“Via col vento” è un’opera femminista?

Via col vento (Gone with the Wind) è un romanzo del 1936 scritto da Margaret Mitchell, un successo editoriale senza precedenti: 180.000 copie vendute in quattro settimane, un milione in sei mesi, in testa alle classifiche per due anni. Tradotto in numerose lingue, il romanzo ottenne anche un grande successo internazionale: vendute milioni di copie, oggi ha superato la quota di 30 milioni di copie, che lo rendono uno dei romanzi più venduti di tutti i tempi. Grazie all’opera, nel 1937 Margaret Mitchell vinse il Premio Pulitzer. Nel 1939 il romanzo fu adattato per un film, celebre omonimo colossal cinematografico di Victor Fleming, che vinse 8 premi Oscar (all’epoca un record) e fu immensamente popolare anche tra il pubblico, rimanendo il film col maggiore incasso nella storia del cinema per oltre un quarto di secolo (se adattato all’inflazione monetaria, esso mantiene tale record tuttora). Tanto il romanzo quanto il film sono stati incontrovertibilmente due opere di successo. Se cercate su Internet quest’opera e la sua autrice sono spesso associati al femminismo: «Via col vento, il più importante romanzo femminista americano». Margaret Mitchell era una donna emancipata, divorziata e sposata in seconde nozze, lavorava per un giornale locale. Sua madre era stata suffragetta. La protagonista del suo romanzo, Rossella O’Hara, è una donna forte che si fa strada nel mondo.

Su di lei e la sua opera avevo già accennato brevemente qualcosa in un altro intervento, in riferimento al razzismo che affiorava dal movimento femminista della prima ondata: «Se dovessi fermare lo spirito di questo periodo in un’istantanea, adopererei una scena scritta su Margaret Mitchell (1900-1949). “Mitchell era una femminista ideale. Molto prima che il femminismo moderno fosse pensato, Mitchell aiutò a prendere consapevolezza attraverso il suo libro a due generazioni di donne del sud della classe media e medio-alta nel XX secolo. […] Mitchell era una forte femminista”. (Novelist Margaret Mitchell’s Role as Reporter: A Case StudyRabia Noor). Mitchell era una donna moderna dell’epoca, divorziata, benestante, aperta alle tematiche sessuali. Scrisse Via col vento (1936), un best-seller. La protagonista del romanzo, Rossella O’Hara, donna forte e paradigma di ribellione e di superamento in una società gestita da uomini, icona femminista dell’epoca (oggi, per la verità, parzialmente ripudiata), donna del sud, come Mitchell, e custode dei valori tradizionali e della “sana schiavitù”, era felice di avere degli schiavi. Avete presente la scena dove lei, donna forte ed emancipata, si fa aiutare per vestirsi dalle schiave nere? Ecco l’immagine che, a mio avviso, dovrebbe rimanerci impressa a tutti quando parliamo dello spirito del femminismo della prima ondata». Via col vento, ambientato nel Sud degli Stati Uniti durante la guerra di secessione, offre un’immagine gentile, troppo gentile, della schiavitù in America.

via col vento

Una serie di dissonanze.

Per quanto ci interessa, dal punto di vista femminista, c’è un aspetto molto controverso dell’opera. Malgrado l’appropriazione e la celebrazione di quest’opera come femminista, c’è un passaggio (in realtà sono due) molto problematico. Verso la fine dell’opera, durante il matrimonio con Rhett Butler (l’attore Clark Gable), la protagonista Rosella disprezza il marito e lo costringe a dormire in stanze separate. Ad un certo punto il marito, stanco dei continui rifiuti di lei, la porta di forza nella stanza e la violenta. L’aspetto più controverso non è lo stupro in sé, ma il fatto che la protagonista finisse per accettare l’abuso. L’indomani Rossella si alza felice, innamorata finalmente di un uomo che fino al giorno prima considerava debole, poco virile e disprezzava. Questa donna forte, indipendente, femminista, che dirigeva con mano di ferro i lavoratori al posto dei mariti e uomini (padre) deboli, desiderava essere “presa” da un uomo più forte di lei, da un maschio alfa. Come ho già accennato prima, questo non è l’unico passaggio controverso ma di sicuro è il più eclatante. In un altro passaggio, prima di essere sposati, Rhett Butler “ruba” un bacio a Rossella – ciò che oggi è ritenuto un crimine atroce. La conseguenza di questo bacio “rubato” sarà che Rossella accetta di sposare Rhett Butler.

L’uso della forza sulla moglie non solo fu benedetto da Rossella O’Hara, ma accettato e applaudito dall’autrice del romanzo, Margaret Mitchell, e da milioni di lettrici e spettatrici entusiaste del film. Con quel gesto di forza Clark Gable si consacrò come uno dei divi più amati dello star system di Hollywood, amato dalle donne americane e di tutto il mondo, esempio di uomo virile e attraente. Impossibile non deviare il nostro pensiero verso Cinquanta sfumature di grigio, un altro romanzo scritto da una donna, che ha raggiunto una vasta popolarità e un grande successo, caratterizzato dalla descrizione di scene di esplicito erotismo e di pratiche sessuali di sottomissione della donna. Adattato anche al mondo cinematografico, il successo di Cinquanta sfumature di grigio è stato raggiunto, anche in questo caso, grazie principalmente al pubblico femminile. Questi inoppugnabili esempi di coinvolgimento del pubblico femminile sembrano corroborare l’idea del desiderio più inconscio prodotto dalla mente femminile di trovare un uomo ideale forte e virile, dominante, “maschio”, alfa, e non un uomo gentile, servizievole, remissivo, prototipo delle nuove mascolinità. L’uso della forza da parte dell’uomo trasmette alla donna la sicurezza di trovarsi davanti a un uomo poderoso, economicamente e fisicamente, e lo stupro da parte sua attesta il trionfo sociale di lei, quanto lei in quanto donna sia desiderata con veemenza da un maschio alfa, dal più potente. Elucubrazioni del tutto inammissibili dal movimento femminista, ma che paradossalmente sono le uniche che riescono a spiegare in maniera logica il successo femminile di queste opere. Ognuno tragga le proprie conclusioni dalla dissonanza esistente tra la narrazione femminista e il successo femminile di queste opere.

