La violenza di genere non esiste (1)

«Il prigioniero numero nove viene fatto confessare / Sta pregando nella cella con il prete del penitenziario / Perché prima di quest’alba, gli toglieranno la vita / Perché ha ucciso sua moglie e un amico sleale / Dice così quando si confessa: / “Li ho uccisi, sì signore, / e se nascessi di nuovo, li ucciderei di nuovo”». Queste sono le parole tradotte del primo brano della famosa e bellissima canzone che l’attivista e cantautrice Joan Baez interpretava in spagnolo negli anni ’60 e ’70, “El preso numero nueve”. Un pezzo cantato da lei con successo, applaudito entusiasticamente allora da fan e femministe, un’autentica apologia di quello che oggi è noto come violenza di genere. La canzone critica la pena di morte, ma nel contempo giustifica l’omicidio per gelosia della compagna e del suo amante. Oggi Joan Baez è diventata un riferimento per il femminismo, un’eroina del movimento di liberazione (cercate pure in rete in che modo la si presenta). «Da femminista quale si è sempre definita, a che punto pensa che siamo, invece, con la lotta per la parità tra i sessi? JOAN BAEZ: Non abbiamo ancora ottenuto la parità…», recita l’intervista su “Io donna”. Ho già accennato, nell’intervento della settimana scorsa, che la questione della violenza di genere ha incominciato a esistere solo quando il movimento femminista della seconda ondata ha incominciato a pubblicizzarlo. Prima di allora la violenza di genere, che oggi risulta essere la prima emergenza in assoluto in qualsiasi agenda femminista, non esisteva per le femministe della prima ondata, né per Virginia Woolf, né per Simone de Beauvoir, né per Betty Friedan, né, a quanto pare, per Joan Baez.

«A proposito della legge contro la violenza di genere [spagnola] si tratta di una battaglia ideologica. Non vi fate ingannare! Non vi fate confondere! Questa difesa [della legge] è ideologia. Difendere ciò che noi donne stiamo difendendo è un concetto ideologico…». Non poteva essere più chiara la storica femminista spagnola Ana María Pérez del Campo, durante le conferenze femministe organizzate dall’Università Complutense di Madrid del 2009. La violenza di genere è un concetto ideologico, cioè dimora nel regno della soggettività e dell’opinabilità, non ha a che fare con la realtà ma con la percezione della realtà, si tratta quindi di coltivare e propagare con successo un’idea nella società: l’esistenza del “patriarcato”, responsabile della violenza sulle donne. Quest’idea trova la sua ispirazione nella dottrina femminista. In somma sintesi, questo sostiene la dottrina femminista. Tesi: la società è patriarcale. Antitesi: il Patriarcato discrimina le donne. Sintesi: la società discrimina le donne (in quanto donne). Come si può osservare, la dottrina femminista spezza il concetto di umanità, non s’afferma più che la società discrimina tout court – cioè discrimina gli esseri umani –, ma la società discrimina solo le donne. Inizialmente l’umanità proclamava “no alla violenza” o “no alla povertà”, oggi si proclama “no alla violenza sulle donne”, “no alla povertà delle donne”, “no alla disoccupazione delle donne”, “no alle donne senza pensione”, “no alle donne senzatetto dopo una separazione”, “non alla sofferenza delle donne”… L’esistenza del “patriarcato” è il cuore della battaglia ideologica, senza il “patriarcato” non esiste la violenza di genere.

Joan Baez
Joan Baez negli anni ’60.

Una “specialità” che alimenta un circolo vizioso.

Al tempo dell’Inquisizione, sia il carnefice che la vittima erano convinti dell’esistenza del reato di stregoneria. Vale a dire, tanto l’imputato sulla ruota della tortura come il suo inquisitore erano convinti che con il sangue di pipistrello e la coda di lucertola avrebbero potuto ottenere certe stregonerie. Entrambi ci credevano indipendentemente dal fatto che la particolare vittima in quel caso l’avesse praticata o meno. Evidentemente alcuni di questi individui, cosiddetti stregoni, recavano danno alle merci o alle persone. Ma l’Inquisizione non perseguiva solo questo danno specifico, andava oltre, perseguiva “qualcos’altro”, che era la stregoneria o la ricerca di patti con esseri ultraterreni come Satana. La violenza di genere non è lì per punire le ferite o gli omicidi, questa violenza veniva già punita in precedenza, ma quel “qualcos’altro” che le femministe hanno definito “patriarcato”: il presunto dominio ancestrale dell’uomo sulla donna, che deve essere smascherato e punito. Il problema dell’Inquisizione è che più perseguitava Belzebù, più perseguitava quel “qualcos’altro”, più la stregoneria si diffondeva invece di ridursi. Per questo motivo si richiedevano misure sempre più straordinarie poiché l’entità della minaccia cresceva in modo esponenziale. La stessa cosa avviene con il femminismo. Nonostante il moltiplicarsi delle misure, queste non bastano mai a fermare quel “qualcos’altro” che si chiama “patriarcato”. L’Inquisizione non mise mai in dubbio la possibilità che le forze soprannaturali che contrastava fossero in realtà molto terrene (sarebbe finita la pacchia). Parimenti il femminismo non può mettere in discussione l’esistenza del “patriarcato”, rischierebbe la chiusura del rubinetto.

