Femminismo buono, femminismo cattivo (3)

L’idea che le donne (tutte) siano oppresse per mano degli uomini (tutti), concepite le donne quindi come un unico gruppo omogeneo di vittime (come gli “schiavi”) che deve ribellarsi contro l’ingiustizia e, per converso, gli uomini come un unico gruppo omogeneo di nemici (come i “padroni” tiranni) da combattere, non è un’idea stravagante e fuori dell’ordinario, si tratta di un’idea ampiamente diffusa, insita nella dottrina femminista e presupposto essenziale della stessa ideologia (movimento autodenominato “di liberazione”), senza la quale il femminismo non avrebbe alcun motivo di esistere. Solo le donne devono lottare per la “parità” (parola magica che giustifica qualsiasi loro azione), solo le donne hanno diritto a conquistare diritti, i “diritti delle donne” (gli uomini hanno già conquistato tutti i diritti, noti come “privilegi maschili”, spesso a danno delle donne). «La parola schiava» per descrivere la condizione della donna «non è troppo melodrammatica» (Greer), è il termine adoperato da tutta l’intellighenzia femminista per caratterizzare la condizione femminile. Una visione perentoria e guerrafondaia. Una visione condivisa tanto dalle femministe della prima ondata (femminismo “buono”) come dalle femministe successive (femminismo “cattivo”); una visione nata proprio agli esordi, ostentata già dalle due grandi figure storiche di fine Settecento, capostipiti del femminismo: Olympe de Gouges e Mary Wollstonecraft.

Scrive Olympe de Gouges nella Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina (1791): «…tuttavia la ragione può dissimularsi nel fatto che ogni altra strada verso la fortuna è chiusa per la donna che l’uomo compra, come lo schiavo sulle coste d’Africa. La differenza è grande, si sa. La schiava comanda al padrone; ma se il padrone le concede la libertà senza ricompensa, e a un’età in cui la schiava ha perso ogni suo fascino, cosa diventa questa sfortunata? L’oggetto di disprezzo». La donna «come lo schiavo sulle coste d’Africa», l’analogia è esplicita. Ma la donna grande precursore di questa retorica sarà Mary Wollstonecraft. Nel 1792 scrive A Vindication of the Rights of Woman (Rivendicazione dei diritti della donna), considerato dalla storiografia femminista il manifesto del femminismo americano e inglese. In questa opera l’autrice denuncia l’educazione femminile e le poche opportunità che offre la società alle donne al di fuori del matrimonio. Nel 1790, due anni prima, aveva pubblicato A Vindication of the Rights of Men (Rivendicazione dei diritti degli uomini), dove si appellava ai diritti naturali e alla giustizia in contrapposizione all’abuso sociale, alla Chiesa e allo Stato, e augurava una distribuzione della ricchezza e una rappresentazione parlamentaria più equa. Come tanti altri pensatori dell’epoca, Wollstonecraft condannava l’istituzione della schiavitù, che non sarebbe naturale ma, in ogni sua forma, una creazione umana. In quest’opera il soggetto politico è l’umanità, il discorso rimase all’interno del linguaggio dei diritti naturali; in nessun momento Wollstonecraft accenna alla questione di genere.

Olympe De Gouges
Olympe De Gouges

Sotto il giogo.

Il salto qualitativo in A Vindication of the Rights of Woman, rispetto all’opera precedente, è evidente. Nella prima opera il concetto di “schiavitù” viene menzionato solo quattro o cinque volte, riferito all’istituzione che lo riguarda. Il suo capolavoro femminista invece contiene oltre un’ottantina di riferimenti alla schiavitù, dove il soggetto politico dell’opera – la donna bianca classe medio-alta – viene qualificata costantemente come «schiava». Wollstonecraft ritiene più adatta come analogia l’istituzione della schiavitù per descrivere la condizione della donna (bianca di classe medio-alta) piuttosto che la condizione dell’umanità trattata nella sua prima opera. Quindi, in A Vindication of the Rights of Woman quest’analogia verrà riproposta continuamente: il matrimonio è una forma di schiavitù, l’amore è una forma di schiavitù, l’educazione femminile è una forma di schiavitù, le convenzioni sociali sono una forma di schiavitù,… imposte dagli uomini a danno delle donne-schiave. Insomma, l’autrice si serve del linguaggio coloniale schiavista per denunciare la sottomissione della donna ed esigere la restituzione dei suoi diritti naturali. La retorica della schiavitù riempie tutto: le sensazioni, il piacere, la moda, l’attrazione sessuale, l’educazione, il matrimonio e la soggezione patriarcale. «Nello stato corrotto attuale della società sono molte le cause che contribuiscono a schiavizzare le donne».

