Omicidio di Diego Rota: il vergognoso strabismo del sistema

La narrazione “si è solo difesa”, “si è ribellata ad anni ed anni di continue violenze”, è talmente radicata da scattare in automatico nella mente degli inquirenti e dei cronisti. Sull’assassinio di Diego Rota da parte di Caryl Menghetti i media hanno infatti sentito subito il bisogno di scrivere «gli inquirenti avrebbero escluso episodi di maltrattamenti da parte del marito 56enne nei confronti della donna». Chiaro? Non si tratta di un dettaglio insignificante, è il termometro dei pregiudizi e della discriminazione di genere (quando il genere discriminato è quello maschile) che inquinano le procure e, soprattutto, le testate giornalistiche. Bisogna scoprire cosa Caryl subisse dall’uomo che ha ucciso. Quando viene ammazzato un uomo si scava nel passato della vittima: quanto era cattivo quel maschio, bianco, etero, quindi figlio-sano-del-patriarcato, per spingere una povera donna ad ucciderlo? Che cosa le ha fatto quel disgraziato per costringerla a tanto? Quanto deve aver sofferto l’assassina per arrivare ad uccidere il proprio aguzzino?

La prima cosa da cercare sono denunce e/o racconti dei vicini che parlino di percosse, stalking, violenza, oppressione, sopraffazione, maltrattamenti… Quello violento deve essere a tutti i costi il morto, non chi l’ha accoltellato. Quando proprio non c’è nulla, ma veramente nulla come nella vicenda di Martinengo, sembra che affiori un certo rammarico da parte dei cronisti. Si tratta di una dinamica giornalistica che ricorre con frequenza; un caso emblematico è l’assassinio di Lorenzo Sciacquatori (Monterotondo, maggio 2019), prima stordito a pugni dalla figlia Debora e poi ucciso con una coltellata alla nuca. Quanto era cattivo Lorenzo? Si dovette scavare parecchio a ritroso pur di rintracciare una denuncia per maltrattamenti risalente a cinque anni prima dell’omicidio, poi più nulla (attenzione: denuncia, non condanna, oltretutto presunti maltrattamenti nei confronti della moglie e non di Debora). Poi la “prova” della incontenibile violenza di Lorenzo, per cui era giusto ucciderlo e l’assassina non doveva essere nemmeno processata, venne cercata nelle testimonianze incrociate di mamma, nonna, zia e figlia. Il massimo dell’imparzialità. Violenza smentita dai cittadini di Monterotondo presenti in massa al funerale, che applaudirono ed acclamarono a gran voce la salma del povero Lorenzo. Risultato: Debora non ha mai trascorso un giorno in carcere, non è nemmeno stata processata, Lorenzo è morto perché in fondo “se l’è cercata”.

Diego Rota e Caryl Meneghetti
La vittima Diego Rota e l’assassina Caryl Meneghetti.

Niente funerali in diretta nazionale?

Dal 2018 al mese scorso non è cambiato nulla, l’inquinamento ideologico dei media lo ritroviamo nei fatti di Palma di Montechiaro (dicembre 2023) quando Silvana Sfortuna denuncia il marito Gioacchino Morgana per maltrattamenti e si rifugia in una casa protetta, poi lo attira in trappola e lo sfregia con l’acido sostenendo di essere lei la vittima dell’aggressione. Immediata adesione degli inquirenti e di tutta la stampa alla versione fornita da Silvana, ci voleva proprio, finalmente si può crocifiggere un altro “orco” dopo l’orgia mediatica del caso Turetta/Cecchettin e famiglia. Gioacchino protesta la sua innocenza ma non gli crede nessuno, è la donna che deve essere creduta per diritto cromosomico. La verità la fa il genere, non il fatto. Infatti lui viene immediatamente arrestato e piantonato in ospedale per tre settimane; Silvana invece è assediata dai media: interviste, articoli, foto, servizi di approfondimento su tutte le tv pubbliche e private, la “povera vittima” fornisce a destra e a manca la sua lacrimevole versione dei fatti. Poi a fine mese la svolta: Gioacchino aveva ragione, è lui la vittima. Silvana confessa la pianificazione, la trappola, l’aggressione, la calunnia. L’astuto procuratore dichiara in conferenza stampa che a lui non la si fa, è una vecchia volpe che aveva capito tutto fin dall’inizio. Non è chiaro perché abbia tratto in arresto un innocente, ma va bene così. Per i giornalisti è una delusione: la vittima è un uomo, allora il caso non è più interessante a livello mediatico. Silenzio totale, non ci sono più testate che seguono gli sviluppi del caso dal punto di vista giudiziario né sanitario, non ci sono aggiornamenti sul processo a Silvana né sulle condizioni di Gioacchino, non stazionano giornalisti e troupe televisive fuori dell’ospedale per intervistare i medici che lo hanno in cura, i parenti, gli avvocati… niente. Caso sparito dai radar.

Proprio come Rosario Almiento (agosto 2020), l’unica vittima nella casistica criminologica italiana ad essere deceduta dopo un mese di agonia a causa di un attacco con l’acido. La strategia dell’oscuramento mediatico ottiene l’effetto di svilire la gravità degli episodi violenti nei quali le vittime sono uomini, nonché l’impatto sulla collettività: Gioacchino Morgana e Rosario Almiento non li conosce nessuno. Al contrario di Lucia Annibali, sfregiata con l’acido da due balordi assoldati dall’ex fidanzato Luca Varani (aprile 2013), della quale i media hanno parlato per mesi, è stata intervistata mille volte, è stata ricevuta alla Camera e al Quirinale, è stata insignita del Cavalierato della Repubblica, le è stato cucito addosso un futuro in politica (prima PD, poi Italia Viva), ha girato l’Italia per presentare l’immancabile libro di memorie, e tanto altro ancora. Eppure qualsiasi vittima – a prescindere dal genere – dovrebbe avere pari dignità, ma così non è. Tornando al caso di Martinengo, appurato che (purtroppo, per qualcuno) l’assassina non veniva quotidianamente maltrattata dalla vittima, bisogna trovare un altro motivo per la deresponsabilizzazione di prammatica. Eccolo: «la donna avrebbe un passato di problemi di natura psichica. Questo aspetto, potenzialmente rilevante ai fini delle indagini, sarebbe corroborato da un trattamento sanitario, al quale la 46enne si sarebbe sottoposta tre anni fa. Inoltre, è trapelata la notizia che nella giornata precedente, giovedì 25 gennaio, la donna aveva iniziato ad avere delle allucinazioni, motivo per il quale la 46enne era stata portata all’ospedale di Treviglio per ottenere le cure del reparto di Psichiatria». Ma dimessa dopo poche ore. Domande per ora senza risposta: il disturbo non era tanto grave da poter esitare in volontà omicida quindi Caryl è responsabile di ciò che ha fatto, oppure non è responsabile poiché il disturbo era molto grave e gli psichiatri non hanno saputo coglierne la potenziale pericolosità? In linea col delirio colpevolista successivo al caso Cecchettin, sarebbe lecito attendersi che tutte le donne si vergognassero di essere donne e chiedessero scusa agli uomini, oppure che tutti gli psichiatri si vergognassero di essere psichiatri e chiedessero scusa ai pazienti e alle loro vittime. Magari in contemporanea con i funerali di Diego Rota, papà di una bambina di 5 anni, trasmessi in diretta nazionale.

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