Il pestaggio virale di Livorno e il doppio standard strutturale

“Circola in rete un filmato che vede un ragazzo pestato da una donna, e subito l’Italia so-tutto-io si schiera: sicuramente lui l’aveva aggredita, poi il motivo si trova: forse le stava scippando la borsa, forse è uno stalker, forse la stava molestando sessualmente con una vasta gamma di ipotesi che va dal catcalling al tentato stupro. Tutta Italia meno uno. Applausi per Nicola Vanni, responsabile di redazione a Livorno Today”… Avevamo pubblicato un articolo con questo incipit, ma poi qualcosa è cambiato: la redazione di livornotoday ha ricevuto una comunicazione dal legale della signora, per ribadire che la sua assistita si stava effettivamente difendendo da un’aggressione. Attendiamo ulteriori sviluppi, l’avvocato assicura che la battagliera signora denuncerà il suo aggressore (del quale evidentemente conosce le generalità) ma ora è troppo provata per farlo, è traumatizzata e non dorme da giorni. Non dice però l’avvocato se chi ha tentato lo scippo sia un criminale abituale o un balordo occasionale, un tossicodipendente, un extracomunitario o un delinquente del posto, comunque uno sconosciuto che pensava di avere adocchiato una preda facile. Scrive testualmente che la sua assistita è stata aggredita a scopo di rapina “da una persona”. Nulla esclude che la “persona” prossimamente denunciata sia proprio il fidanzato o l’ex fidanzato, come nulla esclude che l’asserito scopo di rapina venga derubricato in altro; scopriremo la verità seguendo gli sviluppi.

Resta il fatto che della signora non ci interessa assolutamente nulla. Il merito che riconoscevamo – e continuiamo a riconoscere – a Nicola Vanni è quello di non lasciarsi coinvolgere nel delirio collettivo smascherando, ad esempio, i frettolosi commenti anche di alcuni politici che dopo mezz’ora già conoscevano una verità che invece dopo 5 giorni è ancora ignota perfino alle forze di Polizia; o le bufale sul fatto che la tizia fosse un ufficiale dell’Esercito, poi una borghese campionessa di arti marziali, poi una marescialla con l’hobby delle arti marziali. Questi particolari sul singolo caso non ci interessano affatto. L’aspetto che coglievamo riguarda alcune dinamiche che studiamo da parecchi anni prima che la signora e “la persona” si azzuffassero a Livorno. Non ci interessano meriti o colpe della signora, sarebbe miope circoscrivere l’analisi al singolo caso, preferiamo analizzare i meccanismi di una disinformazione frettolosa, dozzinale e cialtrona, ma purtroppo dilagante. Ripetiamo quindi il resto dell’articolo, che poi è l’unica analisi che ci interessa replicare.

Nicola Vanni
Nicola Vanni

La deriva maschiofobica.

Il condizionamento delle coscienze vieta di considerare che anche una donna possa essere violenta, se lo è la colpa deve essere cercata – e trovata – nelle colpe della vittima. Tuttavia, ricordiamolo sempre, nulla accade per caso. Ci sono dei solidi perché dietro la rincorsa febbrile di media e politici a magnificare la ragazza livornese, a farne un’eroina, simbolo virtuoso delle donne che sanno difendersi dal maschio violento, aggressore, patriarcale. Forse qualcuno già pregustava di costruirle un futuro in politica. È la discriminazione di genere, quando il genere discriminato è quello maschile. È il pregiudizio sessista che ama dividere l’umanità in buoni e cattivi, per cui l’uomo è oppressore e la donna oppressa, l’uomo è carnefice e la donna vittima, l’uomo è il Male del mondo e la donna è il Bene. Nessuno sapeva di preciso in cosa consistesse la minaccia, se nel tentativo di furto, di molestia sessuale o altro ancora, ma in tutti gli scodinzolanti commentatori vi era l’incrollabile certezza che lei si fosse ribellata all’aggressione di lui. Chissà cosa avrà fatto lui per spingerla a tanto, se lei lo ha gonfiato di botte prendendolo a calci e sberle avrà avuto i suoi motivi; quindi fantasia a briglia sciolta per inventarli, ‘sti motivi. Cialtronata inesistente a ruoli invertiti, la violenza maschile non è mai giustificabile. Sacrosanto. Diventa giustificabile, anche arrampicandosi sugli specchi, quando la violenza è femminile. E questo sacrosanto non lo è affatto.


