’inizio, mediante un aborto. Una volta demonizzata la maternità e reso l’aborto un mezzo per liberarsene, il passo successivo è stato quello di renderlo accettabile moralmente, di eliminare l’alone di biasimo e di negatività che avvolgeva questo intervento. Dice Ritanna Armeni su “Il Foglio”: «…alcuni decenni fa in tante abbiamo lottato per ottenere una legge sull’aborto che non punisse le donne ma accettasse la loro scelta. Anche allora non accettavamo l’obbligo alla maternità, non volevamo che la biologia interferisse con la libertà, che per noi donne ci fosse un destino segnato. […] Ma noi, pur di vincere, facemmo un compromesso con l’immaginario femminile prevalente nella società. Parlammo di donne povere e disperate che di figli ne avevano già tanti e non potevano permettersene un altro, di pericoli per la vita della madre, di giovani spezzate da un avvenimento non previsto e che erano costrette a privarsi del loro bambino, di aborto come dramma. […] evitammo di dire che la nostra era una ribellione contro la biologia, l’affermazione di una libertà. Questa parola la nominammo poco». Ecco qui, nero su bianco, la rivelazione di quello che è un segreto di Pulcinella. Per smuovere a loro favore l’opinione pubblica si fece appello alle povere e disperate madri che non riuscivano a dare da mangiare i figli, a casi tragici ed estremi che, semmai esistevano, erano più unici che rari.

In questo modo la “crudeltà” del gesto si tramutava in compassione. In tutto l’occidente la povertà e le vite di giovani donne da salvare furono i pretesti per promuovere socialmente l’aborto, che nascondevano la libera e spregiudicata scelta delle donne, come in realtà fu. Nessuna di queste povere donne che praticarono l’aborto per risparmiare ai figli una vita di penuria e sofferenza, volle però predicare con l’esempio suicidandosi, per risparmiarsi la sofferenza e la miseria della vita. La questione economica è sempre stato il jolly che sfodera la società quando non si sente di esprimere un giudizio morale negativo sul comportamento femminile. Così è successo con l’aborto e così succede oggi, ad esempio, sulla questione dell’inverno demografico. «Per decidere di avere figli, i giovani hanno bisogno di un lavoro certo, una casa e un sistema di welfare e servizi per l’infanzia. In Italia, purtroppo, siamo molto indietro su tutti questi fronti», discorso del presidente del Consiglio Mario Draghi sulla natalità. No. Ancora Ritanna Armeni: «L’economia non c’entra e la povertà neppure. C’entrano le nostre scelte […]. Le ragazze che io vedo e incontro non sono esseri umani piegati dalle difficoltà del vivere, costrette a sacrificare la natura materna alla legge di un mondo crudele, […] hanno spesso un lavoro fisso e, se non ce l’hanno, possono contare su una precarietà protetta dalla famiglia».

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La rivendicazione dell’aborto.

Anche il linguaggio fu messo al servizio dell’intervento di lifting sull’aborto: fu definito “salute riproduttiva”, come se la gravidanza fosse una malattia, chiamarono “cliniche abortiste” luoghi che non curano alcuna malattia, contenuto semantico del termine “clinica” e “interruzione  della gravidanza” un’operazione che non interrompe nulla, ma lo termina. L’aborto divenne una “battaglia di civiltà”. Nel 1971 Simone de Beauvoir scrive Il Manifesto delle 343. In Francia 343 donne ammettevano di aver avuto un aborto, esponendo se stesse alle relative conseguenze penali: «Ogni anno in Francia, abortiscono un milione di donne. Condannate alla segretezza, sono costrette a farlo in condizioni pericolose quando questa procedura, eseguita sotto supervisione medica, è una delle più semplici. Queste donne sono velate, in silenzio. Io dichiaro di essere una di loro. Ho avuto un aborto. Così come chiediamo il libero accesso al controllo delle nascite, chiediamo la libertà di abortire». Dopo aver demonizzato la maternità venti anni prima, ora è il momento per Simone de Beauvoir di rivendicare l’aborto. Orgogliosamente. «Io dichiaro di essere una di loro». L’aborto diventa un atto di lotta. Il tempo è maturo per far rientrare di pieno l’ideologia nel tema “aborto”, per colpevolizzare l’uomo e vittimizzare e rivendicare la donna. (Continua domenica prossima).

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