Vannacci: censura fallita. Una storia che ci somiglia

Vorremmo oggi fare una carrellata riassuntiva del “fenomeno Vannacci”. Non perché ci sentiamo vicini al suo pensiero e alle sue opinioni, come si riscontrerà nelle prossime righe, ma perché la sua vicenda è emblematica del tipo di clima in cui si muove chi, come lui, ma anche e soprattutto come noi, si azzarda a esprimere pareri o a proporre riflessioni “fuori dal flusso” della narrazione collettiva conforme. Partiamo dunque da questo articolo, dove si dice, tra l’altro: «sono state archiviate le accuse nei confronti del generale Roberto Vannacci (…) il Gip militare di Roma ha escluso i reati di istigazione a disobbedire alle leggi o a commettere reati (…) per il generale si tratta della seconda vittoria nel giro di breve tempo dopo che lo scorso 17 giugno era già stata archiviata la sua posizione in merito all’accusa di diffamazione presentata dalla pallavolista della nazionale italiana, Paola Egonu (…) l’avvocato Giorgio Carta, difensore di Vannacci, aveva parlato di vittoria della libertà di opinione». Bene, guardiamo ora ai fatti. Essi, non le opinioni, dicono che il testo pubblicato da un (allora) sconosciuto militare contiene frasi che esprimono concetti non allineati al pensiero dominante, quindi deve essere stroncato dalla critica, dalla politica, dai media, dall’intellighenzia. Parte una enorme contestazione imposta dall’alto: a fronte di trenta copie vendute spuntavano diecimila persone indignatissime che contestavano il libro senza averlo mai letto. Vannacci è omofobo, maschilista, razzista, medievale e aggiungiamoci pure fascio e narcisista, tié, che ci sta sempre bene. Insomma i burattinai hanno detto che accanirsi contro Vannacci è cosa buona e giusta quindi, da poveri burattini, in tanti lo hanno fatto.

Alle feroci proteste da parte di chi il libro non lo aveva letto si aggiungevano gli appelli per ritirarlo dai cataloghi di Amazon, alcune librerie esponevano orgogliose il cartello “qui non si vende il libro di Vannacci”, boicottato alla fiera del libro di Torino dove c’è spazio per Ciao Giulia ma non per Il mondo al contrario, infine sono arrivate le immancabili denunce. In sintesi: il libro non mi piace, quindi trascino l’autore in tribunale. Già a questo punto, la vicenda Vannacci ci ricorda decisamente qualcosa che conosciamo molto da vicino… Al di là di questo, io il libro l’ho letto, e devo dire che non piace neanche a me. Non mi piace per alcuni concetti che rimangono grossolanamente accennati mentre meriterebbero di essere approfonditi diversamente, né per l’esposizione stilistica tutt’altro che raffinata. Vannacci non è il novello Manzoni, questo credo sia chiaro a tutti. Ciò non significa che il suo testo contenga reati da punire in tribunale. A me non piace, non lo regalerei e non ne consiglierei la lettura, ma non riesco a vederci i reati dei quali l’autore viene accusato. Il mio parere non conta niente, contano però i pareri di figure molto più autorevoli e soprattutto legittimate a valutare nel merito: i magistrati dei tribunali civili e militari si sono espressi chiaramente, convergendo sul fatto che le accuse sono infondate, i reati contestati non esistono, le denunce vengono archiviate.

Roberto Vannacci
Roberto Vannacci

L’odio non paga.

Il polverone anti-Vannacci alcuni effetti però li ha prodotti (e qui il parallelo con il nostro percorso viene decisamente a cadere). Magari non erano quelli sperati dagli haters ma li ha prodotti eccome.  L’autore non avrebbe potuto sperare di meglio: l’enorme pubblicità derivante dal tentativo di censura ha fruttato una notorietà che da solo non avrebbe mai raggiunto, lo ha reso di fatto un personaggio pubblico sul quale dibattevano un po’ tutti sulla stampa, nelle tv e sui social. Il libretto autoprodotto e venduto online ha solleticato l’attenzione delle case editrici che fiutavano il business, ha scelto Il Cerchio. La seconda edizione ha una prefazione autorevole che non esisteva nella prima, inoltre il generale è stato velocemente sollecitato a dare alle stampe la sua seconda fatica, Il coraggio vince. Vannacci ha raccolto attorno a sé tanti estimatori anche se non è chiaro se siano estimatori del libro in sé o del coraggio dell’autore di andare controcorrente, oppure ancora della persona percepita come vittima della censura di regime: la libertà di parola è garantita, a patto che la parola rimanga obbedientemente nel solco tracciato da me.

Anche la politica ha annusato il vento intuendo che questo militare è divisivo, suscita proteste ma raccoglie anche tanti consensi… perché non utilizzare ‘sti consensi in cabina elettorale? Non sappiamo quali e quanti partiti abbiano tirato Vannacci per la giacchetta mimetica, sappiamo solo che lui ha scelto la Lega e, puntellandone le sorti abbastanza traballanti, ha raccolto da solo più di 500.000 preferenze. Dopo la personale vittoria elettorale arrivano anche le vittorie nei tribunali civili e militari, tutte le denunce archiviate. Il significato in pillole: ciò che scrive Vannacci non vi piace? È lecito. Il fatto che non vi piaccia significa che il generale commette reati? È falso. Temo che i poco lungimiranti contestatori del generale Vannacci abbiano fatto più di un autogol: volevano zittirlo e ne hanno amplificato la voce, volevano farlo condannare e ne hanno fatto un simil-martire, volevano oscurarlo e ne hanno fatto un Parlamentare Europeo. Che dire, sembra che la strategia dell’odio non paghi e questo vale anche per noi, com’è dimostrato dai totali fallimenti dei vari tentativi di tormentare noi de La Fionda per via giudiziaria, come raccontato di recente in diversi articoli (qui e qui, ad esempio). L’unica differenza è che i temi che trattiamo e per come li trattiamo restano un tabù assoluto, come di mostra la lontananza siderale che media e politica tengono da sempre nei nostri confronti.

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