Errare è umano. E il magistrato non è divino

Il concetto elementare “chi sbaglia paga” si applica a tutto, tranne che alla magistratura. Il medico risponde personalmente dei propri errori, ed infatti stipula un’assicurazione per coprire i rischi, ma se sbaglia paga anche l’ingegnere, il bancario, il cacciatore, l’autista, il fisioterapista, il chirurgo plastico, il notaio. Nulla è invece più intoccabile di un magistrato, perfino Superman ha la sua kryptonite, ma un magistrato no. È inattaccabile anche se le sue decisioni vengono sistematicamente sconfessate nei successivi gradi di giudizio, anche se nel corso della carriera distrugge la vita di centinaia di persone e poi emerge che non c’era motivo di distruggerla.

La responsabilità civile dei magistrati è una questiona annosa, già dopo il caso Enzo Tortora gli italiani vennero chiamati a esprimersi con lo strumento referendario (1987) e fu l’apoteosi del sì, 83%: il magistrato che sbaglia ha una sua responsabilità soggettiva e deve risarcire i danni causati dai propri errori. Referendum gettato alle ortiche, la volontà popolare non è mai stata tradotta in legge. Il Parlamento infatti, con l'approvazione della legge Vassalli (n. 117/1988), ha disciplinato la materia in modo da vanificare del tutto l'esito del referendum abrogativo. Spogliato di contenuti, anzi, totalmente stravolto il significato stesso del risultato referendario poiché, disattendendo la volontà della cittadinanza, venne varato uno strumento legislativo che prevedeva e prevede ancora oggi la responsabilità dello Stato invece della responsabilità personale del magistrato che si rende colpevole di dolo o di colpa grave.

tribunale

800 milioni di euro per risarcire gli errori giudiziari.

Di fatto  nessun magistrato, nei trentadue anni dal 1988 ad oggi, ha mai pagato di tasca propria un qualsiasi risarcimento. Che nessuno abbia mai pagato non significa che nessuno abbia mai sbagliato, di errori giudiziari è lastricata la strada della Giurisprudenza e i risarcimenti per i casi di malagiustizia li paga lo Stato, cioè noi. Quindi, per la sua quota parte, anche il cittadino vittima di malagiustizia. Parliamo di cifre considerevoli, nell’ordine di decine e decine di milioni di euro ogni anno per risarcire i casi di malagiustizia, dall’ingiusta detenzione a errori giudiziari riconosciuti in seguito a sentenze di revisione.

In concomitanza con l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2017, l’allora Ministro della Famiglia Enrico Costa ha divulgato le cifre elaborate dal Ministero dell’Economia che si occupa di liquidare i risarcimenti, e i numeri rendono l’idea della vergognosa cifra che lo Stato spende per rimediare alle carenze del sistema giudiziario: poco meno di 800 milioni di euro per risarcire gli errori giudiziari dal 1992 al 2016. La media è di oltre 30 milioni ogni anno ma la lettura spalmata uniformemente su 24 anni è fuorviante, va detto che il trend è in crescita, i risarcimenti degli ultimi anni sono triplicati rispetto agli anni iniziali del periodo di rilevazione. Temiamo siano dati non più resi pubblici dal Ministero: abbiamo provato a rintracciare tabelle degli indennizzi aggiornate al 2019, ma sul sito sono irreperibili.


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Enrico Costa
L'ex ministro Enrico Costa

Serve altro, serve toccare il portafogli.

Dopo aver evidenziato la tabella del Ministero dell'Economia e Finanze, il Ministro Costa ha rilasciato un’intervista a La Repubblica, nel corso della quale ha mosso una critica all’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), il sindacato dei giudici al quale aderisce la maggioranza dei magistrati italiani: “Se dibattessimo meno di età pensionabile dei magistrati e più di queste profonde lesioni della libertà personale, non sarebbe male. Da Ministro della Famiglia mi colpisce che una persona, per via di una detenzione ingiusta o per un evidente errore giudiziario, possa restare sulla graticola per dieci anni, dato che i tempi della riparazione purtroppo sono questi. Nel frattempo, ed è l’aspetto più odioso, chi è stato arrestato o processato ingiustamente rimane esposto al sospetto e la sua vita personale e familiare viene distrutta, visto che in media servono dieci anni per accertare il fatto e riconoscere l’indennizzo". Anno del Signore 2017, praticamente ieri.

