Gli uomini devono comportarsi da donne. Lo dice la scienza.

Eccezionale scoperta: esiste l’acqua calda! La comunità scientifica internazionale è sconvolta dai risultati di una brillante ricerca pubblicata dal duo italofrancese Bersani/Peytavin ne “Il costo della virilità. Quello che l’Italia risparmierebbe se gli uomini si comportassero come le donne”. L’articolo che lo presenta è denso di rivelazioni inimmaginabili, ad esempio che in Italia gli uomini sono il 98% degli autori di stupro, il 95% della popolazione mafiosa, il 97% degli imputati per rissa. Ma dai, chi l’avrebbe mai detto… Forse la strombazzata sensazionalistica dipende dall’analisi comparata con la criminalità in tutti gli altri Paesi del mondo, dove le percentuali risultano invertite? Sarebbe interessante ad esempio, sapere se negli USA e in Cina prevalgono le donne come autrici di stupro, in Francia e Germania prevalgono come autrici di risse, in Arabia e Yemen prevalgono come autrici di omicidio, in Giappone e Filippine prevalgono come autrici di furto.

L’economista Ginevra Bersani Franceschetti ha coraggiosamente (testuale) fotografato la situazione italiana ad oggi con l’occhio oggettivo delle statistiche. Ah si? Non è chiaro dove sia lo sprezzo del pericolo nello scrivere un libro perfettamente allineato al vento mainstream, diligente nell’accodarsi alla criminalizzazione del maschile, obbediente alla dilagante deresponsabilizzazione del femminile. Il coraggio, al limite, è nell’utilizzo creativo delle percentuali. Le voci infatti non sono uniformate allo stesso criterio di classificazione, raccattando le fonti qua e là si può far dire ai numeri quello che si vuole: gli uomini sono via via condannati, imputati, autori o responsabili, che non sono affatto sinonimi. Condannati non dice se in primo grado o in via definitiva, la differenza è sostanziale – i lettori di questo portale lo sanno bene – poiché è altissima la percentuale di presunti colpevoli condannati in primo grado e poi assolti nei successivi gradi di giudizio.

Ginevra Bersani Franceschetti
Ginevra Bersani Franceschetti

Uomini: il male d’Italia.

Imputati non vuol dire nulla, la percentuale di false accuse supera l’80%. Autori o responsabili vuol dire ancora meno: che siano autori o responsabili di un reato lo deve stabilire un processo ed ovviamente non basta una denuncia. Bellissimo poi “popolazione mafiosa”, acrobazia dialettica che non significa inquisiti, processati o condannati per mafia, ma “probabilmente legati in qualche modo a…”. Una stima nebulosa sulla quale non c’è l’ombra di certezza nemmeno da parte della Direzione Distrettuale Antimafia, eppure viene certificato il 95% di componente maschile, lo dice la scienza. In sostanza, l’incipit del libro sembra accanirsi nel maldestro tentativo di addossare alla popolazione maschile tutti i mali d’Italia: non solo i comportamenti illegali ma anche le ripercussioni che tali comportamenti avrebbero sull’economia. Giocando sull’equivoco del costo sociale si tende ad occultare un elemento determinante: per cosa o per chi agiscono gli uomini che delinquono, per sé stessi o per la famiglia?

Il j’accuse neanche tanto sottile lascerebbe intendere che l’innata tendenza maschile a delinquere sia fine a sé stessa, come se ogni criminale custodisse gelosamente i proventi della propria attività illecita e lasciasse moglie e figli a vivere di stenti. Non è affatto così, checché ne dicano tutti gli economisti del mondo. L’evasore fiscale garantisce a moglie e figli il villone con piscina, i domestici e lo shopping di lusso frutto della contabilità black. Stesso discorso per il rapinatore, l’usuraio, lo spacciatore, il ladro, il mafioso e altre categorie di “cattivi” citate nell’articolo: i proventi dei reati sono destinati a moglie e figli, magari con cafonate stile Gomorra, ma sempre a beneficio della famiglia. Non ricordo un solo caso di moglie del camorrista che rifiuta il Suv BMW e prende l’autobus, esortando il marito a fare il concorso alle Poste. Non ricordo un solo caso di moglie del grande evasore che rifiuta lo yacht in Costa Smeralda e prenota l’ombrellone a Ostia, esortando il marito a recarsi in ginocchio all’Agenzia delle Entrate.

