Bell contro Tavistock: prosegue il ricorso in appello

I lettori più assidui ricorderanno il nostro approfondimento sulla causa che ha di recente coinvolto la fondazione Tavistock & Portman e in particolare il suo GIDS (Gender Identity Development Service). Contemporaneamente a un’inchiesta, scaturita dalle rivelazioni di alcune “gole profonde” interne alla clinica, che abbiamo raccontato in dettaglio qui, secondo le quali soggetti in tenera età venivano instradati dal GIDS al percorso di transizione di genere in maniera indiscriminata e senza seguire interamente il necessario protocollo di approfondimento psichiatrico e clinico, Keira Bell (insieme a un altro soggetto anonimo, madre di una 15enne) ha intentato lo scorso anno una causa alla clinica, contestando di non essere stata sufficientemente e correttamente informata in merito al percorso di transizione. L’Alta Corte di Giustizia si è pronunciata in favore di Bell, decretando che il trattamento possa essere somministrato solo a soggetti dai 16 anni in su in quanto è “improbabile” che un minore di 16 anni possa decidere in merito in base a un consenso realmente informato (un criterio che nella giurisdizione britannica è denominato, da un processo precedente, “Gillick competence”, così definito: «sufficiente comprensione del trattamento in oggetto, e sufficiente intelligenza per comprenderne, la natura e le implicazioni»). Ossia con una consapevolezza reale e piena (sintetizziamo dalla sentenza): delle immediate conseguenze del trattamento con ormoni bloccanti della pubertà in termini fisici e psicologici; del fatto che intraprendere tale trattamento sfocia nella stragrande maggioranza dei casi nella prosecuzione del processo di transizione, quindi in interventi medici molto più radicali e invasivi, tra cui anche interventi chirurgici, e delle loro implicazioni; degli effetti collaterali del trattamento ormonale, specie sulla funzionalità sessuale e sulla fertilità del soggetto; dell’impatto di questa decisione sulle relazioni significative nella vita del soggetto; del fatto che l’evidenza scientifica su questo tipo di trattamenti è ancora insufficiente per dichiararne la piena sicurezza.

Abbiamo analizzato la questione da un punto di vista scientifico qui. In particolare abbiamo preso in esame le ragioni di dubitare che l’avvio indiscriminato al processo di transizione sia appropriato in età adolescenziale, dal momento che c’è ampio consenso scientifico sul fatto che la disforia di genere a insorgenza rapida (rapid-onset gender dysphoria) in età precoce sia una base inaffidabile per iniziare un processo dalle implicazioni così pervasive, e difficilmente reversibili – essendo un fenomeno praticamente sconosciuto in passato, e in aumento esponenziale negli ultimi 15-20 anni, quindi con una possibile correlazione con l’aumento delle politiche GLBT e loro riflesso e diffusione sui social media; e riscontrando un’altissima percentuale di “regressioni”, nell’80-85% dei casi, nonché un aumento di soggetti che si “pentono” tardivamente della transizione. La Tavistock & Portman è ricorsa in Corte d’Appello contro la decisione dell’Alta Corte britannica, e l’udienza si è tenuta il 23 e 24 giugno scorsi. In sintesi, il legale della clinica si è richiamato al fatto che gli ormoni bloccanti della crescita sono raccomandati anche per l’adolescenza da alcune linee-guida internazionali tra cui specialmente quelle del WPATH (World Professional Association for Transgender Health), le quali paventano anche un rischio maggiore di sofferenza psicologica qualora tale processo non venga intrapreso (un’affermazione il cui riscontro scientifico è quantomeno dubbio). Ha inoltre argomentato che il trattamento con gli ormoni bloccanti non implica necessariamente la continuazione del processo di transizione, ma sarebbe reversibile (i dati empirici però dimostrano che una volta intrapreso questo percorso, le “regressioni” diminuiscono radicalmente, e se il “pentimento” avviene in seguito, è molto difficile e invalidante intraprendere il percorso inverso). Ha infine ricusato l’affermazione che il trattamento con ormoni bloccanti sia “sperimentale”, in quanto tali farmaci sono usati già da 30 anni (ma per altri scopi clinici!).

Keira Bell
Keira Bell

La clinica Tavistock al centro delle polemiche.

