La piccola Diana Pifferi è stata uccisa dal femminismo (4)

Emily Ratajkowski è stata – e forse lo è ancora – la modello più pagata del mondo. Ha posato per i più importanti magazine, anche nuda e in biancheria intima. Ha pubblicato un libro, “Il mio corpo”, dove denuncia di essere stata trattata «semplicemente come un corpo», «il mio libro non è solo un’altra storia del #MeToo». In pratica, la donna più pagata al mondo come top model, invece di sentirsi fortunata e grata alla Natura (o al destino) per il bel corpo che si ritrova, che le permette di vivere da miliardaria senza fatiche immani, di appartenere e relazionarsi con quel gruppo minoritario di persone dell’alta società, irraggiungibile e miraggio di tanti, si lamenta, denuncia, è insoddisfatta, infelice, si sente vittima. Si tratta di una sensazione di inappagamento comune a tutte le donne, persino a quelle che dovrebbero sentirsi le più fortunate del mondo. Serena Williams è stata la sportiva di maggior successo della storia del tennis, ha vinto 23 Grande Slam, si è ritirata poco tempo fa. Ha dichiarato: «Non avrei mai voluto dover scegliere tra il tennis e una famiglia. Non credo sia giusto. Se fossi un ragazzo, non starei dicendo tutto ciò perché sarei là fuori a giocare e a vincere mentre mia moglie sarebbe impegnata con il lavoro fisico [gravidanza] ad ampliare la nostra famiglia». La maternità vissuta come un ostacolo, una disgrazia. «Forse sarei come Tom Brady [leggenda del football americano che ha giocato fino ai 45 anni] se avessi avuto questa opportunità». La tennista di maggior successo al mondo, invece di esprimere soddisfazione e gratitudine per tutti i trionfi e i riconoscimenti mondiali avuti (come ha fatto di recente Roger Federer), per tutti i soldi guadagnati, milioni – pagata tanto quanto gli uomini per partite più corte con meno set da giocare e prestazioni che sono simili a quelle dei migliori giocatori maschili diciassettenni, che non sono pagati per nulla come le donne –, per una carriera meravigliosa e fiabesca, per il miracolo di una maternità, cosa fa? Si lamenta, mossa da un’invidia insanabile verso l’universo maschile.

Cosa fanno le donne che, secondo gli attuali standard occidentali, sono le più privilegiate e fortunate al mondo? Si lamentano. Hillary Clinton, si lamenta. Rihanna, si lamenta. Inevitabilmente, sulla stessa scia, anche le donne che non possiedono affatto queste posizioni privilegiate si lamentano. «Basta lamentarsi, le lamentele rovinano la vita. Meglio aiutare gli altri e essere felici», ha detto Papa Francesco, rivolto principalmente alle donne, ricordando l’esempio di Maria che non si è mai lasciata andare allo scoraggiamento. Papa Francesco ha ragione, chi si lamenta di continuo è perennemente insoddisfatto, infelice. Ma Papa Francesco manca miseramente di centrare il punto, dovrebbe chiedersi perché in questa società il vittimismo, il lamento è la regola, soprattutto tra le donne. Da dove proviene questa lagna continua femminile? Perché la madre di Diana Pifferi non riesce a gioire della propria vita, a godersi la sua bambina? Non patisce la fame, non patisce il freddo, ha un tetto sotto il quale dormire, è fisicamente sana e ha una bellissima bambina, eppure non basta, è insoddisfatta e vuole la sua libertà. Il Papa non si chiede il motivo, evita il cuore della questione perché si è bevuto acriticamente, come la Chiesa e la maggior parte del mondo occidentale, tutta la narrazione femminista, dalla A alla Z, tanto da chiedere perdono alle donne.

Emily Ratajkowski
Emily Ratajkowski.