L'On. Abubakar Soumahoro
L’On. Abubakar Soumahoro

Un distillato di faziosità.

Quello femminile, in sostanza, è un ruolo apparentemente passivo ma tutt’altro che incolpevole nell’ottica economica, oggetto dell’analisi italo-francese. Dinamica parassitaria, si può dire? Lui rischia le manette per consentire a lei di fare la bella vita. Però l’Italia risparmierebbe tantissimo se le cose andassero al contrario. La presenza femminile è minoritaria nel reperimento lecito e illecito di risorse, tuttavia diventa massiccia nel godimento dei benefici che da tali risorse derivano. Ma questo l’articolo non lo dice. Anzi, spesso i denari di dubbia provenienza vengono ostentati prevalentemente dalle mogli. Il caso più recente, con ampia risonanza mediatica, è quello del parlamentare On. Aboubakar Soumahoro, accusato di essere coinvolto in strani finanziamenti sulla cui natura i magistrati stanno ancora indagando: nel caso una sentenza accertasse che le accuse erano fondate (cosa ancora tutta da dimostrare, ricordiamolo), non si potrebbe non ricordare come lui girasse con gli stivaloni di gomma di Bricofer e la moglie con le borse di Prada.

Curioso, poi, il dato che riguarda l’infanzia: gli uomini sarebbero l’87% dei responsabili di abusi su minori. La casistica giudiziaria dice da sempre il contrario: madri, nonne, zie, infermiere, babysitter, educatrici di asilo nido e maestre di scuola primaria sono le principali autrici di abusi sui minori, sessuali, fisici e psicologici. Chissà dove le autrici dell’analisi hanno preso il dato dell’87% di abusi maschili… rimarrò col dubbio, non mi interessa affatto leggere il libro.  Significativa la faziosità che emerge dal dato sugli incidenti stradali: l’83% di quelli mortali ha “autore” un uomo. Sarebbe interessante conoscere il numero di uomini condannati per omicidio stradale. Quelli, in sostanza, dei quali viene riconosciuta una oggettiva responsabilità penale per essersi messi alla guida sotto l’effetto di alcol o altre sostanze. Un dettaglio affatto trascurabile: in assenza di responsabilità oggettive, si potranno avere dati comparabili sugli incidenti mortali solo quando avremo un uguale numero di donne e uomini alla guida di camion, pullman, autobus, TIR, betoniere, autogrù, bisarche, autobotti, camper, furgoni, gazzelle dei carabinieri, volanti della Polizia, auto-civetta, scorte, autopompe dei VVFF, taxi, auto private e diecimila altri mezzi che quotidianamente macinano chilometri per lavoro. L’articolo non specifica poi se gli “autori” di incidenti mortali sono in realtà vittime di sé stessi, vale a dire se l’unica vittima è proprio chi era al volante.

parità

Aggressività o altruismo?

Facciamo un esperimento, capovolgiamo i ruoli: se gli uomini si comportassero come le donne l’Italia risorgerebbe economicamente, non più gravata dal terribile costo della virilità. L’immagine di un mondo ideale privo di illegalità, peace and love, fate, arcobaleni e unicorni. Bello, no? Sono stanco di questo delirio ideologico spacciato per scientifico attraverso “l’occhio oggettivo delle statistiche”. L’intervista è farcita da espressioni come costo della virilità, esaltazione della brutalità, comportamenti virili antisociali, incivili e violenti… una feroce denigrazione del maschile declinata su tutti i registri della negatività. Da notare l’equivoco di fondo: il tentativo, neanche troppo nascosto, è quello di generalizzare lasciando credere che la virilità stessa sia indice di criminalità o quantomeno tendenza a delinquere di tutta la popolazione maschile italiana.

