L’evoluzione del linguaggio: dal femminismo al genderismo (4)

Nel film Un poliziotto alle elementari, del 1990, un poliziotto sotto copertura (Arnold Schwarzenegger) si presenta come maestro d’asilo in una scuola elementare. Durante una delle lezioni, uno dei bambini dice ad alta voce: «I maschi hanno il pene, le femmine la vagina». La collega del poliziotto, che si trovava presente, replica rivolgendosi al finto maestro: «Bene, gli hai insegnato le basi. Questo è l’importante». Sono passati una ventina d’anni, e quello che all’epoca era una gag simpatica e innocente, oggi è diventata una battuta scorretta, esclusiva e omofoba. Impronunciabile e soprattutto una battuta politica. Se nel 1990 avessero predetto allo sceneggiatore che battute simili a quella adoperata nel film sarebbero diventate sconvenienti in pochi anni, probabilmente non ci avrebbe creduto. Oggi a scuola gli attivisti transgender insegnano ai bambini piuttosto che «anche i ragazzi possono avere il ciclo». È innegabile che siamo davanti a una rivoluzione del pensiero copernicana avvenuta in pochissimi anni, contempliamo stupefatti la nascita di nuovi concetti che hanno a loro volta la necessità di nuovi termini per potersi definire. Questa rivoluzione, conosciuta come ideologia di genere, non ha avuto origine dal nulla, è nata dal femminismo, che l’ha partorita, allattata e cresciuta. Possiamo fissare la data di nascita nel 1949, anno della pubblicazione di Il secondo sesso de Simone de Beauvoir e della iconica frase “donna non si nasce, si diventa“, che riassume meglio di qualsiasi altra l’opera. Questa celebre frase è diventata il più noto slogan del movimento femminista.

Secondo de Beauvoir la donna è una costruzione sociale creata dal patriarcato a proprio vantaggio e a danno delle donne. Questa tesi della de Beauvoir è stata ripetuta costantemente fino ad oggi dalle teoriche femministe. Ad esempio, Amelia Valcárcel, celebre filosofa e femminista spagnola, ha affermato che «la donna è un costrutto culturale che è stato utilizzato per mantenere lo status subordinato delle donne». E ancora, «ciò che le persone devono togliersi dalla testa è l’idea che ci sia qualcosa di naturale nella specie umana. La specie umana è in realtà, estremamente artificiale» (Historia crítica del feminismo español, TVE-2, min. 17:15 – 17:30). Le parole e le frasi hanno un loro significato. I messaggi linguistici vengono decodificati secondo un codice comune. Simone de Beauvoir non ha scritto “donna si nasce, che tipo di donna si diventa”. De Beauvoir ha scritto che “donna non si nasce”. Se non si nasce quello che si è, ma si diventa, come ha scritto de Beauvoir e hanno ripetuto le teoriche femministe, allora si può nascere qualsiasi cosa e diventare altrimenti. E questo pensiero relativista non deve per forza limitarsi al sesso, può essere allargato a molti altri ambiti, dall’età alla razza, alle specie animali o agli oggetti. Dal transgender a qualsiasi altro tipo di trans il passo è breve. I desideri diventano quindi realtà, perché la realtà è in divenire, un costrutto patriarcale che può essere modificato a seconda dei sentimenti: “se senti che qualcosa è vera… allora è vera”. È intuitivo che un pensiero simile apre un vaso di Pandora di novità e di rivoluzioni inarrestabili. Questi nuovi concetti hanno bisogno di nuovi termini che legittimino la loro esistenza. Solo nominando le cose, le cose acquisiscono un valore.

Amelia Varcalcel
Amelia Varcalcel

La fiera delle discriminazioni

Da qui dunque una cascata di neologismi. Dalla transpecie alla transrazzialità o transrazzialismo. «Transracial e Transgender, qual è la differenza?». L’ecosessualità, «quando la Terra è la nostra amante, non nostra madre». Esiste persino un Manifesto Ecosessuale: «siamo acquafili, terrofili, pirofili e aerofili. Abbracciamo spudoratamente gli alberi, massaggiamo la terra con i nostri piedi e parliamo eroticamente alle piante. Facciamo l’amore con la Terra con i nostri sensi». Oppure l’oggettofilia: «23enne si fidanza con un aereo: “Voglio sposare il mio Boeing 737, mi rende la persona più felice del mondo”». «Erika, divorziata da una gru e sposata con uno skateboard». Sono solo due esempi, ma ci sono casi di ogni tipo, da chi ha sposato il Muro di Berlino o si è fidanzato con il World Trade Center, a chi è stato denunciato per mantenere rapporti sessuali con una bicicletta. E non azzardatevi a criticarli perché rischiate di essere accusati di oggettofobia. Evidentemente in questa cascata di neologismi il gioiello della corona sono i transgender e il glossario LGBTIQ+ che lo riguarda (intersex, bisessuale, genderfluid, eteronormatività, queer, androgino, omotransnegatività, asessuale, bear, bifobia, outing, cisgender, pansessuale, coming-out, crossdresser, drag queen, drag king, polisessuale, transfobia…). Un elenco pressoché interminabile e in costruzione, man mano che crescono il numero di generi.

