Centri antiviolenza: il giro d’affari e le zone d’ombra

di Giorgio Russo. Si è parlato stamattina della relazione che la “Commissione sul femminicidio” si è fatta approvare dal Senato settimana scorsa, contenente sostanzialmente la pretesa che tutti i finanziamenti vadano solo a centri antiviolenza e case rifugio conformi e ortodosse al dettato femminista. Ma di che cifre stiamo parlando? L’ammontare complessivo è sempre stato avvolto da un sostanziale mistero: né i media né tanto meno la magistratura hanno mai voluto vederci chiaro, nonostante la percezione sia quella di cifre davvero importanti. Che vengono in buona parte messe nere su bianco, stavolta, proprio dalla relazione della Commissione, che al paragrafo 2.1 snocciola regione per regione i trasferimenti di denaro pubblico a centri antiviolenza e case rifugio. Lo fa in modo abbastanza confuso, soprattutto perché i dati forniti dalle Regioni sono molto eterogenei e, per stessa ammissione della Commissione, spesso incompleti o lacunosi. Addirittura mancano all’appello quattro amministrazioni: Molise, Abruzzo, Sardegna e Trentino Alto Adige (queste ultime tre, tra l’altro, fra le più “femministe” d’Italia).

Prima di vedere le cifre e fare qualche considerazione, allora, va detto che i numeri riportati, e che noi abbiamo aggregato facendo qualche semplice somma, sono incompleti. Dunque l’esito delle nostre addizioni indica, dev’essere molto chiaro, un “almeno”, una base minima di soldi che le varie succursali dell’industria dell’antiviolenza hanno ricevuto nel triennio 2016/2018. La realtà, avendo dati più completi e precisi, che includano anche le agevolazioni (di servizi, o fiscali, o patrimoniali) e i non infrequenti finanziamenti comunali, è dunque molto più ampia di quella rappresentata dalle cifre dichiarate. Come quando si ha a che fare con un abile negoziatore commerciale o con un truffatore, è ragionevole immaginare che laddove si dichiara 50 in realtà si intenda 100 o giù di lì. Ad esempio, è poco credibile che in Veneto siano stati erogati fondi pari a poco più del 20% della Lombardia o che il Lazio di Sua Femministità Nicola Zingaretti incida soltanto del 4% sulla spesa complessiva. In ogni caso le cifre, appunto da considerarsi come quell’almeno che centri antiviolenza e case rifugio hanno assorbito in tre anni, restano impressionanti. E sono le seguenti:

 

Ammontare dei soldi pubblici destinati a centri antiviolenza e case rifugio nel triennio 2016/2018
Lombardia  €     12.312.420,39
Sicilia  €       8.015.152,73
Puglia  €       6.097.483,00
Emilia Romagna  €       4.816.530,77
Liguria  €       4.160.531,78
Campania  €       4.021.773,04
Toscana  €       3.686.635,82
Piemonte  €       3.456.064,84
Veneto  €       2.870.976,43
Lazio  €       2.473.505,00
Calabria  €       2.064.412,00
Marche  €       1.432.626,19
Friuli Venezia-Giulia  €           828.567,88
Valle d’Aosta  €           708.502,20
Umbria  €           648.838,00
Basilicata  €           259.464,31
Abruzzo NP
Molise NP
Sardegna NP
Trentino Alto Adige NP
TOTALE TRIENNALE  €     57.853.484,38
   
RIPARTO ANNUALE  €     19.284.494,79
   
CAV + Case rifugio 630
   

RIPARTO ANNUO PER CAV
E CASE RIFUGIO

 €  30.610,31

Fonte: “Relazione sulla governance dei servizi antiviolenza e sul finanziamento dei centri antiviolenza e delle case rifugio”, prodotta dalla “Commissione Parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere”, in data 14/07/2020.

In sostanza si paga un carrarmato per sparare a una zanzara.

Cifre importanti dunque, da valutare sotto diversi aspetti. Il primo, il più lampante, riguarda la stima di risorse “pro-capite”, quei 30 mila euro annui che abbiamo calcolato facendo il classico conto della serva. Qualcosa non torna nel nostro calcolo visto che, come dice anche la stessa relazione della “Commissione Femminicidio” (pag.34 della versione definitiva), la Corte dei Conti nel 2016 aveva rilevato come “l’importo medio annuale dei finanziamenti pubblici a disposizione dei Centri antiviolenza e delle Case rifugio era di circa 6.000 euro”. Si può ipotizzare che quella cifra media si sia incrementata nei tre anni successivi, ma da lì a coprire il divario tra 6 mila e 30 mila ce ne passa. Dunque o sbagliamo noi i calcoli o li sbaglia la Corte dei Conti. Essendo improbabile la seconda ipotesi, la domanda che sorge in automatico è: allora dove finiscono i 24 mila euro annui mediamente distribuiti a ogni centro antiviolenza e ad ogni casa rifugio? Ragionando sul complessivo, abbiamo 3.780.000 euro minimi distribuiti annualmente e una zona grigia di 26.220.000 euro che non si sa che fine abbiano fatto. Una questione che evidentemente ci poniamo soltanto noi e non i senatori che hanno approvato la relazione della “Commissione femminicidio”.


