Presunzione d’innocenza maschile: R.I.P.

«Mi hanno rapito. Mi hanno portato al magazzino del mio ex ragazzo. Lì, lui mi ha spogliato. Ho sentito qualcosa di caldo sotto. Pensavo fosse sperma. Più tardi ho sentito che faceva male. Aveva messo della colla sulla mia vagina. Poi mi hanno abbandonato. Ho cercato aiuto», denuncia Vanesa Gesto. Rapita, portata via in una macchina di forza dall’ex, che era stato rilasciato poche ore prima dalla prigione, e da un altro individuo incappucciato. La notizia di cronaca, della donna aggredita alla quale hanno incollato la vagina, diventa prima pagina su tutti i media nazionali spagnoli. «Quando l’ho denunciato la prima volta, ho firmato la mia condanna a morte», dichiara in TV in prima serata, con dei lividi e dei documenti in mano. «La prima cosa che mi ha detto quando mi ha visto è stata: “nessun ordine di allontanamento può proteggere te e tuo figlio”». Il nome e la foto dell’aguzzino, Iván Rico, in prima pagina. Iván Rico viene arrestato, come stabilisce il protocollo, e trascorre sei giorni in prigione finché non viene scagionato. L’indagine rivela un’altra verità: è stata tutta una messa in scena, lei è stata videoregistrata nel negozio quando comprava il materiale per inscenare l’aggressione; il suo complice, un amico, confessa. Di conseguenza, si apre un’indagine sulle altre sette denunce precedenti che lei aveva messo nei suoi confronti, per le quali lui aveva trascorso complessivamente otto mesi in prigione. Per tutti Iván Rico era diventato un violento, un appestato. Ora stanno raccogliendo le prove per dimostrare che tutte le denunce sono false, come ha sostenuto sempre Iván. «Mia madre ha trascorso giorni e notti in pianto. Io non ce la facevo più», dichiara il fratello di Iván.

In Spagna, basta una semplice denuncia telefonica della compagna o ex compagna sentimentale alla polizia, per mandare un uomo in prigione, qualsiasi uomo, innocente o colpevole non importa. La testimonianza dell’uomo viene completamente ignorata, non ha alcuna importanza. Così stabilisce il protocollo e così lo dimostrano migliaia di casi, come quello summenzionato. Iván Rico stava dormendo a casa al momento della presunta aggressione, alibi confermato dalla madre e dal fratello – testimonianze che non sono bastate per scagionarlo dalla prigione preventiva – o come quello della falsa aggressione alla bambina di 13 anni, una aggressione che non era mai avvenuta e per la quale un uomo (uno qualsiasi, fermato per la strada) è rimasto in prigione quattro giorni. La presunzione d’innocenza maschile è morta, decesso proclamato e ammesso esplicitamente da testi istituzionali e normative occidentali. «La testimonianza della vittima in questi casi [nei casi di violenza di genere] ha in sé valore di prova che le permette di indebolire la presunzione di innocenza [maschile]. Ciò premesso, va considerato che la deposizione della donna vittima di “violenza” acquista un valore probatorio determinante» (Argentina, Corte Suprema de Justicia, Nro. Sent: 1134, 15/08/2017). Sulla validità della testimonianza dell’imputato la Cassazione non si pronuncia. «In nessun caso il consulente di fiducia richiederà prove dimostrative dei fatti oggetto di denuncia da parte di chi ha sporto denuncia, né compirà atti istruttori diretti ad accertare tali fatti» (Protocollo per i reati sessuali della Commissione delle Pari Opportunità del Consiglio del Potere Giudiziario spagnolo, CGPJ). Alcuni chiedono apertamente la morte definitiva della presunzione d’innocenza, come il programma elettorale del Partito Comunista spagnolo del 2015: «invertire l’onere della prova in modo che ricada sull’ aggressore».

coltello sangue

Se 18 coltellate non bastano.

In Italia «le dichiarazioni della persona offesa possono da sole, senza la necessità di riscontri estrinseci, essere poste a fondamento dell’affermazione di responsabilità penale dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto» (Cassazione penale, sez. III, 19 novembre 2021, n. 1559). Infatti, «la risposta della polizia è solitamente guidata da criteri di presunta “obiettività e neutralità”, e tende a passare inosservato l’impatto negativo di queste condizioni socioculturali e di genere sulle donne. Cioè, principi di “verità”, “neutralità”, “obiettività” e “imparzialità” sono logiche che sembrano impedire l’applicazione di misure specifiche adatte per situazioni in cui vi è una manifesta disparità di potere, come avviene nella relazione di coppia eterosessuale» (Associazione spagnola Giudici per la democrazia, Boletín Jueces para la democrazia, p. 8). Verità, neutralità, obiettività e imparzialità sono condizioni socioculturali e di genere, detto tra l’altro da giudici in attivo (!); in altre parole sono costruzioni patriarcali a danno delle donne e devono essere ridimensionate. Ecco quanto è facile violare i diritti umani in nome dei diritti umani. Nel bramoso desiderio di proteggere la donna, si cerca a tutti i costi un colpevole, anche quando è innocente. All’uomo resta la presunzione di colpevolezza.

