La fabbricazione dell’immaginario femminista (2)

«Yo por ellas, madre; y ellas por mí» (“Io per loro, madre; e loro per me”; in spagnolo il genere del pronome “loro” è marcato: esse, “Io per esse, madre; ed esse per me”) recita il più noto verso dell’ennesimo canto femminista in spagnolo di moda qualche anno fa. Durante l’ultima campagna elettorale in Spagna del 2019, il partito della Ministro spagnola delle Pari Opportunità, Irene Montero, lanciò lo slogan, in un video, «Por nuestras abuelas, madres, nietas e hijas» (“Per le nostre nonne, madri, nipoti e figlie”, in spagnolo il genere del sostantivo “nipote” è marcato al femminile). Formule sintetiche di questo genere sono ricorrenti nel mondo femminile e femminista, e meritano una profonda riflessione. Innanzitutto costruiscono una coscienza femminile collettiva. Questa costruzione non è innocua, ha delle ricadute sul mondo materiale e spirituale attraverso la politica. Volente o nolente, il femminismo è un movimento con una agenda politica da attuare, che cerca di realizzare mediante la conquista della simpatia e del sostegno della metà dell’elettorato. E bisogna riconoscere che questa “costruzione” sta avendo successo, nel mondo occidentale l’elettorato femminile, tradizionalmente di destra, da qualche decennio sta virando a sinistra, habitat naturale, anche se non l’unico, del femminismo.

Questi motti suggeriscono inoltre che esista nell’universo femminile un filo conduttore che unisce in un destino/lotta comune le donne del passato con quelle del presente e del futuro. L’immagine è molto potente, evocativa: le donne del presente e del futuro devono molto a quelle donne che le hanno precedute. L’idea è tanto suggestiva quanto scorretta, perché lascia fuori il contributo dell’altra metà dell’umanità, senza il quale le donne non avrebbero né il presente che conoscono né il futuro che si augurano di avere. Non soltanto il contributo degli uomini che ci hanno preceduti è omesso, questi motti insinuano – e la loro narrazione femminista lo conferma esplicitamente – che il destino/lotta comune femminile è colpa di essi, degli uomini, che hanno disegnato un mondo, denominato patriarcato, per fare soffrire le donne. Questa convinzione è il cuore della fede femminista, come è già stato prospettato in tante altre occasioni precedenti, e che continuerò a confutare in futuri interventi, anche all’interno di questa serie. Dunque, da un riconoscimento generale di tutti i nostri antenati, nonni e nonne, padri e madri, si passa a un riconoscimento parziale e scorretto, seppur suggestivo, di solo le antenate, le nonne e le madri, per finire in una condanna senza appello di tutti gli antenati maschi, nonni e padri. Anche se di un motto scorretto si tratta, il punto fondamentale da riflettere in questa sede è per quale motivo nessuno proclama lo stesso motto dall’altro lato: “per noi padri, per i nostri nonni, padri, nipoti e figli”. Da nessuna parte si affermano sentenze simili. Perché l’altra metà dell’elettorato tace?

equità uomo donna

La donna simbolica.

“Come si fa a creare una coscienza maschile di gruppo?” Questa domanda mi è stata posta durante una delle trasmissioni di Radio Londra alla quale ho partecipato. Non è vero che gli uomini non hanno una coscienza collettiva. Naturalmente che ce l’hanno, ma è diversa. Sarebbe più corretto parlare del tipo di coscienza collettiva che possiedono. Il femminismo, attraverso delle potenti lobby, i media, la scuola, le istituzioni, ha costruito nelle donne una forte coscienza collettiva rivendicativa. Le donne sono “vittime”, quindi pretendono, esigono, reclamano, e lo fanno indubbiamente con forza. Si tratta principalmente di una coscienza di genere ostile, “contro” una parte avversaria. Secondo il Diccionario ideológico feminista, «la donna è una classe sociale sfruttata e oppressa dall’uomo», e la maggior parte delle donne si percepisce proprio così, come classe sociale-sessuale. Agli uomini è stata costruita una coscienza di genere speculare, con il senso di colpa e un forte onere compensatorio nei confronti delle donne. Dunque noi uomini sì, abbiamo una coscienza di genere, ma si tratta di una coscienza compensativa nei confronti delle donne. Le donne invece possiedono una coscienza rivendicativa nei confronti degli uomini. Gli uomini hanno una coscienza rivendicativa soltanto come specie, non come genere. Al contrario le donne hanno principalmente una coscienza di genere, e in maniera molto più limitata degli uomini una coscienza come specie. Queste asimmetriche coscienze collettive sono dovute a una costruzione sociale o a una predisposizione naturale? Probabilmente entrambe svolgono un ruolo importante. In qualche intervento successivo della serie affronterò, di nuovo, la componente biologica. Per ora espongo qualche altro esempio sulla costruzione sociale della coscienza femminista e femminile.

