Il femminismo e l’etica dell’egoismo

“Figliole mie, siate egoiste. Questo è l’imperativo morale cui dovete attenervi se intendete conquistare la vostra piena libertà. È lo stesso principio che i maschi hanno seguito in tutta la storia e ora è il nostro turno. Che il nostro egoismo sia immorale è un’invenzione del patriarcato, del maschio padrone che, mentre insegnava e ci imponeva l’altruismo, ci derubava, sfruttava, escludeva, limitava e violava a piacimento, riservando a se stesso la parte migliore della vita e del mondo. Siate egoiste in ogni istante, in ogni frangente, in ogni rapporto e relazione con il maschio come lui lo è stato e lo è nei vostri riguardi. Impostate la vostra vita pensando solo a voi stesse, a riappropriarvi di ciò che quei privilegiati vorrebbero ancora tenere per sé. Se mai vi sorgesse il dubbio, il sospetto di essere troppo egoiste, sappiate che questa idea, questo virus vi è stato incistato dal patriarcato perché la verità è che non sarete mai egoiste quanto è necessario. Siete creditrici di millenni di rapine, soprusi e violenze, perciò sia bandito dalla vostra mente e dalla vostra anima il verbo dare. Da oggi e per sempre. Vi è stato rubato il mondo ed è giunta l’ora di riprendervelo. Non temete dunque di essere egoiste, non lo sarete mai abbastanza!”.

Questa è la sintesi nucleare della pedagogia femminista, lascito congiunto di Simone de Beauvoir e di Gloria Steinem. Un egoismo asintotico: avvicinabile (con sforzo e fatica, si capisce) ma mai pienamente raggiungibile. Quell’imperativo categorico è la fonte, il resto son rivoli. Va da sé che un egoismo tendenzialmente perfetto include il disconoscimento di ogni qualità del nemico, la cancellazione di ogni beneficio ricevuto e anzi la dannazione della panoplia delle creazioni maschili: riconoscenza zero. Che la morale femminista sia feconda ed efficace nel formare le nuove generazioni lo vediamo ogni giorno e di recente il nostro bravo Santiago Gascó Altaba ne ha tratteggiato alcuni profili a partire da questo. Riporto ora un diverso aneddoto esemplificativo della fertilità della morale femminista.

università Padova

Del bene non vi è traccia.

Il 19 maggio scorso si è tenuta all’università di Padova l’inaugurazione dell’800° Anno Accademico, ciò con il fasto confacente alla multisecolare ricorrenza. Cerimonia non solo celebrativa ma anche legittimamente autocelebrativa di una delle primissime università del mondo. Il momento clou è ovviamente andato in scena nel Sancta Sanctorum dell’Ateneo, l’aula magna del Bo, alla presenza e con interventi di autorità accademiche di mezza Europa e poi della Metsola e di Mattarella. È stata data la parola anche ad una rappresentante degli studenti, Emma Ruzzon, il cui intervento è leggibile qui e ascoltabile qui (1h. 22,30 – 1h. 28,50). C’è da imparare.


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La “studenta”, emanazione della generazione più fortunata della storia, non solo ha evitato accuratamente di ringraziare i creatori e costruttori di quella gloriosa istituzione – che le ha offerto la tribuna …–, ma ha condannato alla rinfusa l’esistente in una requisitoria satura di presunzione e tracotanza tali da imbarazzare persino la pur prona e zerbinesca platea politicamente corretta. Ammiriamo la faccia scura e il tono inquisitorio di questa vittima del XXI secolo “giustamente arrabbiata” per tutto il male che la circonda, creato dagli uomini. Del bene non vi è traccia.

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