Alienazione parentale: un esempio che viene da lontano

La recente conferenza stampa che abbiamo organizzato con Giuseppe Apadula, ex compagno di Laura Massaro e padre di un figlio alienato dal suo diritto alla bigenitorialità, ha scatenato una ridda di critiche tra l’isterico e il folle un po’ ad ogni livello, da quello politico-istituzionale, se così si possono definire i post Facebook dell’On. Veronica Giannone, a quello social-sciacquettaro del noto e sparuto manipolo di “mamme-coraggio”, talmente coraggio che vanno in crisi di nervi se un padre prende la parola e si azzarda a raccontare la sua versione dei fatti. Nelle critiche avanzate, contro Apadula ma soprattutto contro di noi che gli abbiamo dato spazio, c’è un termine che riecheggia con ossessiva ostinazione: “pasista”. Nel gergo sciacquettaro dovrebbe significare qualcosa come “seguace della PAS”, ovvero delle tesi di Richard Gardner, il teorizzatore della “Sindrome da Alienazione Genitoriale”. Tesi ampiamente smentite dalla comunità scientifica, che ci guarderemmo bene dal ritenere fondate e dal propagandare, ma tant’è una botta di “pasisti” non si nega a nessuno, tanto meno a noi. Poco conta che più volte ci siamo espressi sull’inesistenza di una “sindrome” da individuare secondo parametri medico-diagnostici: lo stigma viene attribuito comunque, perché troppo utile per identificare il nemico-bersaglio.

Eppure è così: da sempre riteniamo corretta l’impostazione scientifica che rigetta l’idea che l’alienazione parentale possa strutturarsi come una sorta di patologia psichiatrica. Di contro siamo convinti che l’alienazione parentale possa concretizzarsi in atti e condotte che, messi in sequenza e operati su un soggetto psicologicamente ancora non strutturato e dunque malleabile e manipolabile, possono condizionare effettivamente il vissuto di un minore fino al punto da sradicare il suo sentire autentico. Per spiegare questo aspetto e dimostrare quanto l’alienazione sia facilmente riscontrabile nei fatti, usualmente facciamo esempi tratti dal mondo reale: i soldati-bambino, ad esempio, ossia quell’orrore messo in atto da taluni gruppi terroristici che addestrano bambini alla guerriglia e all’uccisione, plasmando la loro esistenza a quegli scopi; oppure i bambini coinvolti nell’infernale commercio della prostituzione, plagiati abbastanza da far sì che vivano la loro orrenda condizione come qualcosa di normale e ordinario. Nessuno di quei poveri bambini è malato di una qualche patologia psichiatrica. Sono soltanto vittime di criminali capaci di plagiare menti infantili, le più plagiabili che ci siano, perché facciano qualcosa contro la loro natura o le loro reali inclinazioni. Farlo è possibile e facile: lo fanno i terroristi e gli sfruttatori, vuoi forse che non ci riesca un genitore?

Una testimonianza da un campo di concentramento nazista.

È anzi ovvio che per un genitore, verso cui il bambino nutre totale fiducia, il gioco sia ancora più semplice. Ed è in questo senso che per tutti, noi inclusi, l’alienazione parentale non è una malattia o sindrome, ma un insieme di condotte volutamente o meno messe in atto per plagiare e piegare un minore ai propri scopi o al proprio sentire personale di genitore. Sembra tutto ovvio, eppure c’è ancora chi dubita che possa essere così. E tra gli scettici non ci sono solo le sciacquette da social network o talune parlamentari a nostro avviso non sempre lucide, ma anche alcuni approcci d’intervento relativi agli abusi sui minori ricadenti in quell’abusologia verificazionista (o “terapia del trauma”) che, sebbene ovunque smentita quando non condannata in tribunale, si autoattribuisce carattere di scientificità. In questo senso potrebbe essere utile portare un contributo davvero scientifico, rivolgendoci allo storico Daniel Jonah Goldhagen, che ha svolto una monumentale ricerca su alcuni aspetti specifici dell’Olocausto, esitati in un testo ritenuto oggi un caposaldo del settore: “I volenterosi carnefici di Hitler”. Stiamo parlando di un’opera storico-accademica, che ha passato con successo il vaglio di gran parte della critica e le cui fonti sono di prima mano. Ma che ha a che fare una ricerca del genere con l’alienazione parentale di cui stiamo parlando? Ebbene, leggete il seguente terrificante stralcio: Goldhagen racconta quanto accaduto nel campo di lavoro di Lublino, in Polonia, noto anche come Flughafenlager, all’interno del quale erano state installate delle officine d’abbigliamento dove far lavorare come schiavi, se possibile fino alla morte, centinaia di internati ebrei, in gran parte donne.


