La fabbricazione dell’immaginario femminista (11)

«LA matematica è ovunque. “LA matematica”, come ci fa intuire il suo stesso genere, respinge il maschilismo e la disuguaglianza. Si basa sulLE operazioni (LA addizione, LA sottrazione, LA moltiplicazione e LA divisione) senza trascurare LE idee o LE riflessioni. Quando è avanzata, compaiono LE formule, LE equazioni, LE incognite, LE funzioni onnipresenti, LA trigonometria, LE matrici, LE derivate (quanto sono raccapriccianti i derivati del petrolio, e fanno venire sprazzi di gioia LE derivate!) o LE integrali (quanto è insipido il pane integrale, ma gustosa UNA integrale! […]) A cosa serve un sistema se non si riesce a trovare LA soluzione? Chi crede a un teorema se non vede LA dimostrazione? C’è qualcosa di più sempliciotto di un limite che non presenti UNA indeterminazione? Il povero determinante è un semplice numero, LA matrice è UNA intera scatola di informazione» [in originale il maschile in corsivo, il femminile in grassetto]. Il testo è tratto dall’epigrafe “Matematica contro il sessismo”, libro di matematica spagnolo (casa editrice Tu libro) per la Scuola Superiore (16-17 anni), successivamente modificato per le molteplici proteste. In ogni caso il maschile nella matematica – che respinge il maschilismo e la disuguaglianza – è «raccapricciante», «insipido», «a cosa serve», «chi ci crede», «sempliciotto» e «povero». «Usa il cervello [in spagnolo “LAS neuronas” al femminile] e LA logica. Vedrai che quasi tutte Le idee, LE definizioni, Le questioni relative alla matematica (cioè, alLA vita)… sono femminili!». Insomma, siamo fortunati se ancora non sono stati proibiti il seno, il coseno, il cubo, il cilindro, il triangolo o il quadrato.

«La discriminazione della donna nella storia della Filosofia» o la «misoginia dei filosofi» inondano le pagine dei nuovi libri scolastici di filosofia. Platone, Aristotele, Tommaso d’Aquino, Rousseau o Schopenhauer sono filosofi «maschilisti». Il libro di filosofia della casa editrice Oxford per la Scuola Superiore asserisce che «è un fatto che la donna non è stata trattata bene dai filosofi». Dunque i libri includono un copioso numero di «voci femminili» della filosofia. Inoltre, lo stesso libro promuove «l’ecofemminismo», una teoria che «permette individuare diverse oppressioni» e favorisce il «processo di emancipazione delle donne, che si presentano e si configurano come agenti chiave per difendere e proteggere la vita». Anche il «negazionismo» è oggetto di studio: «olocausto, terrapiattismo, negazione del cambio climatico e della violenza contro la donna». Il libro scolastico si chiede «quali ideologie possono trovarsi dietro la negazione della violenza contro la donna» e chiede all’alunno: «conosci qualche altro fatto indiscutibile che sia stato negato?». Il libro di Lingua e Letteratura della casa editrice Oxford per la Scuola Superiore riflette sulla misoginia mediante l’analisi di articoli come questo intitolato «Ma come può scrivere ciò una donna!», o sul «sesso dei giocattoli» e si chiede «quali possibili conseguenze per l’età adulta comporta il sessismo dei giocattoli durante l’infanzia». Insomma, tutti i libri scolastici in Spagna, in qualsiasi disciplina, forniscono una «prospettiva di genere».

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L’indottrinamento a scuola: anche in Italia.