A queste novità bisogna aggiungere il successo del concetto di intersezionalità, il femminismo intersezionale. Se la teoria femminista ha scatenato una guerra di sessi, di donne contro uomini, il femminismo intersezionale allarga il concetto e scatena una guerra di tutti contro tutti: neri contro bianchi, bambini contro anziani, omosessuali contro eterosessuali, grossi contro magri, vegani contro carnivori, immigranti contro autoctoni, donne contro uomini… La teoria del femminismo interzezionale è chiara, quello che è meno chiara è la scala di valutazione tra le diverse categorie di vittime. Ciò innesca una corsa di ogni categoria verso la vittimizzazione. Chi è più vittima, un omosessuale o un nero? Chi tra i due è il privilegiato e chi è la vittima? Come non sono chiare nemmeno le regole che definiscono il valore dell’aggiunta o della sottrazione di diverse categorie. Così una donna trans lesbica è un supervittima perché è in possesso di tre categorie che la vittimizzano: donna, trans e lesbica. Invece un uomo eterosessuale è un super privilegiato perché è uomo ed etero. Eppure secondo l’ideologia di genere una donna trans lesbica è un uomo eterosessuale, entrambi espressioni dicono la stessa cosa. L’aggiunta della categoria trans alla categoria donna fa diventare l’individuo membro di un’altra categoria: uomo. La somma di due categorie di vittime (donna+trans) dà come risultato una categoria di privilegiato (uomo)? La teoria trans permette la creazione di infinite nuove possibilità e nuovi gruppi. Il femminismo intersezionale moltiplica all’infinito la concorrenza tra questi gruppi per autoproclamarsi discriminati e vittime. La somma di entrambi producono una combinazione esplosiva e ingovernabile. In pratica, attualmente i governi occidentali stanno finanziando migliaia di attivisti per rendere il mondo peggiore, stanno sovvenzionando la nascita di nuovi conflitti all’interno della nostra società. Si stanno generando problemi inesistenti, come è ad esempio il sessismo del linguaggio o l’inclusività del linguaggio, che verranno approfonditi nel prossimo intervento.

vittimismo

La corsa alla vittimizzazione

A lungo le femministe hanno affermato che il loro corpo è il frutto di pratiche sociali, le categorie uomo e donna sono categorie sociali modificabili. Per chi non aderisce a queste teorie femministe il corpo invece è il fondamento e solo da questa premessa iniziale può avvenire un cambiamento parziale. Come scrisse Edith Stein: “Non solo il corpo è strutturato in maniera diversa, non solo sono differenti alcune funzioni fisiologiche, ma tutta la vita del corpo è diversa; di conseguenza anche il rapporto tra anima e corpo è differente”. Non è che Edith Stein abbia scritto qualcosa di straordinario, voglio solo lasciare testimonianza del fatto che c’erano molte donne a pensarla diversamente rispetto a quello che avrebbero affermato più tardi Simone de Beauvoir e le altre accolite femministe. Uomini e donne siamo diversi. Un cavallo che si dipinge da zebra non è una zebra, è un cavallo dipinto da zebra, e un uomo che si castra non è una donna, è un uomo castrato, è un uomo anatomicamente modificato. E questo vale tanto per il corpo quanto per la psiche. Le femministe classiche si sono servite delle teorie di genere e dell’eterno femminino per promuovere la loro ideologia nelle istituzioni, i loro discorsi miravano ad aggravare le colpe del patriarcato. Hanno giocato col fuoco, la situazione è sfuggita di mano e ora non riescono più a contenerla. Attualmente c’è una guerra in corso tra il femminismo intersezionale o genderismo e le femministe classiche (le TERF), tra le quali si trova Amelia Valcárcel, che lamentano che il primo «cancella la donna». Molto probabilmente queste femministe, come Amelia Valcárcel, travolte dagli eccessi dell’ideologia di genere, si stanno già pentendo di certe invettive che in questi anni passati hanno pronunciato contro il patriarcato, riguardo la costruzione e l’artificialità delle natura femminile. Scommetto che se Simone de Beauvoir vivesse ancora, sarebbe tra queste. (Continua domenica prossima)

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