La fabbricazione dell’immaginario femminista (9)

L’irruenza è considerata pericolosa, il coraggio è inteso come incoscienza, la forza come dominio, l’autonomia come menefreghismo, la razionalità come insensibilità. Attualmente molte qualità prevalentemente maschili hanno tramutato il proprio valore, molte parole che definivano queste qualità hanno modificato la propria connotazione, ciò che serviva a nominare il bene nomina oggi il male. Tutto quello che ha a che fare con l’universo maschile acquista così una percezione negativa (un bel esempio ci è stato fornito di recente da un lettore nel vecchio slogan del SPD, il Partito Socialdemocratico di Germania: «Chiunque voglia la società umana deve superare la società maschile»). Molto rivelatrice è la persistente creazione da parte del femminismo di neologismi che descrivono idee o concetti negativi associati al termine “man” (uomo) – mansplaining, manterrupting, manspreading. Circe tramutava gli uomini in porci, il femminismo ha fatto altrettanto. E ancora più rivelatore è il fatto che non esista nulla di simile specularmente, e questo può essere difficilmente addebitato alla mancanza di immaginazione o di motivi: womanlogorroiching, womanspettegolaring, womanprofitatricing, womanbreakingcoglioning,… Non esiste una sistematica e deliberata campagna di denigrazione dell’universo femminile, al contrario di quel che succede con il maschile, tutto quanto ingabbiato nell’espressione, anche questa di nuovo conio, “mascolinità tossica”.

Le parole sono armi. Oggi la scena politica non parla più di “lotta di classe” ma di “lotta di genere”, la “classe operaia” è diventata “classe lavoratrice”, in modo da inglobare nella lotta ogni donna che lavora in ufficio, che prende il caffè e rischia di slogarsi una caviglia scendendo le scale, a discapito di quel operaio lordo di grasso e sudore, al quale mancano dei denti e magari qualche dita sulle mani. Le parole sono le armi che adopera il femminismo per conquistare la società, per deviare i suoi interessi e stabilire le priorità, sono i mattoni con i quali viene costruito l’immaginario femminista. La propaganda si trasmette mediante il linguaggio, strumento essenziale. Si tratta di un argomento che ho già affrontato in altri interventi precedenti – petro-mascolinità o il tarlo sessista – e al quale ho dedicato in maniera molto più esaustiva un capitolo intero nell’opera La grande menzogna del femminismo. In realtà al femminismo è bastato padroneggiare e appropriarsi di pochi termini per alterare la realtà. La manipolazione potrebbe essere ridotta a quattro semplici parole: femminismo, maschilismo, patriarcato e parità.

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La manipolazione delle parole.

Dalla nascita del movimento, le femministe hanno ridotto l’analisi della realtà a termini quali “patriarcato” o “maschilismo”, termini usati spesso come sinonimi che presuppongono la malvagità degli uomini, la loro presunta inferiorità morale. Strano punto di partenza di una dottrina che proclama di lottare per la parità. «Maschilismo: atteggiamento psicologico e culturale fondato sulla presunta superiorità dell’uomo sulla donna» (Dizionario Garzanti 2010). Le femministe sostengono che non esiste questo atteggiamento ribaltato, le donne non credono di essere superiori agli uomini, tanto è vero che ritengono non necessario la creazione di un termine che definisca questo atteggiamento. Secondo la dottrina femminista sul linguaggio, soltanto negli uomini può albergare un sentimento di superiorità verso l’altro sesso. Per forza si deduce l’inferiorità morale dell’uomo, premessa che in sé racchiude l’atteggiamento psicologico e culturale fondato sulla presunta superiorità della donna, precedentemente negato. In altre parole, il rifiuto femminista dell’esistenza nel mondo di un atteggiamento femminile di presunta superiorità sull’uomo, speculare all’atteggiamento maschilista, è la prova più evidente della sua esistenza. Ecco perché il contrario del termine maschilismo dovrebbe essere il termine femminismo.