Il femminismo ha attaccato frontalmente tutte le grandi religioni, auspica la loro eliminazione, compresa la religione cristiana. Le femministe della seconda ondata hanno emesso un verdetto inappellabile: tutte le religioni sono patriarcali, hanno oppresso le donne e devono sparire (anche le femministe della prima ondata lanciarono aspre critiche contro le religioni, tanto da scrivere la Bibbia al femminile, ma non furono così radicali come la successiva ondata). «La Chiesa opprimeva le donne» (Historia(s) de mujeres en homenaje a M.a Teresa López Beltrán, Volume I, Perséfone. Ediciones Electrónicas de la AEHM/UMA, 2013., p. 144). Punto. Chi dice opprimeva, dice opprime. Infatti, cosa è cambiato? L’espressione “femminismo religioso” è un ossimoro, una contraddizione in termini. Non può esistere il “femminismo cristiano” o il “femminismo islamico” o qualsiasi altro “femminismo religioso” vi venga in mente, perché o sei cristiano o sei femminista, o sei islamico o sei femminista, entrambi i termini sono inconciliabili. La narrazione femminista stabilisce l’oppressione storica della donna all’interno di società antiche che ruotavano intorno alle religioni e senza le quali l’oppressione sarebbe incomprensibile.

La dottrina femminista vuole, esplicitamente, demolire le religioni, e cosa fanno quindi le religioni? Invece di difendersi, di difendere il proprio operato e di contrattaccare frontalmente, come fa il femminismo, cosa fa la Chiesa? Maschipentitismo, un controsenso assoluto. Il genere è una costruzione sociale, le donne non hanno bisogno di uomini, gli uomini e le donne sono uguali, il desiderio sessuale è uguale così come le diverse esigenze, una carriera è più significativa del matrimonio e dei figli, l’orologio biologico non è reale, queste e altre affermazioni simili, che spesso si rivelano false, muovono l’attivismo femminista per le donne e distruggono le relazioni sociali, la coesistenza tra i due sessi. Le donne rimangono quindi vittime di queste bugie che rendono loro infelici; donne in carriera che avrebbero voluto avere un figlio, che vorrebbero rimanere a casa a crescere una famiglia, che non trovano partner per costruire un futuro (1, 2, 3, 4), che non riescono a godersi il sesso in maniera così disinvolta come suggerirebbe la società, che uccidono l’amore romantico che in realtà auspicano. E così, a seguito della trionfante rivoluzione femminista e della libertà sessuale femminile raggiunta, abbiamo nel mondo occidentale un calo delle relazioni sessuali e del tasso di felicità femminile, ciò che è stato denominato il Paradosso del Declino della Felicità Femminile.


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Dimenticare la compassione.

Nel frattempo, finché la dottrina femminista disintegra le relazioni sociali, le religioni incomprensibilmente rimangono in silenzio, soggette ad un misterioso potere ipnotico che le femministe vantano in quanto donne. Ecco ad esempio le 7 virtù fondamentali dei cattolici: fede, speranza, carità, prudenza, giustizia, fortezza, temperanza. A parte, forse, la giustizia, quali sono gli altri valori tra questi che promuove il femminismo? La nota filosofa e femminista Amelia Valcárcel «rivendica [per le donne] il diritto alla malvagità». Non poteva essere più d’accordo Angelina Jolie, Ambasciatrice di Buona Volontà per conto dell’ONU: «il mondo ha bisogno di donne cattive» (attualmente sta facendo il tirocinio sul suo ex marito, Brad Pitt). Secondo la storica femminista Phyllis Chesler l’autosacrificio è «un importantissimo strumento di manipolazione della donna da parte dell’uomo». La donna «dovrebbe cessare di essere compassionevole». Negli anni Settanta, la National Organization for Women (NOW), la più grande associazione femminista americana, votò una mozione contro il volontariato, strumento per manipolare e negare le donne. I valori tradizionali ribaltati.

