Vocabolario e lessico: l’importante è offendersi

Sulla questione del vocabolario e del lessico si ritorna periodicamente in contrappunto ai deliri che la cronaca ci propone. Ingenui, cerchiamo di individuare una linea interpretativa continua, una coerenza. Cerchiamo di capire come “si debba parlare”, come “ci si debba rivolgere” ad una professionista. Avvocata o avvocatessa? Relatrice, relatora o addirittura – absit iniuria verbo – relatore? Direttrice (d’orchestra, d’istituto, d’azienda) o direttore?  Qual è la regola?

Padrona, cioè serva. È chiaro che woman (“wife of a man”) è manifestazione linguistica della sconsiderazione della femmina da parte della cultura patriarcale che valuta e pesa il valore di lei, il suo diritto all’esistenza in funzione dei servizi che rende al maschio. Qui il nome manifesta, esplicita e consolida il ruolo di oggetto della donna in quanto schiava del maschio-padrone. Inequivocabile. Il nome dice tutto. Si sa però anche che donna viene dal latino “domina” ossia padrona, il che dovrebbe significare ciò che dice, ossia che la donna è padrona e signora (quantomeno qui da noi…). È quanto saremmo portati a credere. Senonché la lettura corretta, come per miracolo, si rovescia. Qui infatti l’etimologia non manifesta la condizione femminile, ma viceversa la occulta, la mistifica, la nasconde. La rende invisibile rovesciandola nel suo contrario. Si crede forse che la donna sia meno serva dove viene chiamata padrona? Non può essere. Così mentre a Londra il nome dice tutto, a Roma non dice nulla. Laddove donna significa serva vuol dire che è serva. Dove significa padrona vuol dire che è serva. Una magia. Già c’eravamo accorti d’altra parte che “oppressione femminile” indica quella che le femmine subiscono dai maschi mentre “oppressione maschile” denota quella che i maschi esercitano sulle femmine. Un vecchio incantesimo.

“Relatrice” a me? Quanto alle desinenze dei nomi delle professioni, si ritiene che da sempre il femminismo abbia valutato come antisessiste e liberatorie quelle che seguono il genere e che perciò da sempre ne abbia propagandato l’uso e imposta l’adozione. Si crede, si immagina che debba essere così. E si sbaglia ancora una volta. Quando presentai la bozza della tesi alla professoressa Verdi (femminista del circolo Diotima delle università di Verona-Padova) in copertina trovò scritto: “Relatrice prof.sa Laura Verdi” qualificazione che essa volle mutare in “Relatore”. Decenni fa. Vecchi tempi, direte. Un paio di anni fa (nuovi tempi) le consigliere e le segretarie della Camera presentarono alla relativa Giunta la richiesta della modifica della loro qualificazione, affermando che era giunto il tempo di finirla con le discriminazioni nel linguaggio in quanto, ovviamente, quei termini – al femminile – indicano storicamente lo status ancillare e subalterno di quelle professioni. Ciascun lo vede. Chiedevano perciò di venir appellate “consiglieri” e “segretari”. Finalmente. Poi qualcuno fece loro notare che eravamo entrati nella nuova era in cui, al contrario, quella liberatoria e antisessista è la desinenza al femminile. Quelle femministe (distratte?) non s’erano accorte che di recente un contr’ordine aveva reso obbligatorio l’uso di sindaca, assessora, ministra, con connessa nobilitazione della già famigerata “segretaria”.

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L’importante è offendersi.

Chi ha tempo e voglia può sfogliare decine di settimanali e rotocalchi femminili che hanno – tutti – come direttrici delle donne. Troverà che alcune si qualificano direttrici, altre direttore, qualcuna persino direttora. Non troverà però i mutamenti intercorsi, i casi di quelle che prima si autoqualificavano in un modo e poi hanno cambiato desinenza a seguito di una “ulteriore presa di coscienza”. Si è dunque andata stabilizzando, in via momentaneamente definitiva, la linea della differenziazione per sesso. Ma ovviamente ogni donna ha il diritto di venir individuata-qualificata come le pare e piace, senza peraltro avere il dovere di segnalarlo prima. In tal modo tiene nelle mani la penna rossa con la quale, da brava maestrina, può redarguire e imbarazzare il maschio di turno dopo che avrà osato “offenderla” denominandola “direttore” o viceversa “direttrice” (mentre lei in realtà è una “direttora” e il prevaricatore fingeva di non saperlo…). Può accadervi di incontrare il poeta Cristina Lania o magari Patrizia Cavalli e di dirle che la trovate una buona poetessa. Guai a voi! «Non chiamatemi poetessa, ne va del buon nome dei poeti! (sic!) … io sono una poeta!».

Studenta. Chi era costei? «Egregio prof. Galimberti, sono una studenta di psicologia. La seguo con estremo interesse e ho letto quel suo intervento in cui…». Avevamo studente e studentessa. Lo statuto degli studenti porta il titolo: “Statuto delle studentesse e degli studenti”. Noi ingenui (o misogini?) non lo sospettavamo e non l’immaginiamo neppure ora, tuttavia c’è qualcosa di inaccettabile in “studentessa”, qualcosa che deve essere superato. Cosa sarà? Da dove viene “studenta”, che bisogno c’era di questa aliena? Ce n’era bisogno perché “studentessa” è un termine coniato in età patriarcale e perciò nasconde la volontà maschile di confermare la subordinazione eccetera. È così o è perché  «…noi vogliamo offenderci!»? Insieme a studenta arrivarono sottotraccia (roba di nicchia, per palati fini) direttora, amministratora, ricercatora… ma perché? «Perché l’importante è offendersi. Per qualsiasi motivo e qualsiasi pretesto, con qualsiasi scusa ed anche senza alcuna scusa e senza alcun pretesto. Questa è la coerenza che cercate, non l’avete capito, babbei!? Noi vogliamo offenderci. Tra poco mi offenderò. Non so perché ma mi offenderò: tenetevi pronti». Parole di Patrizia Cibien.

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