Prima le donne e i bambini… poi “gli altri”

A proposito della tragedia dei rifugiati e dell’incerto futuro che questi devono affrontare, a seguito della guerra in Ucraina, il giornale The Guardian ci informa: «…per le donne, i bambini e gli altri che vengono evacuati, il risultato è innegabilmente reale e traumatico…». Chi sono… «gli altri»? Ci sono le donne, la metà dell’umanità. Poi – dopo le donne, come al solito –, ci sono i bambini, un sottogruppo dell’umanità diviso per età. E infine ci sono gli altri, per forza uomini, talmente indefiniti, o ancora peggio innominabili, da non poterli specificare. Presumibilmente disabili oppure anziani non adatti al combattimento: gli altri. L’altro è sempre l’altro rispetto a qualcuno, che è l’individuo di riferimento. Ci sono alcuni concetti che sembrano prevalere e perpetuarsi nel tempo lungo la Storia dell’umanità, uno di questi è il disvalore della vita di un uomo rispetto al valore della vita di una donna. Nella scala valoriale della tutela, del benessere, della protezione, del diritto alla vita, la donna è l’individuo di riferimento, l’uomo è sempre stato l’altro. E questo al di là del luogo, dell’epoca o dell’ideologia politica, destra o sinistra. Ad esempio, ecco una posizione di sinistra, il governo del Canada del primo ministro Justin Trudeau rifiuta di accogliere, tra i rifugiati siriani, gli uomini single, e accetta solo donne, bambini e famiglie. Ecco una posizione di destra, intervista al filosofo spagnolo di destra Antonio Escohotado, a proposito di come si doveva combattere il terrorismo dello Stato Islamico: «bisogna difenderci come propone il primo ministro giapponese Abe. Bisogna creare due brigate sotto commando internazionale, mandarle sull’area critica e intimare di arrendersi entro le 24 o 48 ore. Altrimenti non ci deve essere scampo per gli uomini adulti; dovranno essere messi al sicuro donne, anziani e bambini». In entrambi le posizioni l’uomo è un elemento perturbante, da circoscrivere o, ancora meglio, da eliminare.

Prima donne e bambini è un’espressione, divenuta molto popolare dopo l’affondamento del Titanic, che indica un codice di condotta, protocollo, prassi o consuetudine storica di tipo cavalleresco/marinaro secondo cui le donne e i bambini devono essere messi per primi in condizioni di sicurezza nel caso in cui ci si trovi in una situazione di pericolo di vita. Con quest’espressione l’insieme degli esseri umani vengono raggruppati in due sottoinsiemi, uno di donne e bambini (senza voler approfondire qui sull’ordine degli elementi che compongono l’espressione, molto spesso la Storia stessa si è impegnata in dimostrare che la corretta espressione sarebbe stata prima donne e dopo bambini), e uno che viene escluso dall’equazione, necessariamente di uomini adulti. Gli individui di riferimento sono le donne e i bambini, che devono essere salvati, tutelati, protetti. Per inferenza, gli esclusi, che sono gli altri, sono quelli destinati ad essere sacrificati. Si tratta di una norma che continua ad essere attuale, come mostrano ad esempio le conversazioni radiofoniche durante il salvataggio della nave Costa Concordia in Italia (per questo e ulteriori esempi rimando alla lettura dell’opera La grande menzogna del femminismo). La storiografia femminista ha cercato di sminuire l’importanza storica di questa norma sociale. Secondo questi storici, questa norma sarebbe stata raramente rispettata, come era avvenuto sul Titanic e in pochi altri casi di naufragi, nella maggior parte delle situazioni di pericolo si sarebbe imposta la norma di «si salvi chi può», che non prevede distinzioni di alcun tipo su chi debba salvarsi e in che modo.

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Una foto del “Titanic”.

La vera discriminazione.

