La caduta dell'uomo (5)

«Al loro rientrare, mentre Davide tornava dall’uccisione del Filisteo [Golia], uscirono le donne da tutte le città d’Israele a cantare e a danzare incontro al re Saul, accompagnandosi con i timpani, con grida di gioia e con sistri. Le donne cantavano e danzavano alternandosi: “Saul ha ucciso i suoi mille, / Davide i suoi diecimila”» (Bibbia, 1 Sam 18, 6-7). Così festeggiava il popolo ebraico il rientro dell'eroe. E in prima fila, come ben descrive il narratore, si trovavano le donne. Da sempre l'eroe, colui che di propria iniziativa compie uno straordinario e generoso atto di coraggio e/o sacrificio di sé stesso, allo scopo di proteggere il bene altrui o comune, è stato celebrato dall'Umanità, le donne in prima fila. Ne abbiamo parlato di recente, a proposito della polemica sulla statua della spigolatrice di Sapri: «Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!», recita la poesia di Mercantini. Potevano essere i trecento spartani della Grecia, i 47 ronin del Giappone o gli eroi della battaglia di Alamo degli Stati Uniti. Non importa quando e dove, tutti eroi e modelli da emulare. A livello collettivo o individuale. Chi non conosce Giuseppe Garibaldi, l'eroe dei due mondi, Achille, Robin Hood, Guglielmo Tell, el Cid, Rolando, ecc.? In America le tribù indiane raccontavano e tramandavano le prodezze dei loro guerrieri – a noi anonimi –, e nei villaggi in Africa, per la morte del cacciatore/guerriero, durante il «cerimoniale del lutto, [...] la moglie tenterà di trattenerlo, affermando che non può vivere senza di lui, senza il suo aiuto, il suo amore. I figli piangeranno per essere ora più indifesi. Tutto il villaggio ne canterà le imprese, il valore, l’importanza sociale. [...] La vita sociale si ferma, a significare che senza di lui non è possibile nulla» (dal libro Voglia di ammazzare in La grande menzogna del femminismo, a pag. 934). Eroi glorificati, molti di loro caduti durante il loro sacrificio, esaltati da un comportamento universale, al di là del tempo e del luogo. Eroi accomunati, nella stragrande maggioranza dei casi, dalla loro essenza virile. La mascolinità è la loro caratteristica precipua, motivo per il quale abbondano le figure maschili nei libri di storia e tra i padri – nominati proprio così – della patria.

Non bastava svolgere il proprio dovere per diventare eroe. L'uomo doveva mettere in atto delle gesta significative, a beneficio di tutta la collettività; spesso la vittoria era un obbligo. Al di là dei comportamenti agiti, gli sconfitti sono stati troppo spesso disprezzati. Esempi recenti sono i soldati americani tornati dal Vietnam o i soldati argentini tornati dalla guerra delle Malvine, appestati sociali, isolati da tutta la comunità, donne comprese. Per la donna è stato significativamente più semplice diventare eroina. In un mondo pericoloso e violento, da sempre spetta all'uomo il compito di mantenere e proteggere, anche con la propria vita, la vita di donne e bambini. Ciò che per l'uomo è stato spesso un dovere, per la donna è stata un'opzione. L'asimmetria nella valutazione delle azioni dell'individuo, tra chi è soggetto al dovere e chi ha la facoltà di agire, è evidente anche oggi in qualsiasi attività umana. La società non riconosce nulla di meritevole nel lavoro del muratore  su un'impalcatura né applaude il netturbino che appeso dietro il camion raccoglie la spazzatura. Non ho mai visto acclamare un uomo perché ha cambiato una ruota della macchina. Eppure sì ho visto le persone congratularsi con una donna per averlo fatto. Per l'uomo è un dovere, la società spera che lui lo faccia, e che lo sappia fare. Nessuno si congratula per lo svolgimento di un dovere, nessuno si congratula per aver fermato la macchina con il semaforo rosso o per aver pagato le tasse. L'uomo non ottiene alcun riconoscimento sociale dallo sbrigare dei compiti che a lui spettano in quanto uomo.

David Michelangelo eroe
Il David di Michelangelo.