Non bastano le istituzioni e i media per fabbricare l’immaginario femminista. La scuola, fabbrica dell’indottrinamento a giovane età, è un luogo fondamentale. A questo scopo il sindacato spagnolo CCOO (corrisponde al sindacato italiano CGIL) ha redatto un «decalogo per una scuola femminista». In somma sintesi: 1. Formazione dei docenti in femminismo. 2. Uso del linguaggio non sessista. 3. Nel programma di letteratura includere, come minimo, la stessa quantità di libri scritta da donne che da uomini. 4. Nel programma di filosofia includere, come minimo, la stessa quantità di donne filosofe che di uomini. 5. Femminizzare la storia dell’arte e della cultura. 6. Includere delle donne nel programma di scienze. 7. Cancellare gli autori maschilisti e misogini (Pablo Neruda, Rousseau, Kant, Nietzsche…). 8. Non separare i bagni tra alunni e alunne – in pratica le stesse organizzazioni che promuovono la separazione in certi ambiti, come nei carceri o nei vagoni dei treni, promuovono in altri, come nei bagni, l’eliminazione di questi spazi separati (!?). 9. Criteri diversi di valutazione per le prove fisiche. 10. Diseterosessualizzare la scuola. 11. Educazione sessuale. 12. Divieto di giocare a calcio durante la ricreazione. 13. Eliminazione dei codici di abbigliamento. 14. Eliminazione della disciplina scolastica di Religione cristiana. 15. Includere nel programma di studio la storia delle donne e di altre minoranze. 16. Proibizione delle canzoni maschiliste (ad es. Police, Every Breath you take) 17. Promozione della musica femminista. 18.  Modifica dei nomi dei centri scolastici (sostituiti da nomi di donne femministe o elementi della natura). 19. Biblioteca femminista. Credo non sia necessario un ulteriore approfondimento – forse domandarsi come mai pretendere lo stesso numero, come minimo, di donne in letteratura e in filosofia ma non in scienze (!?).

Qualche lettore potrebbe sentirsi infastidito dal mio continuo servirmi di altri paesi occidentali per denunciare l’indottrinamento femminista – se questi paesi, come la Spagna, l’Australia o il Canada, sono impazziti è un problema loro –, convinto che questo livello di pazzia non arriverà mai in Italia (speranza a mio avviso senza fondamento). È vero comunque che tutt’oggi l’indottrinamento scolastico in Italia è più sfumato, ma ciò non vuol dire che non esista e non si stia aggravando – ne abbiamo già parlato ad esempio qui, qui, qui o qui. Colgo comunque la sfida e prendo un libro italiano a caso da analizzare in profondità, un libro di seconda elementare: “Che magie! Letture”, casa editrice Fabbri Editori, 2019, edito all’interno del progetto “Obiettivo parità!”. Gli obiettivi del libro dettagliati: «Il progetto “Obiettivo parità!” intende promuovere la cultura della parità di genere attraverso il contrasto agli stereotipi e alle diseguaglianze di genere in ambito educativo. Tramite la scelta antologica, le attività operative e il linguaggio utilizzato per le consegne didattiche viene fornita una rappresentazione equilibrata, corretta e variegata del genere femminile e maschile nell’ambito personale, familiare e professionale. La supervisione scientifica del progetto è a cura di Irene Biemmi, esperta di Pedagogia di genere e delle pari opportunità, Ricercatrice in Pedagogia generale e sociale all’Università di Firenze». Se volete capire, senza perdere troppo tempo sul contenuto del libro, se «viene fornita una rappresentazione equilibrata», è molto semplice: basta contare le immagine fotografiche per capire se esiste una «rappresentazione equilibrata» o sbilanciata a favore delle donne. Evidentemente si tratta di un’operazione semplicissima che persino una laureata in pedagogia di genere all’Università di Firenze può fare. Risultato: 1. Foto primo piano e/o chiare: 11 di bambine (pp. 4, 10, 32, 39, 43, 50, 56, 62, 69, 118, 133) / 1 bambino (p. 123) 2. Foto non primo piano o in compagnia: 4 di bambine (p. 47 con papà, p. 64 senza faccia, p. 66 con mamma, p. 137 paritaria con un’altra foto bambino) / 4 di bambini (p. 5 senza faccia, p. 46 con mamma, p. 49 con papà, p. 137 paritaria con un’altra foto bambina).


