Alexi McCammond: schiacciata dal soffitto di vetro o dalla cancel culture?

Alexi McCammond vi dà il benvenuto nel mondo moderno. Quel magico posto dove tutti siamo liberi di fare tutto, dove niente è impossibile, dove anche la fantasia diventa realtà; un luogo fantastico dove si è assecondati se ci si sente alberi o gatti (pur essendo dei banalissimi esseri umani), dove un giudice ci dà ragione se asseriamo che i nostri cromosomi si stanno sbagliando (perché è solo la nostra percezione ad avere ragione), dove è possibile acquistare bambini a prezzi accessibili e dove quindi la nuova scienza ci insegna che 2 + 2 può anche fare 22. Possiamo sposare chi vogliamo: persone di sesso opposto, anche se fa un po’ antiquato, quindi sarebbe preferibile evitarlo, persone dello stesso sesso, una sola o 2, ma anche 3; possiamo sposare animali o oggetti oppure tutti insieme, perché l’amore non è mai troppo e soprattutto love is love. Possiamo sentirci chi/cosa percepiamo di essere anche a giorni alterni, senza che ci sia più diagnosticata la schizofrenia: ora chi si sente Napoleone non viene più curato con degli antipsicotici, ma anzi invitato in qualche salotto televisivo o nelle scuole a insegnare nuove frontiere dell’umanità. Questo è il nuovo fantastico mondo disegnato e progettato affinché tutti possiamo sentirci liberi e felici, senza limiti o tabù. Possiamo persino dire tutto ciò che vogl…. ehm. No, questo pare di no.

Siamo liberi di scrivere/pensare/dire solo ciò che ci impongono di pensare a colpi di martellante propaganda quotidiana, perché poi, appena vai fuori dal binario, sei cancellato. Signori, questo bellissimo mondo, oltre a tutte le bellissime opportunità che vi ho elencato prima, ci ha regalato la cancel culture, prezioso gioiello di cui avevamo veramente bisogno. Conoscete la storia di Alexi McCammond? Questa giovane donna aveva conquistato un posto dirigenziale, alla facciazza del mito del “soffitto di vetro”, per “Teen vogue”, una rivista americana per adolescenti, su cui scriveva di problemi relativi a razzismo, ineguaglianza (cose nuove, diciamo così, visto che non se ne parla abbastanza), in modo da dare voce alle comunità “più vulnerabili”. Qualcosa, però, sembra essere andato storto: 20 impiegati dello staff hanno scoperto uno scheletro nel suo armadio… Alexi ha ammazzato qualcuno? Spacciava droga? Era affiliata all’ISIS? Ma no!! Magari queste bazzecole!

alexi meccammond
Alexi McCammond

Posso dire quello che mi pare?

Molto più grave: pare che durante gli anni dell’adolescenza abbia osato scrivere dei tweet scomodi e non tanto allineati con il pensiero unico a cui dobbiamo tutti ubbidire: questi suoi cinguettii adolescenziali sono stati giudicati pieni di odio, di negatività e di malvagità. Erano frasi che includevano stereotipi sugli obiettivi accademici (che lei riteneva eccessivi) raggiunti dagli asiatici e (udite udite!) l’uso irrispettoso delle parole “omo” e “gay”. I 20 nuovi colleghi di Alexi sono andati a scavare nella sua antica timeline, li hanno scoperti e segnalati. Risultato? Ha perso niente di meno che il posto di lavoro. Ovviamente lei ha ripetutamente chiesto scusa per queste orribili azioni commesse (chi è che non scrive/pensa cose estreme/colorite durante l’adolescenza? Andiamo, non facciamo i santarellini), neanche avesse ammazzato qualcuno, però non è bastato: il posto di lavoro se l’è giocato e con esso probabilmente anche la carriera futura.

Adesso io però mi chiedo: dove sono le femministe e le antirazziste a difendere questa donna (per altro di colore), licenziata per aver osato dire ciò che pensa (per di più, durante l’adolescenza, parecchi anni fa)? Sono andati in cortocircuito: non sanno da che parte stare e chi difendere adesso; difenderanno la donna di colore oppure la parte “offesa” (asiatici, gay)? Contrasteranno quella che, di base, è la stessa logica del #MeToo, o staranno zitti e implicitamente la appoggeranno? È un grosso dilemma, poiché, in teoria, si tratterebbe della stessa fazione: minoranze e parti deboli. È anche la stessa famiglia: cancel culture, femminismo, approccio woke, sono la stessa pappa informe e maleodorante, stessa famiglia, stesse origini, ed è tutto questo ad aver fatto fuori Alexi e la sua brillante carriera, mica il fascio-sciovinista “soffitto di vetro” o il patriarcale gender paygap. Ma, al di là del folle fatto singolo, è lecito chiedersi dove sia finita la tanto elogiata libertà di cui disponiamo tutti, se poi non siamo nemmeno liberi di esprimere un’opinione personale meravigliosamente immatura e stupida, come spesso sono le opinioni adolescenziali. Posso dire o aver detto in passato che non mi piace chi ha gli occhi verdi o perdo il lavoro? Posso dire o aver detto in passato che i bambini nascono da un uomo e una donna o finisco in galera (all’On. Zan, fischieranno le orecchie)?


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Alexi McCammond

Ci si dia il tempo di preparare psicologicamente i figli.

Un’ultima domanda poi, prometto, la smetto: come siamo arrivati fino a qui? Eppure ci sono ancora persone in grado di testimoniare com’era la vita prima dell’avvento dei social network e di internet, e prima che il germe del marxismo, fallito nella sua applicazione mondana, finisse per possedere, come un demone fuori controllo, le minoranze più disparate, trasformandole da gruppi che richiedevano e meritavano tutele in piagnucolanti accolite che gridano alla persecuzione per ottenere sempre più privilegi. Dove sono quelle persone, perché non parlano e non raccontano com’era la vita prima che una piattaforma di messaggini del c@##* diventasse arbitro della nostra reputazione e del nostro futuro, dando un potere immenso alle famose legioni organizzate di imbecilli menzionate tempo fa da Umberto Eco? Magari non servirebbe, indietro probabilmente non si torna più, ed è un bene. Ma guardando avanti forse sarebbe il caso di fare tesoro di ciò che è stato e cercare una via mediana più ragionata, perché ogni giorno si accumulano segnali preoccupanti di una dissipazione umana senza ormai più freni. Se poi non si può fare, lo si dica chiaramente. Almeno ci si dia il tempo di preparare psicologicamente i nostri figli al disastro.

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