L'eroe cancellato.

Al contrario, molte delle azioni femminili che riguardano la sopravvivenza, scontate e obbligatorie nell'agire maschile, sono ritenute meritevoli se realizzate dalle donne, inattese e facoltative. Sono gli uomini, secondo la Costituzione, a dover difendere ancora oggi la nazione. Non c'è niente di eroico nell'uomo che difende la patria, al contrario di una donna che si arruola volontariamente. Una dinamica molto simile a quella che avviene tra bambini e adulti, quando i bambini realizzano compiti inattesi e opzionali: nessuno acclama la donna che rassetta la propria stanza, compito per noi scontato a lei assegnato, ma per la stessa azione il bambino piccolo viene complimentato con dei “bravo” e forse anche premiato. L'eroicità femminile ha dunque consistito molto spesso nel realizzare compiti maschili. Agostina d'Aragona, eroina iberica per antonomasia che combatté durante la Guerra d'indipendenza spagnola, caricò un cannone e accese la miccia, respingendo le truppe francesi che si avvicinavano. Chi conosce i nomi degli artiglieri caduti che Agostina aveva sostituito? Se sparare il cannone è meritevole di eroicità, quanti uomini in guerra hanno avuto pari riconoscimento? Chi conosce il nome di qualcuno dei numerosi condottieri della Guerra dei cent'anni tra il Regno d'Inghilterra e il Regno di Francia (dal 1337 al 1453, in realtà centosedici anni!), con le numerose conquiste e riconquiste di città e fortificazioni avvenute, oltre quello di Giovanna d'Arco? Una donna che guidava le truppe in combattimento, come Giovanna d'Arco – e come hanno fatto migliaia di altri uomini anonimi –, ha già molte più possibilità di diventare un'eroina.

Al di là di tutto ciò, resta comunque il fatto che l'archetipo dell'eroe, lungo tutta la Storia, è stato un uomo. La sopravvivenza era la preoccupazione fondamentale della società. L'eroe faceva sopravvivere la comunità più a lungo. La perdita dell'eroe cacciatore era una perdita immane, tutta la tribù partecipava al lutto tra danze di cordoglio e compianto. Le tribù e le nazioni festeggiavano l'eroe vincente in guerra e partecipavano al lutto della sua scomparsa sul campo di battaglia. E le donne erano in prima fila a celebrare gli eroi, a raccontare degli eroi, a pregare per gli eroi. Loro auspicavano l'esistenza degli eroi, perché queste figure garantivano loro una sopravvivenza più sicura e più lunga. L'eroe era per antonomasia un uomo, una figura necessaria, voluta e desiderata da tutti, anche dalle donne. Allora le donne vedevano nell'uomo il suo lato migliore, che serviva a loro per sopravvivere. Uomini e donne misero su un piedestallo la figura dell'eroe, la figura di un uomo. E oggi? Il maschio è una specie animale o una specie di animale?, sottotitolo di un libro qualsiasi. Un altro, titolo: Gli uomini ci rubano tutto. Ancora: How to Destroy A Man Now. Possiamo continuare così all'infinito. Notizie: «Italiani, popolo di santi, poeti e picchiatori di donne». Ancora: «Cervello maschile e testicoli, sorprendentemente simili». Anche qui possiamo continuare così all'infinito. C'è un fenomeno ormai divenuto dilagante, coniato negli Stati Uniti con l'espressione “male-bashing”, di derisione nei confronti del maschile e quindi dell'uomo. Il maschile viene sistematicamente ridicolizzato, disumanizzato, nei media, nei film, nelle pubblicità e persino nelle scuole. Non credo sia necessario riportare ulteriori esempi di qualcosa che risulta evidente in maniera quasi quotidiana. In questo sito si possono trovare molti interventi critici di questo fenomeno. L'espressione inglese “men are trash” (gli uomini sono spazzatura) e l'immagine che l'accompagna spesso, di una donna che butta un uomo nella spazzatura, sono il segno dei nostri giorni. Nei film, nella letteratura la figura di un uomo è sistematicamente sminuita, sempre più raramente si trasmette un'immagine positiva o eroica.

emil cioran
Emil Cioran

Un'autentica guerra dei sessi.