In realtà, ci vuole una grande dose di ipocrisia per avere il coraggio, da storici, di affermare una tale falsità, e non c’è bisogno di guardare i film western dove le donne e i bambini venivano messi in sicurezza al centro delle carovane messe a cerchio circondate dagli indiani. La più universale, tragica e duratura discriminazione della Storia dell’umanità, la coscrizione militare maschile, è la dimostrazione per antonomasia della validità e dell’universalità della norma che stabilisce il principio di prima donne e bambini o, per converso, della sacrificabilità degli uomini. Il pericolo non deve per forza essere immediato, donne e bambini vengono messe in condizioni di sicurezza preventivamente. Non esiste, nella Storia dell’umanità, un principio più sessista di prima donne e bambini, che attribuisce un valore superiore alla vita di donne e bambini rispetto alla vita degli altri. Per assurdo, malgrado questa consuetudine sociale e la coscrizione militare maschile, la discriminazione più tragica e universale della Storia, abbiano colpito l’universo maschile dagli albori dei tempi, il femminismo è riuscito a creare e a diffondere, con successo, una narrazione storica che ha reso gli uomini oppressori e privilegiati, compresi i milioni e milioni di uomini che, a causa di queste consuetudini sessiste e discriminatorie a vantaggio delle donne, ci hanno rimesso la pelle. Ma il femminismo, si sa, incurante delle mille contraddizioni e falsità, ignora la dissonanza che esiste tra la realtà e il racconto, la stessa che intercorre tra una popolazione lavorativa femminile che perlopiù lavora sotto un tetto e con riscaldamento, discriminata secondo il racconto istituzionale, e una popolazione lavorativa sottoposta alle inclemenze climatiche, prevalentemente maschile, privilegiata secondo il racconto istituzionale.

C’è nel Decameron di Boccaccio una novella, la novella di Tofano e Ghita, che rispecchia molto bene l’interazione che mettono in atto uomini e donne e le conseguenze di questa interazione. Ghita, la moglie, recatasi nottetempo dall’amante, viene scoperta e chiusa fuori di casa dal marito; ma non si perde d’animo: finge di gettarsi nel pozzo e vi getta invece una grossa pietra. Tofano accorre per portare aiuto, Ghita approfitta per entrare in casa e chiude a sua volta fuori il marito, rovesciando così la situazione e facendo credere ai vicini che Tofano è tornato a casa tardi ubriaco. La novella si conclude col trionfo della donna, che con un’abile recitazione ha saputo operare uno scambio di illusione e realtà, e con la catastrofe del marito, che viene duramente bastonato dai parenti della moglie. Oltre a tutta una serie di riflessioni sul fatto che le donne dissimulano e mentono con più arte degli uomini, che la violenza fisica è scontata sugli uomini e viene esercitata senza alcun rimprovero morale, anche se sono innocenti come nel caso di Tofano, che l’adulterio femminile non viene per nulla demonizzato nel Decameron, un’opera di grande successo del Basso Medioevo, al contrario di quanto denuncia la narrazione storica femminista, ecc… resta l’immagine di un comportamento asimmetrico messo in atto da entrambi i sessi verso l’altro. L’uomo si preoccupa della compagna, e accorre a portare aiuto (persino anche quando avrebbe motivo di non farlo, come nel caso specifico). La donna non si preoccupa del compagno, non le interessa se il marito dovrà rimanere la notte fuori o se viene bastonato dai vicini. Alla donna non interessa il benessere dell’uomo, se da questo non può trarre profitto. Al contrario, l’uomo si interessa del benessere della donna, anche quando da questo non può trarre alcun profitto evidente.

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Un’illustrazione dal Decameron di Giovanni Boccaccio.

I mostri meritano indifferenza.