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E la violenza?

Infine, altre osservazioni sull’opera, non così eclatanti ma non per questo meno interessanti, meritano la nostra attenzione. A proposito della violenza domestica, così descrive Margaret Mitchell il carattere di una donna dell’epoca, rappresentativo di tante altre, nell’energico personaggio femminile di Beatrice Tarleton: «“Pensate che lo prenderà a scappellotti ?” Scarlett , come tutti nella contea, non riuscivano a capacitarsi del fatto che la signora Tarleton, pur minuta, strapazzasse i figli grandi e in alcuni casi li picchiasse addirittura con il frustino da cavallerizza. Beatrice Tarleton era una donna molto impegnata, dovendosi occupare non soltanto di un’estesa piantagione di cotone, un centinaio di schiavi neri e otto figli, ma anche del più grande allevamento di cavalli di tutta la Georgia. Di indole sanguigna, s’infiammava subito quando i quattro figli maschi ne combinavano una delle loro e non trovava disdicevole picchiarli, pur essendo contraria alla frusta per schiavi e cavalli.

“A Boyd la mamma non mette le mani addosso. Non l’ha mai picchiato perché è il più grande d’età ma il più piccolo in quanto stazza” osservò Stuart, dall’alto della sua statura. “Per questo motivo abbiamo lasciato lui a spiegarle la situazione. Santo Iddio, la mamma deve smetterla di pigliarci a ceffoni. Abbiamo diciannove anni e Tom ne ha ventuno, e lei continua a trattarci come se fossimo dei marmocchi!”». Per Margaret Mitchell la prestanza fisica non conta quando si esercita violenza domestica. Beatrice Tarleton esercita violenza sui figli maschi, molto più grandi e più forti di lei, che la incassano stoicamente.

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La protezione maschile.

Ecco invece, secondo Margaret Mitchell, l’asimmetrico trattamento della madre alle figlie: «“Mamma, non fare quelle facce o lo diciamo a papà!”. “Mister O’Hara, in presenza di un bell’uomo come voi, nostra madre non ci dà una chance!” Scarlett rise insieme a tutti gli altri di quelle battute, anche se la libertà con cui le Tarleton trattavano la loro madre non mancava mai di scioccarla. Si comportavano come se fosse una di loro, come se avesse ancora sedici anni. A lei l’idea di dire certe cose a sua madre sembrava quasi sacrilega, però… Però c’era qualcosa di molto bello nel rapporto che le ragazze Tarleton avevano con la loro mamma ed era evidente che, per quanto la criticassero e rimproverassero e stuzzicassero, le volevano un gran bene. Leale, Scarlett si disse che questo non significava che avrebbe preferito avere come madre la signora Tarleton piuttosto che Ellen, ma soltanto che le sarebbe piaciuto poter scherzare un po’ con la sua mamma». In pratica, i figli vengono picchiati perché, in quanto uomini, possono sopportare punizioni fisiche; con le figlie invece vige un rapporto di cameratismo.

A proposito della guerra: « “Se siamo riusciti a resistere tanto è solo perché avevamo alle spalle donne che non si volevano arrendere”. “E non si arrenderanno mai” precisò Hugh, e il suo sorriso era fiero ma al tempo stesso lievemente sardonico. “Fra le signore qui presenti non ce n’è una che si sia ancora arresa, nonostante Appomattox. Per loro è molto più dura che per noi. Almeno noi ci siamo sfogati combattendo”». In questo passaggio, Margaret Mitchell porta alla luce l’influenza femminile sul comportamento maschile: uomini che combattono al posto di donne che non si vogliono arrendere. E, come al solito, l’irragionevole preoccupazione degli uomini per le loro donne, che non hanno dovuto combattere sulla prima linea del fronte ma hanno pure sofferto molto di più (!?). Questo punto è messo in evidenza in maggior misura in un altro passaggio, quando la guerra è persa e gli uomini bianchi, mandati sul fronte, scarseggiano: «In primo piano c’erano i neri, sullo sfondo le baionette degli yankee. Scarlett si rese conto che rischiava di venire uccisa e stuprata senza che nessuno muovesse un dito per impedirlo e che chi l’avesse vendicata sarebbe finito sulla forca per mano degli yankee senza aspettare la regolare condanna di un giudice e di una giuria. […] Migliaia di donne come lei, in tutto il Sud, erano altrettanto spaventate e indifese. E migliaia di uomini, per proteggere le loro donne, avevano di nuovo imbracciato le armi deposte ad Appomattox ed erano pronti a rischiare la vita». Margaret Mitchell descrive ciò che le donne si aspettano dagli uomini, la protezione maschile, protezione che gli uomini sono pronti a concedere. Infatti, ad un certo punto del romanzo Rossella sarà attaccata da due cenciosi, e la società maschile si mobiliterà in sua difesa. Una spinta istintiva maschile irrazionale e inconscia che fa accorrere gli uomini a proteggere le donne, quasi simile a quella delle donne che desiderano essere salvate e “prese” da un maschio alfa.

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