Ho già accennato come il femminismo abbia smarrito le strade dell’anima di tutte le grandi religioni, in quello che in molti hanno definito la Regola d’oro, una Regola Universale (in italiano, in inglese, in spagnolo): «Fate anche agli altri tutto quel che volete che essi facciano a voi» (Cristianesimo, Matteo 7, 12); «Ecco la somma della vera onestà: tratta gli altri come vorresti essere trattato tu stesso. Non fare al tuo vicino ciò che non vorresti che egli poi rifacesse a te» (Brahmanesimo [Induismo], Mahabharata I, 15-17); «Sicuramente questo è il massimo della bontà: non fare agli altri ciò che non vorresti che essi facessero a te» (Confucianesimo, Analetti 15,23); «Non ferire gli altri in modi dai quali anche tu ti sentiresti ferito» (Buddhismo, Udana-Varga 5,18); «L’uomo buono deve considerare i successi degli altri come i suoi propri e così i loro insuccessi» (Taoismo, Thai-Shang, 3); «Ciò che a te non piace non farlo al tuo prossimo! Questa è tutta la Torah, il resto è solo commento» (Ebraismo, Shabbat 31a); «Nessuno di voi è un credente fino a quando non desidera per il suo fratello quello che desidera per se stesso» (Islam, dagli hadith (detti) del Profeta Muhammad, Sunnah).

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Danni collaterali.

Il femminismo ha stravolto questa regola, ha stabilito che il dovere verso se stesse (solo per le donne) è più sacro del dovere verso gli altri. Alcuni, increduli, negheranno la realtà, non basteranno loro le citazioni che riporto, né leggere i testi femministi od osservare i loro comportamenti. Dunque, per quello che può valere, ecco le parole testuali di Simone de Beauvoir, la “madre del femminismo”: «…tutta la società – a cominciare dai rispettati genitori – la inganna [la donna] esaltando l’alto valore dell’amore, della devozione, del dono di sé, e nascondendole che né l’amante, né il marito, né i figli saranno disposti a sopportarne l’ingombrante peso. Essa accetta allegramente queste menzogne perché la invitano a seguire la china della facilità: e questo è il peggior delitto che si commette contro di lei; fin dall’infanzia e durante tutta la sua vita si fa il possibile per rovinarla, per corromperla». E questo lo scrive Simone de Beauvoir subito dopo la Seconda guerra mondiale, una guerra che ha falciato milioni di vite di uomini che hanno combattuto per le loro amanti, per le loro mogli, per le loro madri, in un paese, la Francia, colmo di monumenti ai caduti di uomini che si sono sacrificati al posto delle loro donne! (tutte le citazioni femministe di questo intervento sono tratte dall’opera La grande menzogna del femminismo, a pp. 1157-1158)

Se la donna è sempre la vittima discriminata, come stabilisce la narrazione femminista, è normale che si lamenti sempre, che sia sempre inappagata. E se il dovere verso se stessa è il più sacro di tutti, è normale che la sofferenza altrui sia ignorata, perché l’unica sofferenza esistente, e che importa, è la sofferenza femminile, “la mia sofferenza in quanto donna”. Nessuna empatia quindi per la sofferenza altrui, per i barboni o i carcerati, per l’impoverimento degli uomini dopo un divorzio, per i loro suicidi, per i lavoratori che muoiono di malattia dopo anni costretti a pagare le fatture alle ex, per il maltrattamento infantile… Catcalling! Sessismo del linguaggio! Violenza di genere! Vio-len-za di ge-ne-re! Libertà! «Osanna te stessa, celebra, commemora, esalta e pubblicizza ogni tua azione, ostenta i tuoi diritti, divinizza te stessa, parla ininterrottamente di te, di donne e donne e donne e donne e donne e donne e donne e donne e donne… Ecco la nuova morale». La madre di Diana Pifferi non ha fatto altro che mettere in atto, alla lettera, i valori femministi. Il femminismo è “un movimento che non uccide, che non fa morti” (Varela). Migliaia di vittime a causa della demonizzazione dell’allattamento naturale e la promozione dell’allattamento artificiale in Africa, di giovani vite rovinate da gravidanze nell’adolescenza, dalle droghe o dal carcere per non aver conosciuto un padre, di maltrattamenti e abusi sui figli da madri single, di vittime di false accuse (che non esistono), di suicidi di padri separati o di suicidi economici in epoca di crisi a causa di politiche di impiego che escludono gli uomini… Diana Pifferi. Danni collaterali.

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