In risposta, il legale di Keira Bell ha sottolineato nuovamente come l’evidenza scientifica su tale trattamento e i suoi effetti a lungo termine sia ancora insufficiente, e soprattutto ha ribadito con forza che il processo informativo e ispettivo in uso presso la Tavistock non può essere considerato sufficientemente approfondito, perché sia assicurata la piena comprensione e corretta informazione da parte del minore. Non è stata ancora resa nota la data in cui sarà emessa la sentenza ma le ragioni della difesa di Keira Bell sembrano confermate, dall’altro versante di questa vicenda (le inchieste interne), da un’altra sentenza di rilievo per la Tavistock. Infatti la fondazione è stata di recente condannata dal tribunale del lavoro britannico a un risarcimento di 20.000 sterline in favore di Sonia Appleby, psicoterapeuta e dirigente responsabile della vigilanza sull’abuso dei minori presso la stessa clinica. La Appleby era stata consultata dai whistleblowers che hanno fatto partire l’inchiesta interna, proprio in virtù dei percorsi “accelerati” che la clinica sembrava avviare, in alcuni casi addirittura su bambini di 10 anni, senza i necessari, lunghi e accurati, periodi di valutazione psicologica e clinica su ciascun caso. La Appleby ha accusato la clinica di «averle impedito di svolgere il proprio lavoro di difesa dei minori», di fatto ostracizzandola e negandole l’accesso ai dati, e di aver «danneggiato la sua reputazione professionale» definendo la sua condotta «ingiustamente accusatoria» e tacciandola di «perseguire un’agenda personale». La sentenza riconosce il danno subito dalla Appleby nell’essere stata sottoposta a un «provvedimento quasi-disciplinare» senza l’applicazione di un’accusa e una procedura formale, e di aver subito accuse «palesemente scorrette». Il portavoce della Tavistock ha dichiarato di non voler fare ulteriori commenti sulla vicenda.

Si tratta di un’ulteriore conferma, sebbene indiretta, sia della “coscienza sporca” dei dirigenti della Tavistock & Portman, sia di un fenomeno sempre più ampio e trasversale a varie nazioni (ma in maniera più avanzata in USA e Canada), che sta portando molte istituzioni cliniche a lucrare sull’incolumità fisica e psicologica di bambini e adolescenti sulla base di una possibile misinterpretazione di insicurezze e disequilibri sulla sessualità che, in un’età evolutiva di tumulti e di esplorazioni qual è l’adolescenza, possono naturalmente comparire per poi regredire altrettanto spontaneamente. Il tutto sostenuto dall’azione politica delle lobbies GLBT, in ossequio a quelle logiche woke di soggettivizzazione e arbitrarizzazione in materia di identità, autopercezione ed espressione di sé, condite dallo scudo etico dell’appartenenza ad una categoria “oppressa”, che portano inevitabilmente a corti circuiti. Come quello di un’altra bizzarra vicenda giudiziaria che ha recentemente coinvolto la Tavistock, con la quale chiudiamo, ben illustra.


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transizione di genere

Alla Tavistock problemi anche sul fronte razzismo.

L’amministrativo senior Olufemi Obileye, che si descrive come “africano di colore”, assunto nell’agosto 2018, ha denunciato la clinica per “discriminazione razziale” dopo essere stato licenziato nell’ottobre 2019. Ma il tribunale del lavoro ha dato ragione alla clinica l’agosto scorso. Obileye aveva accusato un suo collega di pelle bianca, Drew Davies, di razzismo, «perché chiunque sia nato a nord di Watford è razzista» (parole testuali confermate da un testimone). Inoltre aveva accusato la sua superiore, Amy Le Good, di razzismo per essersi complimentata con lui per il suo “inglese di alto livello”: «è uno stereotipo razzista che un uomo di colore non possa essere in un certo modo, apparire intelligente, preparato e capace di prestazioni di alto livello». Di contro, la Le Good aveva segnalato complimenti e approcci fisici inopportuni da parte del soggetto così come un’altra dipendente, Pia Pedersen, cui Obileye avrebbe proposto insistentemente di baciarlo. Il giudice ha dichiarato in merito alla sentenza: «Tutte le evidenze in nostro possesso smentiscono che il licenziamento abbia avuto motivazioni razziste. Ms. Le Good, che ha avanzato alcuni dei reclami che hanno poi portato la Tavistock all’azione disciplinare contro Obileye, fu la stessa persona che lo selezionò per l’incarico, ritenendolo il miglior candidato disponibile. Non avrebbe peraltro senso che, avendo assunto una persona africana di colore per tale ruolo, Ms. Le Good abbia poi cercato di liberarsene in quanto africano di colore». Lasciamo ai lettori le proprie considerazioni, con la promessa di seguire gli sviluppi della causa Bell vs. Tavistock.

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