Il sessantenne Javier Carrión torna a casa e trova sua moglie morta, con 40 coltellate. Disperato chiama la polizia, sbaglia, esce di casa, chiede aiuto. Il Protocollo si attiva, lui viene arrestato, unica linea di indagine della polizia. Rimane 10 mesi in carcere. Nel suo paese diventa per tutti il mostro. Socialmente annientato. Il DNA lo scagiona. Ora è l’uomo innocente delle 40 coltellate. Nessun’altra indagine fu fatta. Si vive una disgrazia, si perde l’amata compagna di vita e in più si viene buttato nel fango più profondo. Santiago Cámara ha trascorso invece tre anni in carcere prima di essere dichiarato innocente per legittima difesa. A sua insaputa la moglie Sofía Tato dilapida i risparmi familiari. Il marito, insospettito, fissa un appuntamento con il direttore della banca per capire cosa sta succedendo. Il giorno prima la moglie inscena un furto violento a casa. Mentre dorme, Santiago viene aggredito con un coltello, riceve 18 coltellate, lei ripete: “uccido te e le figlie”. Nella lotta Santiago riesce a girare il coltello che viene conficcato nel petto di lei. Lei muore, Santiago finisce grave al Pronto Soccorso. Subito i media incolpano il mostro, il governo regionale condanna la violenza maschilista, un minuto di silenzio a livello istituzionale per la moglie. A Santiago viene sottratta la patria potestà sulle due figlie, che vanno a vivere con la famiglia materna. Il governo regionale si dichiara parte in causa a nome delle figlie, che paradossalmente il padre aveva salvato, come verrà accertato nella sentenza definitiva, e chiede 12 anni e mezzo per il padre. Dopo tre anni, accoltellato, incarcerato e senza poter vedere le figlie, la sua versione dei fatti viene pienamente riconosciuta. Un uomo innocente distrutto dai poteri pubblici che dovevano tutelarlo. Evidentemente per le donne il percorso è più semplice: la Cassazione spagnola assolve per legittima difesa la donna che ha accoltellato il compagno, dopo essere stata da lui colpita e minacciata. A un uomo non bastano 18 coltellate.

donna sottomette uomo

Due pesi e due misure.

Se non esiste presunzione d’innocenza maschile è necessariamente perché la testimonianza dell’uomo non è attendibile, non è credibile. L’uomo mente, la donna no. Dunque non bisogna credere l’uomo. Di nuovo, con nefaste conseguenze. In Argentina, Alfredo Turcumán si reca alla polizia per denunciare la compagna per maltrattamenti. La Polizia non lo prende sul serio, non raccoglie la denuncia e  viene rimandato a casa con queste parole: «non fare il frocetto». Qualche giorno dopo il giovane muore accoltellato dalla compagna, il corpo riportava inoltre diverse lesioni. Se gli uomini non sono creduti, se vengono condannati e esposti alla gogna sociale a priori, senza alcuna presunzione d’innocenza né penale né sociale, ne deriva un’altra conseguenza che secondo il femminismo  non esiste: il suicidio di uomini disperati per colpa delle leggi discriminatorie femministe (a esempio, qui).

In verità, il concetto di violenza di genere, e le normative che la riguardano, mirano a umiliare l’universo maschile, a colpevolizzarlo, a svergognare socialmente gli uomini, anche per comportamenti banali che sono ben lontani dalla violenza. «È quello che succede e io sono uno di loro, senza aspettarselo alcuni genitori devono trascorrere delle notti in prigione per colpe di puttane che non sanno vivere e mettono i loro figli in mezzo e li usano per amareggiare la vita dei padri e metterli contro di loro», scrive un uomo nel suo profilo privato di Facebook. Condannato per aver insultato la sua ex compagna, anche se non l’aveva nemmeno menzionata. L’uomo non può insultare, la donna sì. Cose peggiori si sono scritte sulla rete. Ma non importa, perché lo scopo principale dell’industria della violenza di genere non è quello di contrastare la violenza, ma quello di colpevolizzare gli uomini, di contenerli mediante la paura e la gogna. La violenza di genere mira a colpire gli uomini nella loro psiche.

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