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Va da sé, ne siamo consapevoli, che stiamo ragionando su cifre grandi e generalizzate o espresse in media, che dunque non tengono conto della diversificazione dei trasferimenti da regione a regione e di tante altre variabili. Calcolando così, ad esempio, non teniamo conto del fatto che possono esserci centri antiviolenza o case rifugio che prendono un mucchio di soldi e altre che prendono spiccioli o addirittura niente. Ma queste sono beghe che semmai sbrigheranno tra di loro. A noi interessano le cifre complessive di soldi nostri che dalle casse centrali passano a quelle regionali (che spesso a sua volta ne aggiungono di propri), per finire poi alle succursali diffuse dell’industria dell’antiviolenza. In questo senso pare evidente che 20 milioni di euro all’anno per un complesso organizzativo chiamato ad affrontare una realtà nazionale da 20/30 “femminicidi” all’anno e 5.000 sentenze di colpevolezza per violenza maschile contro le donne all’anno, paiono decisamente troppi. Si tratta a tutti gli effetti di un investimento pubblico sovradimensionato. In sostanza si paga un carrarmato per sparare a una zanzara.

Il tutto con i soldi della collettività.

Ma dove vanno tutti quei soldi? Non si sa di preciso. Nel suo documento, come detto stamattina, la Commissione auspica nuovi criteri e più stringenti per selezionare a monte chi deve prendere i soldi. Non una parola su cose come l’obbligo di rendicontazione, come fa ogni ente privato che prende fondi pubblici, o risorse economiche vincolate ai risultati. Dunque la direzione presa dal denaro si può solo desumere in ipotesi sia dal documento della “Commissione femminicidio”, sia da altri documenti esterni similari. L’associazione Telefono Rosa, ad esempio, ammette nel suo bilancio che gran parte delle risorse vadano negli stipendi delle dipendenti e dal canto suo il report qui in esame parla di attività di comunicazione o informazione esterna e di attività di formazione. Considerando che pochissimi centri antiviolenza hanno specialisti (psicologi, avvocati, eccetera) come dipendenti diretti, quei milioni di euro vanno in sostanza in buste paga e a finanziare la propaganda femminista e l’indottrinamento nelle scuole e nei centri di formazione delle forze dell’ordine e dei magistrati. Il tutto senza l’obbligo di presentare una fattura o uno scontrino per dimostrare le spese, né la prova che tali spese siano state fondamentali per l’uscita delle donne davvero vittime dalla spirale della violenza. Cosa di cui in genere si occupano specialisti esterni convenzionati con i centri antiviolenza e che l’utente deve pagarsi da sé.

Ma soprattutto c’è quella che poco fa abbiamo chiamato “zona grigia”, quel divario tra i calcoli fatti dalla Corte dei Conti e quelli fatti a spanne da noi. Questi ultimi sono frutto di un paio di divisioni, quelli della Corte dei Conti derivano dalle autodichiarazioni dei centri antiviolenza e case rifugio che, essendo gestiti in gran parte da associazioni, non hanno obblighi di legge rispetto alla presentazione di bilanci, dunque hanno buon gioco a dichiarare entrate per soli 6.000 euro all’anno. Il divario c’è ed è evidente, così come resta la domanda: dove sono finiti tutti gli altri soldi? Il blog “The independent man Italy” ha di recente e con molta chiarezza analizzato la situazione gemella nel Regno Unito e senza mezzi termini ha ipotizzato l’esistenza di una “Violenzopoli” imminente. Siamo convinti che abbia ragione, che il fenomeno coinvolga tutta l’area occidentale, Italia inclusa, ma che non si tratti solo di malversazioni e corruzioni strettamente intrecciate ai mass-media e alla politica. Dietro c’è anche, sebbene forse su un piano inferiore, una gigantesca manovra clientelare. Quei milioni che non tornano non sono  probabilmente solo mazzette, ma anche stipendi, posti di lavoro (se li si vuole generosamente chiamare così), alcuni molto ben remunerati. Ben nascosti dietro l’indignata esclamazione: “ma noi siamo tutte volontarie!”, ma ci sono. Una bolla occupazionale che si è lasciato gonfiare a dismisura, fino a diventare, come certe banche, too big to fail (troppo grandi per fallire), oltre che una realtà intoccabile, come ogni grande bacino elettorale tende ad essere. Il tutto, ricordiamolo ancora, con i soldi della collettività. E in attesa che qualche agente di Guardia di Finanza, funzionario dell’Agenzia delle Entrate o qualche magistrato trovino il coraggio di fare un po’ di chiarezza su questa partita che drena allegramente enormi risorse sottraendole ad altre e più concrete emergenze.

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