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Qualche testolina particolarmente faziosa ricomincerà a sbraitare accusandomi di inneggiare all’odio e alla violenza contro le donne; dimostrando però, ancora una volta, di non essere in grado di capire. A me della tizia livornese non importa nulla, ma veramente nulla. Non suggerisco alle folle di odiarla, non chiedo provvedimenti giudiziari o la gogna mediatica per rimediare alle menzogne, non fomento la shitstorm sul web per ristabilire un equilibrio violato.  Del caso singolo si è occupato egregiamente Nicola Vanni, io tralascio il caso singolo e vado oltre per osservare altro, e questo altro è la deriva maschiofobica che inquina i media e non solo. È il frutto di anni ed anni di condizionamento delle coscienze che ha ormai ingabbiato la collettività dentro schemi mentali chiusi, mappe mentali malate, pregiudizi sessisti. Se un uomo è violento la colpa è dell’uomo, se una donna è violenta la colpa è sempre dell’uomo. Un paio di esempi concreti.

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Una passante ride vedendo l’uomo aggredito durante l’esperimento della ABC News.

La “cortina di pizzo”.

Clem Taylor, giornalista statunitense scomparso nel 2014 e produttore della trasmissione Prime Time per la rete NBC news, nel 2006 ha effettuato un esperimento avvalendosi di una troupe composta da 2 psicologi, un sociologo e un antropologo, oltre a tecnici audio ed operatori video. Un esperimento con un minimo di serietà, non una roba acchiappashare stile isola dei famosi. Due attori, una ragazza e un ragazzo, simulano una lite di fronte ad alcune telecamere nascoste, mentre la troupe registra le reazioni dei passanti. Prima fase: lui aggredisce lei. Parco pubblico, ore 16. La lite è pianificata secondo modalità aggressive crescenti: all’inizio l’attore insulta la ragazza, poi la picchia con un giornale, quindi le strattona gli abiti, la spintona, la afferra per i capelli. La tipologia dei passanti è estremamente varia, anche per quanto riguarda la fascia d’età: una comitiva di ragazzi, una giovane donna col cane, una coppia di anziani, due joggers, un uomo corpulento con la figlia, diverse mamme con bambini delle quali una con la carrozzina, un anziano col bastone, una coppia in bicicletta, etc. Ogni passante ha mostrato interesse per la lite e si sono registrate reazioni secondo una scala crescente: chi ha espresso il proprio biasimo semplicemente fermandosi a formare un circolo intorno ai due attori, chi è intervenuto verbalmente (invitando il ragazzo a smettere, insultandolo o minacciando di chiamare la polizia), chi fisicamente (separando gli attori, bloccando il ragazzo, in un caso anche gettandolo a terra). “Passante” è forse un termine improprio in quanto la lite – pur svolgendosi volutamente in prossimità di un viale di passaggio – ha richiamato l’attenzione e il successivo intervento anche di gente non esattamente prossima al set.

