Sono pesche? Sono mele? Sono scarti?

A proposito di povertà, il titolo dell’articolo introduce l’argomento e ci allerta sulla grave evoluzione attuale dell’esclusione sociale: «L’esclusione sociale si sta femminilizzando: due senzatetto su dieci sono donne». Non bisogna essere un arguto lettore per cogliere che la situazione per le donne nel mondo occidentale sta diventando sempre più tragica. L’articolo ci sbatte in faccia un dato difficilmente tollerabile: tra i senzatetto, due su dieci sono ormai donne. Nemmeno la più estrema miseria sociale, la condizione di essere senzatetto, risparmia le donne; anche questo ambito si sta femminilizzando. Inammissibile. Tutti i campanelli d’allarme nel governo dovrebbero ormai essere scattati. Però… c’è un però. Per chi è stato minimamente attento durante le classi di statistica elementare a scuola media qualche perplessità dovrebbe pur sorgere: se due su dieci sono donne, cosa sono l’otto su dieci restanti? Sono pesche? Sono mele? Sono scarti? Cosa sono quel 80% rimasto anonimo nell’allerta lanciata dall’articolo? Sono uomini!

Nella mia memoria resta un articolo del Corriere della Sera di alcuni anni fa, a proposito della presentazione dal Viminale del dossier sull’attività delle forze dell’ordine sulla questione del crimine in Italia, e naturalmente sulla violenza, argomento sempre di attualità e di emergenza, intitolato «Viminale: “Il 30% degli omicidi ha come vittima una donna”»; l’articolo iniziava con queste parole: «Un paese che non riesce a fermare la strage delle donne» – in realtà il dossier parlava di qualsiasi tipo di crimine (reati mafiosi, sequestri, operazioni di polizia giudiziaria, immigrazione, omicidi, ecc.), ma l’emergenza nei media è quella che è, si sa. Anche in questo caso l’articolo ci sbatteva in faccia un dato difficilmente tollerabile: tra le vittime di omicidio, tre su dieci sono ormai donne. Nemmeno il crimine più grave che esiste, l’omicidio, risparmia le donne; anche questo ambito si sta evidentemente femminilizzando. Inammissibile. Anche in questo caso tutti i campanelli d’allarme nel governo dovrebbero ormai essere scattati. Infatti, lo sono già da più di una ventina d’anni, l’emergenza è di casa. Però… anche qui c’è un però. Anche in questo caso sorge la stessa perplessità di prima: se tre su dieci sono donne, chi o cosa sono il sette su dieci restanti? Sono pesche? Sono mele? Sono scarti? Cosa sono quel 70% rimasto anonimo nell’allerta lanciata dall’articolo? Sono uomini!

barbone homeless

Gli uomini scompaiono.

Leggo in questo articolo che il paese in Europa con più donne è la Lettonia. Voi lo sapevate? Il 53,7% della popolazione, di quasi 2 milioni di abitanti, sono donne. La differenza della speranza di vita tra gli uomini e le donne lettone è di quasi 10 anni – 70,2 per gli uomini e 79,6 per le donne. Da sempre la speranza di vita è un indicatore importantissimo e inoppugnabile per la misurazione della qualità della vita: i poveri muoiono prima, gli individui di etnie discriminate muoiono prima, gli operai muoiono prima, nei paesi del Terzo Mondo si muore prima… Ma dalla lettura dell’articolo si capisce che questo è un dato ininfluente. Per quanto riguarda la parità di genere, nel sottotitolo si può leggere che «resta molto lavoro da fare»: «Sebbene le donne siano la maggioranza nella società lettone, secondo UN Women, “c’è ancora del lavoro da fare per raggiungere l’uguaglianza di genere”. […] A livello europeo, con 62,1 punti su 100, la Lettonia si colloca al 16° posto nell’UE nell’indice sull’uguaglianza di genere. Il suo punteggio è di quasi sei punti inferiore al punteggio della comunità europea». In conclusione, le donne vivono più a lungo, dato in teoria inoppugnabile della migliore qualità di vita delle donne. L’articolo invece ci informa del contrario, sono le donne che devono lavorare per raggiungere la parità, e la loro qualità di vita è inferiore. In breve, con la scusa di iniziare a parlare di un grave problema che colpisce l’universo maschile si finisce per parlare dell’universo femminile e di quanto le donne sono discriminate. Come è possibile? Sono forse in Lettonia gli uomini delle pesche? Sono forse delle pere? Sono forse scarti? No, gli uomini… sono uomini!