La parità di genere non potrà mai essere raggiunta finché la donna non sarà disposta a sacrificare la propria vita a vantaggio dell’uomo, così come l’uomo fa di continuo a vantaggio della donna. Se uomini e donne ragionassero negli stessi termini di parità, Ghita sarebbe accorsa a portare aiuto a Tofano quando veniva bastonato, così come Tofano l’aveva fatto prima a favore della moglie. La logica ci impone a tutti di credere che la vita di un uomo è tanto preziosa quanto la vita di una donna, e ciò che è vero a livello meramente teorico (nelle norme delle costituzioni dei paesi occidentali), non ha nessun riscontro sul piano empirico. Ovunque nel mondo gli uomini muoiono prima delle donne, e molto spesso in maniera più drammatica e violenta, senza che tutto ciò venga ritenuta una tragedia speciale. Il volto della tragedia è sempre un volto femminile (meglio ancora se si tratta di una bambina). La parità consiste forse nel sacrificare tante donne quanti uomini? Per raggiungere la parità, devono suicidarsi, essere uccise o essere incarcerate tante donne quanti uomini? Devono essere espulse da casa nelle separazioni e devono essere sottratti alle madri i figli così come vengono espulsi e vengono sottratti ai padri? Bisogna snobbare la sofferenza femminile nella stessa misura della sofferenza maschile? L’uomo è sempre stato, per tutti, carne da cannone (ciò non vuol dire che storicamente la vita delle donne fosse una passeggiata), da lui veniva preteso il sacrificio massimo per la famiglia, per il clan o per la patria. Se le cose sono sempre state così, perché gli uomini non si sono mai opposti? Perché non si ribellano al fatto che le loro vite siano considerate di seconda o da sacrificare? Quali motivi (psicologici) permettono l’esistenza di questo fenomeno? Giudichiamo forse moralmente riprovevole l’ordine di evacuazione del capitano del Titanic? Giudichiamo forse moralmente riprovevole gli stati, come l’Ucraina o la Russia, che mandano a combattere solo obbligatoriamente i loro uomini? Accettiamo e sopportiamo la visione della sofferenza di un donna tanto quanto la sopportiamo per un uomo?

«Prima donne e bambini» è una legge non scritta, sessista e ingiusta da un punto di vista logico e teorico, ma applicata ogni dove, universale e atemporale, intimamente vincolata all’indifferenza che genera la sofferenza maschile. Si può in qualche modo ribaltare questo fenomeno? Si può veramente combattere? In qualsiasi caso, il primo passo è quello di prenderne consapevolezza. Bisogna riconoscere il problema, guardarlo in faccia, ammettere che le cose per noi uomini stanno così, in maniera fredda e coraggiosa, e scacciare da noi l’auto-inganno e le vane speranze. Dobbiamo riconoscere il carattere e la natura delle leggi non scritte che regolano le nostre relazioni con l’altro sesso, i comportamenti irrazionali (biologici o animali) che ci spingono a “servire” le donne al di là della nostra incolumità e a costo della nostra sofferenza. L’ideologia femminista ha approfittato di queste tendenze comportamentali maschili per imporre nella società il suo vittimismo e demonizzare gli uomini.  Le femministe si sono lamentate, gli uomini siamo accorsi. Ma l’ingordigia femminista non ha limiti, hanno esagerato, attaccato brutalmente, senza motivo, gli uomini. Ora gli uomini non siamo solo sacrificabili, siamo anche spregevoli. Questi attacchi feroci e ingiustificati hanno però risvegliato in alcuni la coscienza maschile: perché? Perché la mia vita ha meno valore della vita di una donna? Come può essere giusto il principio di prima donne e bambini? Senza l’attacco femminista, bisogna ammetterlo, gli uomini non avremmo mai iniziato a chiederci perché dobbiamo essere noi la carne da cannone. La nostra ribellione è rivolta innanzitutto contro la loro ingratitudine e il loro egoismo, nata dal disgusto della nostra demonizzazione. Il principio di prima donne e bambini deve essere stracciato per sessista, deve vigere il principio della reciprocità, ciò che vale per l’uno vale per l’altra. Col rammarico che, molto probabilmente, nel prossimo incendio, sarà sempre valido il principio di prima donne e bambini, perché noi non siamo mostri, siamo uomini.

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