Seconda fase: lei aggredisce lui. L’esperimento a ruoli invertiti è stato ripetuto cambiando giorno e orario, per evitare di incontrare frequentatori abituali del parco che potessero smascherare una scena già vista. Lei aggredisce lui secondo le identiche modalità crescenti della prima fase: urla, insulti, giornale, abiti, spintoni, capelli. Nessuno dei passanti è intervenuto, nemmeno fermandosi. Qualcuno da lontano si è mostrato incuriosito e ha palesemente indicato i litiganti, ma senza avvicinarsi. Nessun tipo di intervento, nemmeno il più blando, ognuno ha continuato per la propria strada e più di un soggetto ha mostrato empatia per la ragazza-offender invece che per il ragazzo-target, invitando lei a picchiare più forte, ridendo, mimando le percosse. L’esperimento è quindi entrato nel vivo: i soggetti che hanno assistito alla seconda fase sono stati fermati, è stato loro spiegato che si trattava di una candid camera ed è stato somministrato un questionario con la liberatoria e la richiesta di precisare i motivi del loro comportamento. Tutti hanno dichiarato «chissà lui cosa le aveva fatto per spingerla a tanta violenza». La dimostrazione empirica della cortina di pizzo, teoria di Warren Farrell (in “The Mith of Male Power”, 1993): se un uomo è violento l’attenzione si concentra sull’efferatezza del gesto, se quella violenta è una donna l’attenzione si concentra sui motivi che la avrebbero costretta ad essere violenta.

Warren Farrell
Warren Farrell

L’evidenza del doppio standard.

In particolare una delle persone intervistate (un uomo) ha aggiunto che la donna violenta non può essere un problema: visto che per secoli hanno subito, è normale che ora si ribellino insultando, picchiando, aggredendo, anche uccidendo. Pur se si tratta di una singola opinione, è da considerare anche quest’ultima chiave di lettura; il carattere risarcitorio della violenza femminile potrebbe far si che l’episodio non venga valutato in quanto tale, ma come legittima reazione a violenze subite da altre donne, in altri tempi e altri luoghi. Quindi è giusto che un uomo subisca violenza; il motivo infatti non va ricercato nella eventuale colpa della vittima, ma si annida nelle colpe accumulate dai suoi antenati. Teoria quantomeno singolare. Se fosse valida, oggi renderebbe legittima l’uccisione di qualsiasi tedesco da parte di qualsiasi ebreo, di qualsiasi bianco da parte di qualsiasi nero, di qualsiasi sacerdote da parte di qualsiasi eretico.

Un esperimento analogo a quello di ABC NEWS è stato ripetuto nel 2014 a Londra, nell’ambito della campagna di sensibilizzazione ViolenceIsViolence. Il video è stato trasmesso anche in Italia da Repubblica TV e ripreso da Fanpage. Le reazioni dei passanti inglesi sono identiche a quelle registrate 8 anni prima negli USA: ironia e curiosità quando un uomo viene aggredito da una donna, nessuna preoccupazione, nessuna empatia per la vittima maschile, nessun intervento per arginare la violenza femminile. In America e in Inghilterra si trattava di esperimenti sociali con attori, in Italia è vita vissuta con personaggi reali. Ma non cambia nulla. Da ultimo, può essere utile notare la differenza, sia mediatica che giudiziaria, in base a chi faccia cosa. Tre giorni prima del fatto di Livorno, ad esempio, un altro episodio di violenza ingiustificabile: a Trieste un muratore rumeno viene arrestato, aveva scoperto la moglie a letto con un uomo e aveva reagito con violenza, pur senza prenderla a calci e pugni la aveva trascinata in strada seminuda e le aveva strappato il cellulare per controllare da quanto tempo andasse avanti la tresca. Poi aveva chiesto la separazione ed era tornato in Romania. Rientrato in Italia, scattano le manette. Comprensibile la rabbia per il tradimento in flagranza, comprensibile lo sconforto e l’umiliazione per aver scoperto che il proprio matrimonio è inquinato dalla menzogna e dall’inganno, comprensibile anche la disperazione per un progetto di vita che si disintegra… ma qualsiasi reazione violenta è sempre da condannare. Sempre. Almeno quando il violento è un uomo.

P.S.: per le testoline semplici semplici, quelle che proprio non ce la fanno: ecco un aiutino. Questo articolo non è un incitamento all’odio, non è una legittimazione della violenza maschile, non è un inno alla violenza contro le donne. È una contestazione al doppio standard politically correct che considera grave solo la violenza maschile e si dimostra sempre pronto, anche con fake news, a legittimare quella femminile.

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