La fabbricazione dell’immaginario femminista (6)

La depressione è una malattia che colpisce le donne per causa della loro sofferenza estrema. «Ansia e depressione da psicostress. […] le donne sono più a rischio anche per le pressioni subite al lavoro e in famiglia. La sottostima negli studi deriva da struttura patriarcale». La depressione è una malattia che colpisce gli uomini perché non sanno chiedere aiuto. «È tipico dell’uomo negare la depressione, ostinarsi a mascherarla, e in effetti a esprimerla con sintomi diversi dalle donne. Tristezza sì, ma espressa come rabbia, aggressività, rifiuto di ogni aiuto, facile caduta nell’uso di sostanze in un tentativo di auto-terapia». Lo so, si tratta di una rappresentazione caricaturale, ma non di tanto. Da quando la teoria femminista ha imposto la propria visione al mondo, i problemi delle donne sono sistematicamente ritenuti problemi esterni e richiedono soluzioni politiche. I problemi degli uomini hanno invece un’origine interna e richiedono soltanto un cambio del loro atteggiamento – o, in altre parole, gli uomini devono essere rieducati. Il modo nel quale le istituzioni analizzano la problematica del suicidio offre un esempio paradigmatico. Perché si suicida un uomo? Perché si suicida una donna? Per le donne di solito vengono elencate cause esterne, per gli uomini tutto è ridotto a cause interne come il testosterone, i loro comportamenti inadeguati (alcool e droghe) o la loro incapacità di chiedere aiuto.

Questo tipo di approccio è messo in atto per qualsiasi problematica o sofferenza maschile vi venga in mente. Quindi gli uomini si suicidano perché non sanno chiedere aiuto, muoiono sul lavoro perché non stanno attenti e amano il rischio, muoiono prima perché non si curano della loro salute, muoiono per eventi violenti perché risolvono i loro conflitti in maniera violenta, gli uomini separati dormono per strada perché non riescono ad accettare la separazione e rifarsi una vita, e così via. Per assurdo il femminismo ha coniato un nuovo concetto molto in voga denominato victim blaming (colpevolizzazione della vittima), che consiste nel ritenere la vittima parzialmente o interamente responsabile di ciò che le è accaduto e spesso nell’indurre la vittima stessa ad auto-colpevolizzarsi (ad es. quando si accusa una donna per come era vestita o del suo comportamento libidinoso dopo un’aggressione sessuale). Misteriosamente questo argomento scompare quando si tratta di sofferenza maschile, in questo caso il femminismo fa ricadere l’intera responsabilità sugli uomini stessi. Non esiste victim blaming quando si tratta di sofferenza maschile. Così, ad esempio, la maggior e più devastante discriminazione storica che hanno dovuto subire gli uomini a loro danno, la coercizione di dover partecipare alle guerre, la coscrizione obbligatoria, non sarebbe una questione di genere, ma sarebbe dovuta alla bellicolosità maschile. La società è bellicista, e la soluzione consisterebbe nel costruire un mondo meno violento, qualità inerente alla natura maschile da modificare.

manifestazione femminista

Femminismo: un’ideologia-blob non falsificabile.

La teoria femminista stabilisce l’esistenza di un sistema discriminatorio e ingiusto, denominato patriarcato, che beneficia gli uomini e danneggia le donne. Secondo questa teoria, gli uomini sarebbero un gruppo privilegiato e le donne un gruppo oppresso. Io, sinceramente, lungo la Storia, non ho mai conosciuto un gruppo privilegiato che si suicida quattro volte più spesso del gruppo oppresso, che muore al lavoro oltre dieci volte più spesso, che si ritrova senza tetto cinque volte più spesso, che è vittima di omicidio tre volte più spesso, che viene punito per la sua omosessualità e per il quale si ignora la violenza che riceve nell’ambito domestico, al contrario di quanto succede per il gruppo oppresso, e via dicendo. È difficile capire come un sistema progettato per beneficiare gli uomini possa recare loro tanta sofferenza e morte. Ora, se tutte queste problematiche derivano da cause interne, la colpa non è delle donne, o del sistema, o della società, ma degli uomini stessi. In altre parole, i fatti che possono dimostrare quanto la teoria femminista sia priva di fondatezza – le sofferenze maschili e le discriminazioni che subiscono gli uomini –, diventano invece nuovi elementi che confermano quanto la teoria stessa sia valida. Quindi, tanto i mali che affliggono le donne quanto quelli che affliggono gli uomini confermano la teoria femminista. In questo modo risulta impossibile falsificarla: il femminismo resta una «teoria vaccinata». Per inciso, l’idea di  responsabilizzare l’uomo per i gravi danni che patisce (suicidio, lavoro, guerre, torture…), in un sistema da lui stesso ideato per funzionare paradossalmente a proprio vantaggio, può solo essere concepita se si considera l’uomo come un perfetto incapace e imbecille: l’uomo avrebbe costruito volutamente un sistema per trarre vantaggio e danneggiare le donne che molto spesso produrrebbe gli effetti contrari.