Un motto femminista molto popolare in spagnolo è «si tocan a una nos tocan a todas» (“se toccano una, toccano tutte”, usato anche in italiano, come può confermare una semplice ricerca su Google). Questo motto si rifà a massime simili precedenti come, ad esempio, quella di Gandhi: «se un uomo cade, il mondo intero cade nella stessa misura». Nulla di sbagliato, tranne per il fatto fondamentale che la massima di Gandhi e similari comprendono tutta l’umanità, mentre i motti femministi e similari – ad esempio, i motti razzisti – riducono l’umanità a un gruppo specifico, ciò che giustifica altre letture moralmente riprovevoli. Nel caso di “se toccano una, toccano tutte” esclude l’esistenza dell’empatia maschile per il dolore femminile, come se noi uomini non potessimo soffrire per il dolore causato a una donna. Inoltre, non esiste “se toccano uno, toccano tutte”, queste donne che così esibiscono la loro incuranza per il dolore maschile, rivelano una carenza terrificante di empatia per la sofferenza dell’altra metà dell’umanità. Stessa impostazione avviene quando si parla di violenza sessuale o di omicidio. «Una donna viene uccisa per terrorizzare tutte le donne», intitola il giornale, affermazione dell’antropologa e nota femminista Marcela Lagarde. Un uomo può uccidere cento uomini. Avrà commesso cento omicidi. Ma se un uomo uccide una donna, come è stato spiegato nell’intervento precedente, non avrà commesso un omicidio, avrà ucciso una donna, simbolicamente, avrà ucciso mezza umanità. Non si tratta di un assassino, ma di un genocida.


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Susan Brownmiller

Invertire la narrazione?

Stesso discorso è valido per chi picchia, maltratta, abusa o stupra una donna. Nel 1975 è la giornalista Susan Brownmiller a dare una definizione del termine stupro, come «un processo cosciente di intimidazione mediante il quale tutti gli uomini mantengono tutte le donne in uno stato di paura». Di nuovo, la sentenza nega l’esistenza dell’empatia maschile per la sofferenza femminile, l’esistenza di eventuali vittime maschili e di eventuali autrici di violenza sessuale, e, naturalmente, rivela una carenza terrificante di empatia per la sofferenza dell’altra metà dell’umanità. Sentenze simili, ripetute per mezzo secolo in ogni sede, nella scuola e nei media, fabbricano l’immaginario femminista nelle donne e, ahimè, anche negli uomini. Il corporativismo femminile nei confronti dell’uomo oppressore dimora ormai nella psiche della donna odierna e, purtroppo, anche in quella dell’uomo, che è esposto e assimila gli stessi messaggi senza filtri. Prendete la stessa narrativa, le stesse sentenze, ribaltate i ruoli di vittima e oppressore, ripetetele per mezzo secolo, e fabbricherete coscienze di genere capovolte. È molto semplice.

Susan Brownmiller afferma che «lo stupro è un processo cosciente di intimidazione mediante il quale tutti gli uomini mantengono tutte le donne in uno stato di paura». Peter Brownmiller afferma che «la sottrazione dei figli nelle separazioni è un processo cosciente di intimidazione mediante il quale tutte le donne mantengono tutti gli uomini in uno stato di paura». Peter Brownmiller afferma che «le false accuse sono un processo cosciente di intimidazione mediante il quale tutte le donne mantengono tutti gli uomini in uno stato di paura». Peter Brownmiller afferma che «la morte per avvelenamento è un processo cosciente di intimidazione mediante il quale tutte le donne mantengono tutti gli uomini in uno stato di paura». Peter Brownmiller afferma che «la violenza psicologica è un processo cosciente di intimidazione mediante il quale tutte le donne mantengono tutti gli uomini in uno stato di paura». Peter Brownmiller afferma che «la falsa colpevolizzazione è un processo cosciente di intimidazione mediante il quale tutte le donne mantengono tutti gli uomini in uno stato di paura».

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