Potrei continuare a riportare esempi all’infinito del mondo della stampa che rendono invisibile l’universo maschile e mettono al centro del mondo e delle preoccupazioni l’universo femminile. Le donne si suicidano (il 30% del totale!), muoiono al lavoro (il 5% del totale!), sono le vittime civili durante le guerre assieme ai bambini (il 30% del totale delle vittime civili!), sono senzatetto (il 20% del totale!), le vittime di omicidio (il 30% del totale!), giacciono in prigione (il 5% del totale!), sono condannate alla pena di morte dalla giustizia (meno dell’1% del totale!)… e magari le loro tragedie vengono raccontate, per settimane, con nomi e cognomi. Tragedie che colpiscono donne (o donne e bambini). Se invece si tratta di eventi che colpiscono in esclusiva gli uomini, allora i media lo riportano in questa maniera: “crollo in miniera, morti 20 minatori…”, “uccisi 4 manifestanti…”, “scomparsi 15 soldati…”, “deceduti i 2 pompieri gravemente ustionati…”, “sono già due i senzatetto uccisi dal freddo…”. Non ci sono più uomini, ma autisti, soldati, prigionieri, suicidi, persone… O semplicemente i media non ne parlano. A chi importa? Sono uomini!

uomo annega

Né pesche, né mele, né scarti: Uomini!

Il motivo è spiegato meravigliosamente in quest’altro articolo che riporta una notizia del mondo del tennis. La tennista giapponese Miyu Kato e la sua compagna di doppio sono state estromesse da una partita e dal torneo di Roland Garros, dopo che la prima  aveva involontariamente colpito con la pallina una raccattapalle. L’incidente le è costata l’eliminazione forzata e la rinuncia a tutti i premi conquistati. La tennista ha raccontato l’episodio: «Cosa è successo? Ho solo passato la palla ai raccattapalle per farla servire alle mie avversarie». La pallina però ha colpito l’addetta ai lavori che si è lasciata andare alle lacrime, e le avversarie non hanno perso tempo per evidenziare l’accaduto al giudice di sedia. «L’arbitro e il supervisore mi hanno parlato dopo e mi hanno detto: “Se la raccattapalle fosse stata un ragazzo, sarebbe andato tutto bene”. Mi hanno anche spiegato che siccome la ragazza ha pianto per più di 15 minuti dovevano prendere una decisione, perché se avesse smesso dopo cinque minuti sarebbe andato tutto bene». Se la palla avesse colpito un ragazzo… a chi importa?

Questa notizia mi ha riportato in mente l’episodio vissuto da A., figlio della mia compagna, all’epoca 10 anni circa, quarta elementare. Torna da scuola molto arrabbiato, ha preso un brutto voto in una verifica orale. Ma il cattivo risultato non è il motivo della sua grande arrabbiatura: “La maestra ha interrogato anche X., un’alunna, ha risposto peggio di me e la maestra le ha dato lo stesso voto, ma lei si è messa a piangere e allora la maestra glielo ha alzato!”. Benvenuto al mondo A., hai appena scoperto che uomini e donne non sono trattati parimenti. Come ogni anno, il 25 novembre si celebra la Giornata Internazionale dell’indifferenza alla violenza contro gli uomini, le sofferenze dell’universo maschile (vedi 1, 2, 3, 4) cadono  nel silenzio. Non serve aggiungere altro. Il motivo lo conosciamo tutti: la sofferenza maschile non conta tanto quanto la sofferenza femminile. Anzi, in questi tempi non conta nulla. Come ho già scritto altrove, c’è un gap di empatia terrificante, si tratta di differenze chiaramente di stampo biologico, ma non solo. Non so in che modo l’aspetto biologico possa essere in qualche misura attenuato, ma una cosa è certa: il racconto femminista è falso, sostiene che nel mondo capita il contrario, che sono le donne ad essere trascurate e discriminate, e in questo modo l’ideologia femminista non fa altro che ingigantire questo gap. Si tratta di un’ideologia perniciosa, occulta la sofferenza maschile e deve essere quindi contrastata. Le assordanti e costanti grida delle femministe non fanno sentire i lamenti degli uomini. Gli uomini non sono né pesche, né mele, né scarti: sono uomini. Le continue immagini di denunce delle donne non ci fanno vedere le lacrime del bambino.

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