Una volta mi trovavo in un incontro di un gruppo di lettura, unico uomo e una ventina di donne. Parlando di un romanzo storico, venne fuori il commento che “le società erano violente e maschiliste”. In che modo potevo confutarlo? Non avevo gli strumenti, mi mancava la parola. Per carità, è vero che le società erano maschiliste, ma erano anche… (manca la parola). Come si definisce la società dove le donne comprano e vendono schiavi, dove proclamano le guerre e mandano a morire gli uomini, dove promuovono la tortura, anche esclusivamente contro gli uomini, e costringono gli uomini a sposarsi scortati in catene fino all’altare? Non esiste un termine speculare a “maschilismo”, non potevo dire “le società erano violente e femministe”, sarebbe stato a tutte (e tutti) incomprensibile. L’aggettivo “maschilista” (o “patriarcale”) caratterizza una società  che scagiona storicamente tutte le donne e incrimina tutti gli uomini. Ciò che non si nomina non esiste. Per questo motivo esiste il neologismo di provenienza inglese, pay gap, che ormai tutti conoscono, ma non esistono altri tanto reali quanto il primo: fiscal gap, working time gap, detention gap, murder gap, subsidy gap… Ciò che non si nomina non esiste, non ha valore. Le parole attribuiscono alle cose nominate un rango superiore rispetto alle cose innominate. Regicidio è l’uccisione del re. Qual è il termine per definire l’uccisione dello schiavo, l’uccisione del servo, l’uccisione del cittadino? Femminicidio è l’uccisione di una donna in quanto donna. Qual è il termine per definire l’uccisione degli uomini in quanto uomini?


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Il travestimento della “parità”.

La dottrina femminista ha legato il termine di femminismo a quello di parità, in modo da farlo diventare moralmente inattaccabile. Femminismo è parità (Feminism is Equality). Per poterlo fare, il femminismo ha dovuto snaturare il termine parità fino a estremi insopportabili. Ogni contesto di disparità è diventato paritario sotto la forma di discriminazione positiva o azione positiva: asimmetrie legislative e penali, negazione dei problemi specifici maschili… Durante l’incontro delle donne latinoamericane nel 2011, intitolato La cultura della parità, le conferenziere spiegano in cosa consiste la parità: «Abbiamo bisogno di donne con più potere per dare più potere alle donne. Non dobbiamo dimenticarlo, finché non raggiungiamo la parte di potere che ci corrisponde come metà della popolazione che siamo. […] La lotta per la parità» (La cultura de la paridad, VII Encuentro de Mujeres Líderes Iberoamericanas, Fundación Carolina – CeALCI, 2011, pp. 12, 19). La parità intesa unicamente come acquisizione di potere (!?), no distribuzione di povertà, sofferenza o amore. La parità è sempre stata concepita dal femminismo come rimprovero all’universo maschile: quando ad esempio le femministe denunciano che dietro ogni uomo si trova un potenziale stupratore, in che modo stanno lavorando per ottenere la parità?

Secondo i media e le istituzioni, attualmente viviamo in un mondo profondamente maschilista, patriarcale. Il maschilismo è ovunque. Eppure io non conosco nessun partito politico o movimento che si definisca maschilista. Né giornale, associazione, ONG o i media.  Invece ci sono centinaia di migliaia di associazioni, enti, movimenti, partiti politici e presidenti di stato (Obama, Zapatero, Trudeau, Bachelet, Antonio Guterres…) che si autodichiarano femministi. E norme e leggi che allontanano gli uomini dalle loro case e dai loro figli o spingono loro a morire in incidenti lavorativi. Le istituzioni pubbliche denunciano ogni giorno e perseguitano i movimenti maschilisti, che non si sa bene dove dimorino, e nel frattempo sovvenzionano proficuamente le associazioni femministe. Sono bastate quattro parole: il femminismo ha inventato un fantasma, il patriarcato/maschilismo, da combattere; un antagonista, il femminismo, da proteggere perché moralmente superiore, il femminismo è parità. Oggigiorno parità vuol dire poter affermare che la donna è superiore all’uomo e il genere femminile dominerà il futuro, mentre maschilismo vuol dire affermare che l’uomo è superiore alla donna e il genere maschile dominerà il futuro. Chi è antifemminista, è inevitabilmente contrario alla parità. Chi critica il femminismo è contro la parità, dunque maschilista, patriarcale… Parole.

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