La miglior maniera di propagare un concetto ideologico, come sono quelli della stregoneria o della violenza di genere, senza il rischio di dover arrivare a un confronto logico e razionale che difficilmente può superare il vaglio oggettivo della realtà, è quello di diffondere la paura, fabbricare l’emergenza, svilire e diffamare i contestatori o, meglio ancora, proporre il “negazionismo” della violenza di genere come reato penale. Nell’ambito sociale è più importante quello che la gente crede che succeda di quello che realmente succede. In questo clima, per evitare di essere additato come stregone o come violento conviene accusare gli altri e fare pubblica professione di fede della corretta dottrina. Così come tra gli inquisitori più crudeli si trovavano i neoconvertiti, ex ebrei o mori di Spagna, che con il loro zelo mostravano la loro adesione all’ortodossia (Torquemada è l’esempio più noto, originario da una famiglia di ebrei convertiti), così gli uomini filofemministi fanno professione di fede e pubbliche rinunce di presunti privilegi, mentre col dito accusatorio lanciano delle accuse di misoginia e maschilismo contro gli “eretici”. Questa cultura della paura e della denuncia – la cultura inquisitoria – può essere rintracciata in ogni fanatismo ideologico, con il suo immancabile esercito di delatori e conniventi (nel regime stalinista, nelle dittature latinoamericane, nel maccartismo, nell’ex Repubblica Democratica Tedesca…). Se la violenza di genere è “speciale”, ciò giustifica la realizzazione di studi specifici e la creazione di istituzioni specifiche che determinano che la violenza di genere è “speciale”, che a sua volta giustifica la realizzazione e la creazione di nuovi studi e istituzioni. E così si alimentano a vicenda, le cifre aumentano, le bugie si moltiplicano e si fabbrica l’emergenza sociale, necessaria per ottenere il consenso sociale che permette la conquista degli obiettivi prefissati dall’ideologia – che non sono l’eliminazione della violenza ma la conquista della parità, eufemismo che sta per quote di potere, fondi, sovvenzioni e tanto altro.


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morte sul rogo

Disprezzare l’inquisitore e lo stregone.

Per il femminismo, la lotta alla violenza di genere è solo un mezzo per un fine. Tutte le ideologie mirano alla conquista di certi obiettivi, che cercano di raggiungere a qualsiasi costo, anche al costo della manipolazione dei fatti e della realtà. Il fenomeno sociale della violenza di genere ricorda in qualche modo la trama del film d’animazione Zootropolis (2016). Predatori e prede vivono in armonia nella città di Zootropolis. Un leone è il sindaco della città, una pecora è il vicesindaco. Ad un tratto tre o quattro predatori impazziscono e attaccano gli erbivori. La pecora diffonde la notizia allo scopo di creare allarmismo sociale e incolpare i predatori. Alla fine la pecora si rivela a capo di una cospirazione che punta alla supremazia delle prede. Per invertire l’ordine della città, prendere il potere e sostituire il leone a capo dell’ufficio del sindaco, iniettava una droga nei predatori che li faceva impazzire. Da una situazione armonica iniziale, mediante la confusione, la manipolazione e l’allarmismo sociale si genera un’emergenza, si propaga un’idea di paura, diffidenza e sospetto. Gli atti violenti di pochi diventano la scusa per vittimizzare un intero collettivo e colpevolizzarne un altro, allo scopo non di fermare la violenza, ma di capovolgere le quote di potere tra questi collettivi. Diceva l’illustre pensatore che dobbiamo ringraziare la filosofia per averci insegnato a non bruciare gli idioti. L’uomo illuminato dovrebbe disprezzare sia l’inquisitore che lo stregone. (Segue prossima domenica).

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