Wollstonecraft parte dalla premessa che le donne vengono schiavizzate dagli uomini, e il desiderio sessuale maschile è la ragione principale: «Osservo, con indignazione, le idee sbagliate che schiavizzano il mio sesso […]. Oserei affermare che tutti i motivi della debolezza femminile, così come della loro degenerazione, di cui ho già parlato in dettaglio, sorgono da una grande causa: la mancanza di castità degli uomini». Aggiunge in un altro brano: «…fra coloro che credono che Eva sia una costola di Adamo, ritengo doveroso ammettere che tale storia è infondata e può essere utilizzata solo come riprova del fatto che l’uomo, sin dalla remota antichità, ha ritenuto utile esercitare la forza per sottomettere la propria compagna, servendosi dell’inventiva per dimostrare che ella doveva tenere il collo piegato sotto il giogo, giacché l’intera creazione aveva avuto origine per il piacere e la convenienza di lui». In questo brano l’autrice sostiene che questa secolare sottomissione, dovuta a non specificate ragioni, consente al desiderio degli uomini di trasformare le donne in strumenti sessuali per soddisfare la loro lussuria. Le donne, abbattute, «con il collo piegato sotto il giogo», richiamano l’immagine contemporanea degli schiavi. In questo modo, donne bianche, schiavi e buoi diventano parte della stessa catena metonimica dei tiranneggiati; questa associazione tra la schiavitù coloniale e la sottomissione femminile apre a nuove possibilità politiche. Il giogo, ad esempio, suggerisce un maltrattamento eccessivo che merita di far insorgere una ribellione. Scrive, «quando […] chiamo le donne schiave, intendo in senso politico e civile». Schiave, «sotto il giogo».

Mary Wollstonecraft
Mary Wollstonecraft

La visione femminista della Storia.

«Il dovere da loro atteso, come tutti i doveri imposti arbitrariamente alle donne, è dovuto più ad un senso del decoro, ad un rispetto della decenza, che alla ragione; e, così, le donne sono insegnate a sottomettersi ai loro genitori e sono preparate alla schiavitù del matrimonio». «…la donna dovrebbe essere un angelo, o forse un’asina, poiché non vedo traccia del carattere umano, né della ragione né della passione di questa schiava domestica, la cui essenza è assorbita dal tiranno». Il matrimonio è schiavitù, il lavoro domestico come schiavitù… Oltre duecento anni dopo, cioè oggi, il discorso femminista, in cosa è diverso? Wollstonecraft scrive: «Gli uomini dominano le donne come i proprietari delle piantagioni dominano gli schiavi: così come la cieca obbedienza è sempre ricercata dal potere, tiranni e concupiscenti agiscono correttamente quando cercano di tenere le donne all’oscuro». E aggiunge altrove: «È dal sangue della vita che si deve sempre produrre il miele ? È giusto che la metà della specie umana, come i poveri schiavi africani, debba essere soggetta a pregiudizi che la brutalizzano solo per addolcire la coppa dell’uomo?». Come aveva fatto anche Olympe de Gouges nell’esempio sopraccitato, Wollstonecraft associa la condizione della donna alla condizione dei «poveri schiavi africani». Nel primo passaggio associa i proprietari delle piantagioni che dominano gli schiavi agli uomini, tiranni e concupiscenti, che dominano le donne. Nel secondo passaggio dichiara che gli schiavi e le donne bianche sono soggetti a pratiche tiranniche che non hanno altro scopo oltre quello meschino di «addolcire la coppa dell’uomo». Se da un lato, non ci si dovrebbe aspettare che gli schiavi forniscano “sangue vitale” per produrre zucchero [“miele” nella traduzione in italiano] e soddisfare i capricci e i profitti coloniali e patriarcali britannici, parimenti non ci si dovrebbe aspettare che le donne soddisfacciano il piacere maschile.

La retorica di A Vindication of the Rights of Woman è innegabilmente influenzata dagli episodi storici e dai discorsi che dominavano il tempo dell’autrice, due eventi in special modo: la Rivoluzione francese (1789) e, soprattutto, la rivoluzione haitiana (1971), rivolta scoppiata per l’abolizione della schiavitù e contro il colonialismo da parte di un gruppo di schiavi liberati contro il governo coloniale francese a Saint-Domingue, attuale Haiti, che si concluse nel 1804 con l’indipendenza della colonia. Il fatto che uno Stato, primo e unico all’epoca, se fosse costituito in nazione indipendente grazie a una rivolta di schiavi e che fosse governato da non bianchi ma da ex prigionieri, ebbe di sicuro un forte impatto nell’immaginario collettivo. Queste eventi rivoluzionari resero il discorso sulla schiavitù sempre più rilevante tra gli intellettuali dell’epoca. De Gouges e, soprattutto, Wollstonecraft adottarono questa retorica schiavista e la impiegarono a loro servizio nel discorso a favore delle donne, sovrapponendo due fenomeni che erano molto diversi, quello degli schiavi e quello delle donne, come se fossero pressoché identici. Con il senno di poi dobbiamo umilmente riconoscere che questa scorretta sovrapposizione è stata un vero successo. E così è restato fino ad oggi. Nessuna differenza di base tra queste due antesignane, il manifesto di Seneca Falls, le femministe della prima ondata e il femminismo moderno. Forse mancavano ancora alcuni concetti retorici come il “patriarcato”, la “lotta di classe”, la “dittatura del proletariato” o il “matriarcato”, ma il cuore dell’ideologia era tutto lì: la Storia concepita come l’oppressione della donna da parte dell’uomo (patriarcato) oppressione che deve essere rovesciata mediante una rivoluzione (lotta di classe), la distruzione del sistema allo scopo di costruire di un nuovo paradiso paritario (dittatura del proletariato e comunismo matriarcale). In conclusione, una volta è stata stabilita la visione che il femminismo della prima ondata ha sulla condizione della donna – identica tra l’altro a quella delle ondate successive –, tocca indagare nei prossimi interventi se questa visione sia in qualche modo giustificata dalla realtà.

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