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«Di regola nei campi (con l’eccezione dei ghetti) i bambini venivano eliminati, perché erano tra l’altro il simbolo del rinnovamento e della sopravvivenza del popolo ebraico, un futuro che i tedeschi intendevano cancellare sul piano emotivo e nei fatti. Per questo anche il mondo delle Officine abbigliamento doveva essere privo di quell’elemento che consente a ogni comunità di immaginare il proprio futuro e di giudicare il proprio stato di salute. Un’unica eccezione era permessa in quel panorama desolato: un ragazzino ebreo di circa dieci anni che Wirth [il comandante del campo] colmava di attenzioni, caramelle, cioccolatini; gli aveva persino offerto il sogno di ogni bambino, un pony. Ma la gentilezza di Wirth era al servizio della sua crudeltà. Ricorda un sopravvissuto: “Ho visto con i miei occhi il comandante delle SS indurre un ragazzino ebreo, di dieci anni circa, che teneva con sé offrendogli cioccolata e altre leccornie, a uccidere due o tre ebrei per volta con la mitraglietta. Io stesso mi trovai a distanza di pochi metri durante una di queste sparatorie. Sparava anche il comandante delle SS, in sella a un cavallo bianco – aveva dato un cavallo pure al ragazzino. Insieme, quei due esseri umani uccisero davanti ai miei occhi, in più occasioni, almeno 50 o 60 ebrei. Tra le vittime c’erano anche delle donne”.

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La foto ritrae il minorenne Ilja Galperin, una “mascotte” delle SS. Non è il bambino di cui parla il presente articolo.

A finire mitragliati sono sempre i padri.

Attenti come sempre alle valenze simboliche di ciò che infliggevano agli ebrei, i tedeschi avevano dotato il ragazzino di tutti gli attributi necessari a trasformarlo in un massacratore del suo popolo: gli avevano confezionato una divisa da SS in miniatura, che lui indossava mentre sparava all’impazzata dall’alto della sella del suo pony. E se è vero quanto riferiscono i sopravvissuti delle Officine, non ammazzava soltanto degli ebrei senza volto; dicevano avesse sparato alla sua stessa madre. L’unico bambino nel campo, che avrebbe potuto accendere un po’ di speranza, una scintilla di gioia nelle vite miserabili di quegli ebrei, era stato trasformato da Wirth nella negazione stessa della speranza, in un simbolo della disperazione, un uomo delle SS in miniatura. Gli adulti internati nelle Officine abbigliamento dovevano tremare di terrore di fronte a un bambino (di per sé una situazione bizzarra, regressiva e deumanizzante) e per di più ebreo, che non aveva nemmeno l’età per capire quel che faceva, plagiato da Wirth al punto da indurlo a uccidere i genitori; e lui stava lì, caracollando allegro sul suo pony» (tratto da “I volenterosi carnefici di Hitler” di Daniel Jonah Goldhagen, Mondadori, Milano, 2020, pagg.341-342). L’orrore di questa cronaca, ricordiamolo ampiamente documentata, ci dice qualcosa di definitivo rispetto alla possibilità di plagiare e manipolare un bambino fino a instillargli un vissuto talmente distonico al suo essere da indurlo a compiere gesti impensabili. Di fatto il comandante SS Wirth ha alienato il piccolo dalla sua età, dai suoi genitori, dalla sua gente, trasformandolo in feroce carnefice per mezzo di gentilezze, regalie a una semplice manipolazione psicologica, fino a indurlo a uccidere la propria madre.

Nessuno si sognerebbe mai di dire che il piccolo ebreo fosse affetto da “sindrome da alienazione parentale” o da qualche altra patologia psichiatrica. Non era malato di nulla: era semplicemente un bambino cui a un certo punto qualcuno ha offerto una prospettiva talmente stabile e allettante, per quanto fittizia e volta al male, da conquistarlo e plagiarlo fino nel profondo. Dalla baracca dove soffriva fame e freddo insieme alla madre e alla sua gente, si è ritrovato in sella a un pony, in uniforme, armato, nutrito e coccolato da una persona autorevole come il comandante del campo. In breve si è trovato a mitragliare la madre. Un simile meccanismo era usato e funzionava anche con molti adulti (i kapò, scelti tra gli internati), figuriamoci con quanta facilità poteva funzionare con un bambino. Senza scomodare sindromi o patologie psichiatriche, dunque, bastano specifiche condotte messe in atto in determinate circostanze perché l’estraneo autorevole che era il comandante Wirth vesta i panni di un genitore e il piccolo ebreo diventi il figlio di una coppia. A quel punto l’altro genitore ha i giorni contati: presto o tardi verrà mitragliato dal suo stesso figlio, che per questo non sarà comunque colpevole di nulla, manterrà la propria innocenza: la colpevolezza resterà sempre in capo al comandante Wirth di turno. I “pasisti” tanto odiati da talune accolite sono in realtà quelli che, senza parlare di sindromi ma sulla base dei fatti e delle condotte, ritengono, prove e sentenze alla mano, che in tanti, in troppi casi, durante le separazioni si palesino volenterose comandantesse Wirth. E che a venire mitragliato, di conseguenza, sia quasi sempre soltanto il lato paterno.

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