Non è soltanto una questione di ridicolizzazione, c'è una vera e propria campagna di demonizzazione dell'uomo. Prendiamo tre semplici esempi sulla figura del padre: 1. La campagna contro la violenza sulle donne dalla Commissione Pari Opportunità di Brescia: «Sei un padre? Sarai un padre? Allora sei una bestia»; 2. Titolo del giornale spagnolo El País, 14/08/2014: «I miei figli non vogliono vedere il loro padre perché ne hanno terrore»; 3. Titolo del giornale Corriere della Sera, 24/04/2014: «Sapete chi sono gli orfani due volte? I figli di madri uccise dai padri». Secondo la teoria femminista, adottata da governi e istituzioni internazionali, la violenza maschile, fisica e/o sessuale, è uno strumento di potere e controllo sulle donne. L'uomo è dunque un essere nocivo, dannoso per le donne. La famiglia è il posto più pericoloso per la donna, il compagno il maggior pericolo, questa è la violenza di genere. Questa visione lo rende inevitabilmente il nemico da contenere, o meglio ancora, da eliminare. Da qui le numerose normative esclusive di tutela per le donne, il “believe woman” e altre misure, fino agli appelli più estremi di femministe radicali, che augurano la riduzione o addirittura l'annientamento della popolazione maschile, o l'apertura di campi di concentramento maschili. Siamo di fronte ad una rivoluzione copernicana della visione che hanno le donne (almeno la maggior parte di loro) della figura maschile.

Il mondo non è più pericoloso come una volta, si vive molto più a lungo e la morte arriva per lo più per motivi naturali. La tecnologia, inventata dall'uomo, ha reso questo mondo più sicuro. Le donne non hanno più bisogno dell'eroe. L'uomo non solo è divenuto inutile nell'immaginario collettivo di molte donne, ora è anche nocivo. Sul piedestallo le donne hanno sostituito la figura dell'eroe per il lato più scuro dell'uomo, il lato violento. In pochi decenni il femminismo è riuscito a trasformare nell'immaginario femminile la figura maschile da eroe in assassino. Sul piedestallo oggi siede l'omicida, lo stupratore, l'aggressore. L'uomo è sempre stato tutto ciò, eroe e assassino, cavaliere e villano, paladino dei deboli e oppressore. Ma il suo lato luminoso è sempre prevalso. Oggi molte donne, infette dal virus femminista, vedono solo la tossicità. E in questo somiglia di nuovo al divorzio. Sempre di più nei procedimenti di divorzio, la moglie trasforma, da un giorno all'altro, l'ex marito (e il padre) con il quale ha convissuto per anni, da compagno amorevole e padre responsabile, al quale affidava fino al giorno prima tranquillamente i figli, in un orco violento e un padre pericoloso. Un mutamento repentino e incredibile (che non le impedisce però di richiedere l'assegno di mantenimento). I vantaggi di lanciare delle spaventose (false o esagerate) accuse contro l'ex sono evidenti: da una parte la colpevolizzazione cerca di sprofondare la controparte nei rimorsi e renderlo dunque arrendevole a qualsiasi richiesta; la vittimizzazione di sé invece rende l'interessato innocente, lava la propria coscienza dei torti commessi o da commettere, e legittima qualsiasi richiesta, divenuti risarcimenti dovuti. Stesse accuse dei procedimenti di divorzio a livello individuale stanno avvenendo chiaramente a livello collettivo. La strada dell'indifferenza tra l'uomo e la donna, profetizzata dal filosofo Emil Cioran, non è né consensuale né pacifica. Si tratta senza dubbio di una separazione conflittuale, un'autentica guerra dei sessi, proclamata esplicitamente dal movimento femminista, combattuta tramite una martellante campagna di colpevolizzazione, denigrazione, demolizione e annientamento della figura maschile. Da indispensabile a inutile, da eroe a criminale. Una guerra che le donne femministe (sempre più numerose) stanno vincendo, e l'umanità sta perdendo, per mancata comparizione della controparte: gli uomini. (Segue domenica prossima).

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