Uno dei problemi indiziati della “mascolinità tossica” è l’incapacità di aprirsi, di esprimere i propri sentimenti e raccontare i problemi. L’uomo rimarrebbe chiuso in se stesso e non saprebbe comunicare né chiedere aiuto. D’altra parte, basta un nanosecondo per offendere profondamente le stesse femministe che denunciano questa incapacità, nel preciso istante nel quale l’uomo incomincia a segnalare i problemi maschili. Quest’uomo verrà rinfacciato di voler distogliere l’attenzione dalle vere vittime, le donne. La teoria femminista fa sfoggio di continuo di questo scandaloso doppio standard di giudizio, il modo asimmetrico che hanno le femministe di affrontare le sofferenze maschili e femminili è solo un esempio. La minor presenza delle donne nelle aule universitarie è stata addebitata per lungo tempo alla discriminazione maschile. Oggi che le alunne sono più numerose degli alunni la discriminazione non è più un motivo, il motivo è che le donne sono più brave. Il femminismo disapprova le caratteristiche maschili, come la competitività, ed esalta quelle femminili, come la collaborazione. Disprezzano l’istinto competitivo maschile ma proclamano orgogliose di poter essere tanto competitive quanto gli uomini: sullo sport i media proclamano quanto le donne siano competitive e quindi debbano guadagnare lo stesso; il calcio sarebbe uno sport maschilista, ma si promuove di continuo il calcio femminile; i mali del capitalismo sarebbero dovuti allo spirito ambizioso e vorace degli uomini ma si esaltano le donne tanto ambiziose e brave imprenditrici quanto gli uomini; il femminismo aborrisce l’istinto materno e i lavori casalinghi, tranne quando si tratta di lodare la santità che deriva dalla figura materna (ad es. “le donne usano i soldi per la famiglia, per i figli”, nell’assegnazione di microcrediti e aiuti umanitari) o di chiedere l’affidamento esclusivo nei procedimenti di divorzio.


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Doppio standard

Il doppio standard sistemico.

La violenza e la guerra sarebbero monopolio degli uomini (“se le donne fossero al potere non ci sarebbero guerre”), tranne quando si tratta delle guerriere curde che combattono contro l’ISIS, o le miliziane nella Guerra civile spagnola, o altre eroine e soldatesse di altri conflitti (evidentemente le donne che sostenevano l’ISIS o i talebani o erano costrette sotto minaccia o avevano subito un lavaggio del cervello da parte del patriarcato). A proposito di lavaggio del cervello, la PAS (sindrome da alienazione parentale) non esiste, ai minori non si può lavare il cervello. Invece è completamente normale lavare il cervello alle donne (adulte), come sostiene la teoria femminista (l’eterno femminino). Storicamente l’uomo avrebbe plasmato il carattere della donna, stabilito l’ordine culturale e imposto i ruoli di genere – malgrado si fosse disinteressato dell’educazione dei bambini (!?), compito assegnato alle donne secondo la narrazione femminista. Inutile continuare a elencare esempi, la teoria femminista trasuda tutta di un doppio standard di giudizio, e così le femministe chiamano “diritti delle donne” le pretese che hanno le donne per le quali gli uomini si dovrebbero assumere certi compiti, e “privilegi maschili” le pretese che hanno gli uomini per le quali le donne si dovrebbero assumere certi compiti.

Il doppio standard di giudizio non è una mera questione teorica, ha delle ricadute pratiche, come sa qualsiasi uomo che ha dovuto subire un procedimento di separazione. Ad esempio, se un uomo fa notare che ha abbastanza soldi da poter pretendere l’affidamento del figlio, rischia di sentirsi dire “perfetto, questi soldi possono accrescere l’assegno in modo che la madre possa prendersi miglior cura del figlio”. Se invece riferisce di non aver abbastanza soldi, a maggior ragione il figlio verrà affidato alla madre. Tanto se possiede dei soldi come se non li possiede i figli verranno affidati per regola alla madre. Su questo fronte posso vantare la mia esperienza personale. Udienza preliminare: la madre denuncia un reddito di circa 2.500 euro annui per lavoro part-time; il sottoscritto un reddito annuo molto più elevato derivato da lavoro full time. Affidamento dei figli alla madre e assegno di mantenimento dal padre. Il procedimento (durato anni) va avanti e la mia azienda chiude. Decido di fare un esperimento antropologico, decido di guadagnare in lavori part-time la stessa cifra denunciata dalla madre all’udienza preliminare e presentare le stesse condizioni economiche. Per anni denuncio un reddito di circa 2.500 euro annuo per lavoro part-time (l’assegno di mantenimento a mio carico verrà mantenuto per tutta la durata del procedimento, per il tribunale la mia condizione di semi-disoccupato non sarà mai un’esimente). Non una, ma per ben due volte (!) – dal Tribunale di Minorenni di Venezia e dalla Procura di Vicenza –, mi venne rinfacciato, per iscritto (!), la mia audacia di richiedere nelle mie precarie condizioni economiche l’affidamento dei figli. Evidentemente, quando la madre in prima istanza presentò le stesse identiche condizioni economiche (e lo stesso reddito) a nessuna istituzione venne in mente di biasimare la sua audacia, al contrario, le vennero affidati i figli senza alcun commento di sorta. Stesse condizioni, disparità di trattamento e giudizio. Se questo non è discriminazione… Se questo non è doppio standard di giudizio…

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