Periodicamente la questione ritorna di attualità, mai però nell’agenda politica (per la quale all’epoca del referendum si spesero solo i Radicali di Pannella), ma sui media se ne parla. Poco, ma se ne parla. Appare così un articolo che avanza una proposta evidentemente provocatoria, la patente a punti per i PM: 20 punti iniziali, da scalare ad ogni errore in misura proporzionata alla gravità dell’errore stesso. Esaurito il bonus cosa accade? “Quando i punti si siano esauriti a causa delle troppe assoluzioni che hanno vanificato le sue accuse, costui deve necessariamente essere assegnato ad altra funzione, cessando immediatamente di rappresentare la pubblica accusa: infatti, ha dimostrato di non essere in grado di farlo in modo accettabile e socialmente credibile. Andrà a svolgere le funzioni di giudice civile”. Impossibile concordare: per quanto provocatoria, fantasiosa e irrealizzabile sia la proposta, la sanzione prevista si dimostra inefficace. Il trasferimento non serve a nulla. Come se poi un giudice incapace assegnato al diritto di famiglia o al tribunale per i minorenni non possa ugualmente fare danni terrificanti, ma questo è un altro discorso. Serve altro, serve toccare il portafogli.

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Poveri cristi assolti, ma intanto nel tritacarne ci sono finiti.

Il meccanismo proposto nell’articolo è farraginoso e sterile, la soluzione migliore è sempre la più semplice: chi sbaglia paga. Come volevano l’83% degli italiani nel 1997. L’articolo ha un altro vizio di fondo sul quale è impossibile concordare: prende spunto dai nomi eccellenti citando a sua volta un altro articolo sul Corriere della Sera: "ormai troppo numerose ed eclatanti son divenute le vicende che, partite in modo clamorosamente mediatico e giudiziariamente traumatico attraverso arresti e perquisizioni a carico di politici, imprenditori e gente dello spettacolo, son poi approdate in Tribunale o in Corte d’Appello ad assoluzioni generali, sancendo un completo nulla di fatto. Pier Luigi Battista ne fa un censimento approssimato per difetto sul Corriere della Sera di pochi giorni fa: Calogero Mannino, Antonio Bassolino, Filippo Penati, Roberto Cota, Francesco Storace, Clemente Mastella, Sandra Lonardo (moglie di Mastella), Nicola Cosentino, Vasco Errani, Roberto Maroni, Raffaele Fitto, Giuseppe Sala, Renato Schifani, Fabio Riva… ed altri che tralascio per brevità. Tutti – e dico tutti – assolti in pieno dopo anni ed anni di processi (il record è di Mannino, che tocca i 29 anni), e dopo che il Pubblico Ministero aveva esercitato l’azione penale in pompa magna, con tanto di conferenza stampa, interviste, audizioni parlamentari, tesaurizzando spesso pubblici elogi e apparizioni televisive quale intemerato avversario della corruzione e del malcostume”.

Quindi il problema nasce, o perlomeno viene riconosciuto che vi sia un problema, a causa dei nomi coinvolti. Una ventina di parlamentari o amministratori pubblici fanno più rumore delle migliaia di anonimi poveri cristi finiti nel tritacarne della giustizia. Poi assolti, ma intanto nel tritacarne ci sono finiti. Va ricordato che le conseguenze negative sono molto più devastanti per la gente comune che per un politico di lungo corso. Mario Bianchi, bidello in una scuola di Roma, se perde il lavoro non sa più come unire il pranzo con la cena, Calogero Mannino no. Le spese legali per 10 anni di processi possono essere affrontate da Clemente Mastella, ma diventano insostenibili per Gino Verdi, cameriere in un bar di Torino. L’immagine sociale distrutta può godere di una corposa riabilitazione mediatica per Antonio Bassolino, non certo per Carlo Rossi, magazziniere in un supermercato di Milano che non verrà mai invitato da Fazio né intervistato da Travaglio.

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Chi sbaglia paga. Come voleva l’83% degli italiani nel 1997.

È insostenibile la china forcaiola presa dal nostro sistema giudiziario, è insostenibile la criminalizzazione frettolosa “tanto poi c’è l’appello”, è insostenibile la superficialità di troppe indagini, è insostenibile l’approssimazione di tanti, troppi togati. Errare è umano e il magistrato non è divino. Cogliamo l’occasione delle assoluzioni VIP per rinverdire l’argomento della responsabilità civile dei magistrati, sarebbe ora che la politica tutta la smettesse di prendere in giro la cittadinanza - stile Vassalli, per capirci - e riconoscesse la necessità di risolvere un problema annoso. Nessuna cialtronata come la patente a punti, la soluzione migliore è sempre la più semplice: chi sbaglia paga. Come voleva l’83% degli italiani nel 1997.

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