L'allucinata narrazione femminista sull'aborto

Vorrei fare ancora alcune riflessioni su contraddizioni, aporie, paralogismi, depistaggi e manipolazioni della narrazione dominante sul tema aborto. Il diritto di scelta. L'aborto è il diritto femminile di scegliere, ossia di rimediare ad un errore, ad una debolezza, ad un momento di irrazionalità. O ad una violenza. Diritto progressivamente riconosciuto in vaste parti del mondo ad opera di parlamenti composti in grande maggioranza da uomini. Uomini che – al tempo stesso- in nessuna parte del mondo hanno previsto lo stesso diritto per se stessi e questo sembra a me (solo a me?…) singolare e molto significativo. I diritti riproduttivi maschili non esistono in nessun paese del mondo: democrazie o dittature, dell'ovest e dell'est, del nord e del sud. Gli uomini non riescono nemmeno a immaginare di cosa potrebbe trattarsi: si tratterebbe del medesimo diritto che essi hanno riconosciuto alle donne, quello di rifiutare genitorialità (qui paternità) non volute. Il diritto di scegliere, a posteriori, se diventare padri o meno. Il diritto di disporre del proprio corpo e della propria anima, elementi con cui producono le risorse sulle quali si fonda il diritto femminile (“Io posso!”) di imporre agli uomini figli non voluti (“Tu devi!”). Se vietare alle donne il diritto di scegliere è un delitto, allora gli uomini hanno compiuto questo delitto contro se stessi, a proprio danno, in tutto il mondo e da sempre. Dove l’aborto c’è ...e anche dove non c’è.

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La misoginia dov'è?

Con l’aborto la donna rimedia ad un errore. Pur se può suonare cinico, diciamo che  essa “risolve un problema” che però non è solo suo, ma di tutti e due. Nella quasi totalità dei casi infatti anche al potenziale padre va benissimo che il bambino non nasca. Non è frequente infatti che lei intenda abortire e lui invece voglia tenersi il figlio (benché accada forse più spesso di quel che crediamo). Opinione paterna che comunque non conta nulla, dal momento che lei fa quello che vuole, qui e in tutto l’Occidente. Dal 1978 in Italia sono stati “risolti” con l’aborto circa sei milioni di “problemi”, con soddisfazione di entrambi forse nel 95% dei casi (la percentuale vera non la conosceremo mai). L’aborto dunque è nell’interesse maschile quanto in quello femminile. Perché allora si dice che gli antiabortisti odiano le femmine se il danno del proibizionismo colpisce anche loro? Perché si legge sulla home de La Stampa che la sentenza USA è stata emanata da “uomini che odiano le donne”? Odiano parimenti se stessi. Se poi fosse vero che oggi le odiano si dovrebbe dedurne che almeno all’epoca di Roe vs Wade le amassero… ma questo non si è mai sentito dire. Ora, se i padri potessero svincolarsi dall’obbligo al mantenimento, si potrebbe dire che il divieto di aborto mira a colpire le donne, ma gli uomini non possono disconoscere la paternità che può invece loro venir imposta anche decenni dopo (con i connessi indennizzi/risarcimenti) persino se ignari della nascita del figlio e magari con altra famiglia sulle spalle. Se il divieto d’aborto crea problemi a molte donne li crea anche ad altrettanti uomini. Altrettanti. La misoginia dov’è?

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L'allucinazione femminista.

Vi è poi la questione delle antiabortiste, la metà degli avversari dell’aborto, che sono in Italia circa il 20% (i sondaggi danno un range 14–25%). Se gli uomini lo sono perché odiano le donne – così si dice – e le vogliono tenere sottomesse e in schiavitù, che dire delle antiabortiste?  Perché di esse non si parla? A suo tempo (anni ‘70) venivano commiserate come povere vittime della cultura patriarcale eccetera. Oggi invece, emancipate, coscienti, libere e mediamente più istruite dei maschi stessi, non si possono deridere in quel modo, perciò... si tace come se la loro presenza fosse imbarazzante. Come si oserebbe dire che persino fior di scienziate, filosofe, letterate, dirigenti, professioniste (e di antiabortiste ve n’è anche tra queste) odiano se stesse e sono vittime della cultura clerico-borghese fallocratico-fallologocentrica eteropatriarcalmisogina? Impossibile. Tuttavia degli uomini che ne condividono le idee si dice proprio così: misogini, revanscisti del patriarcato, quella condizione sociale in cui gli uomini hanno tutti i diritti e solo diritti, le donne tutti i doveri e solo doveri. Il lungometraggio allucinato della narrazione femminista.

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