Le percentuali roboanti (es. il 92% degli imputati per omicidio) servono a creare allarme senza però specificare che sono il 92% non della totalità dei terribili maski italiani ma di una infinitesimale minoranza, circa 300 omicidi all’anno (con vittime ambosessi) su una popolazione di 60.000.000 di abitanti, di cui circa la metà considerati potenziali assassini. Simpatico anche l’equivoco costruito sui detenuti: gli uomini sarebbero quasi il 96% della popolazione carceraria. Sono quindi escluse tutte le persone condannate, soprattutto donne, che non sono dietro le sbarre poiché usufruiscono di misure alternative al carcere e scontano la pena in un ospedale psichiatrico, un convento di suore, agli arresti domiciliari, arresti lavorativi, affidamento sociale in prova. Poi l’immancabile questione culturale: “la scienza ha ampiamente dimostrato che non c’è nulla di biologico nell’esprimersi con comportamenti violenti e di prevaricazione e ora, per la prima volta, i numeri confermano grosse differenze culturali e non biologiche. Gli uomini non sono affatto predestinati ad essere più aggressivi o ad assumere più rischi delle donne. Gli uomini non nascono violenti, lo diventano”. No, proprio no. Assumere più rischi delle donne non è affatto indice di aggressività e violenza, è spirito di sacrificio, è altruismo, è protezione dell’altro anche a scapito della propria salute. Significa impegnarsi in compiti faticosi e rischiosi per salvare il prossimo.

morti sul lavoro

Lo dice la scienza…

Per dire: la cronaca non registra donne gettatesi nel fuoco per salvare uomini, è sempre il contrario. Non sono donne quelle che si tuffano nel mare agitato o nel fiume in piena per salvare uomini e bambini dall’annegamento; non sono donne quelle che cedono il posto sulle scialuppe in caso di naufragio secondo la massima “prima gli uomini e i bambini”, è sempre il contrario. Non vi sono donne a scavare tra le macerie dei terremoti, nel fango delle alluvioni, nella neve delle valanghe; … il personale di soccorso per le calamità naturali è sempre composto da terribili maschi antisociali e violenti, come antisociali e violenti sono anche gli uomini che si adoperano volontariamente nelle emergenze, coloro che prestano soccorso senza essere pagati per farlo. L’accettazione del rischio è un concetto che va oltre le categorie criminali, è una caratteristica maschile che nasce non certo da una congenita aggressività ma dalla necessità di provvedere ai bisogni della propria famiglia.

La narrazione femminista accusa ogni maschio, bianco, etero di essere un cinico sfruttatore dei privilegi garantiti dall’oppressione patriarcale. La cronaca, invece, registra circa 1.200 morti ogni anno per incidenti sul lavoro e circa 110.000 infortuni con invalidità permanenti: chi perde un occhio, chi una mano, chi una gamba. Non sono opinioni ma fatti, dati INAIL. Il maskio bianco etero, da astuto oppressore antisociale e violento, custodisce gelosamente per sé i lavori più usuranti e rischiosi, leciti ed illeciti, negando le quote rosa non solo come killer di camorra o bombarolo di mafia, ma anche nei cantieri, nelle fonderie, nelle miniere. Gli uomini, per portare il pane a casa, accettano l’alea di restare invalidi e anche morire. Curioso loop: l’oppressore è disposto a crepare per garantire il sostentamento dell’oppressa. Ma questo non si deve dire, non vengono analizzati i costi che l’Italia risparmierebbe se gli uomini stessero a casa a fare il sugo e a morire sulle impalcature ci andassero le donne. Ovviamente sarebbe meglio se sulle impalcature non morisse nessuno, né uomini né donne, ma questo non conta per la narrazione mainstream. Un delirio ideologico galoppante impone di inventare ogni giorno un nuovo pretesto per sparare ad alzo zero sul maschile. Lo dice la scienza.

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