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L’immaginario femminista nella scuola italiana.

Già dal risultato di questo primo e sbrigativo esame capiamo cosa intendono gli autori per «rappresentazione equilibrata» nel progetto «obiettivo parità!». Un modo veloce che purtroppo funziona sempre. «Ad esempio, la relazione del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, denominata genericamente “Stato della popolazione mondiale 2010”, ha [in realtà] come tematica esclusiva la donna. Senza necessità di approfondirne la lettura, una visione veloce delle fotografie pubblicate nella relazione di 116 pagine è molto illuminante: fotografie con individui di sesso femminile 26, di sesso maschile 2, miste 4» (tratto dal libro La grande menzogna del femminismo, p. 75). Comunque parliamo ora del contenuto. Naturalmente il linguaggio inclusivo svolge un ruolo fondamentale: ad es. «i compagni e le compagne […] nessuno o nessuna» (p. 8), «tutti e tutte» (p. 13), «il primo o la prima» (p. 13), «bimbe e bimbi» (p. 18), e costruzioni simili si susseguono lungo tutto il libro. Il problema del linguaggio inclusivo è sempre il solito, che i loro fautori non riesco ad adoperarlo correttamente e con continuità: ora sì, ora no, ora sì, ora no: ad es. «sta zitto quando parla la maestrA» (p. 7), «ascolta la maestrA» (p. 82, e il maestrO?), «ognuno di voi […] ognuno trascriverà» (p. 128, ognuno e ognunA di voi?), «Manuale di buone maniere per bambine e bambini […] regole importanti per stare bene in classe […] il gentilbambinO presta i suoi giochi agli altri […] il gentilbambinO a scuola aiuta i compagni […] non scarabocchia il banco […] sta zitto quando parla la maestrA… » (p. 7, trovo molto significativo che quando si tratta di richiamare alle regole non esiste la gentilbambinA). Per quanto assurdo possa sembrare, i fautori del linguaggio inclusivo non riescono a mantenere la regola nemmeno da una pagina all’altra: «che ogni visitatore e visitatrice […] chiedete a ogni visitatore e visitatrice» (p. 129), «istruzioni e benvenuto per i visitatori […] che spieghi ai visitatori quello…» (p. 130, le visitatrici sparite nella pagina successiva).

Si tratta di un libro femminista, dunque non possono mancare le fiabe di principesse protagoniste, «la principessa che cacciava i draghi» (p. 20, nel mondo femminista della «rappresentazione equilibrata» non c’è bisogno dei principi), e altri racconti, anche questi molto «equilibrati», come «La bambina bella e il bambino bullo e altri bambini e bambine» (p. 25, bambina bella, bambino bullo). D’altra parte, si tratta di un libro politicamente corretto, anche dal punto di vista razziale: non manca la vignetta del bambino nero buono e il bambino bianco cattivo (p. 131), nell’imbarcazione multirazziale che per un caso fortuito assomiglia a quella degli sbarchi degli immigrati nel mediterraneo (p. 138). Il libro insegna ai bambini anche la Costituzione: «Art. 30. È un dovere dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli». Peccato che il testo della Costituzione asserisca: «Art. 30. È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli». Ditemi che penso male, che pensare male è peccato, ma perché è stato omesso il diritto? La legge parla di dovere e diritto, dove rimangono i diritti dei papà separati? Perché è stata tolta deliberatamente la parola diritto? Forse questi bambini, che vedono di rado e con difficoltà i loro papà separati, ai quali vengono calpestati i diritti, magari, dico, capiscono che i loro papà non possiedono il diritto di educarli, istruirli e trascorrere del tempo con loro? Testi scolastici di seconda elementare in Italia. Per bambini di 7-8 anni. Fabbricazione dell’immaginario femminista nella scuola.

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