Uniformi per i bimbi a scuola: a Brindisi si esibisce la follia GLBT

di Redazione. [N.d.R.: Questo articolo, se il DDL Zan fosse già legge, comporterebbe la multa o l'arresto per i suoi autori]. A Francavilla Fontana, in provincia di Brindisi, la preside di una scuola elementare dispone affinché maschietti e femminucce vestano uniformi diversificate. L'ArciGay Salento protesta e dirama un comunicato stampa, che vale la pena riportare integralmente qui di seguito (con sottolineature nostre):

Vale la pena riportarlo integralmente perché dà l'esatta misura del punto a cui si è arrivati rispetto alla degenerazione totale nell'approccio socio-culturale alla realtà delle cose, oltre che nell'uso della lingua italiana. Questo comunicato stampa, riportato da diverse redazioni locali come se contenesse concetti normali, è la prova di quanto un'ideologia folle, pari per credibilità alla più bislacca teoria complottista, abbia permeato il vissuto quotidiano. L'analisi del suo contenuto è presto fatta: ArciGay si indigna perché bambini dai 6 agli 11 anni vengono resi riconoscibili rispetto alla loro identità sessuale definita biologicamente dalla nascita e per sempre. L'unica che, per il loro grado di sviluppo, sono in grado di percepire, conoscere e riconoscere e che nulla ha a che fare con gli orientamenti e le preferenze erotiche che svilupperanno molto più avanti. In quella fascia d'età infatti, è noto alla scienza da tempo, le poche pulsioni sessuali sono estremamente primitive, accennate e illeggibili in modo cosciente dai bambini. Sono solo vaghi prodromi di ciò che, sul piano sessuale, costoro inizieranno ad essere dai 12 anni in poi, qualunque strada la loro carica ormonale definita dal DNA fin dal ventre materno li indurrà a prendere. Dai dodici anni in su cominceranno a interrogarsi, trasportati da dosi variabili di testosterone ed estrogeni, sulla propria identità e i propri orientamenti sessuali, fino a giungere più avanti a una maturazione consapevole, che non terrà conto alcuno del genere con cui sono stati classificati o trattati in precedenza.

Una rappresentazione del futuro auspicato dai sostenitori della teoria queer.

Servirà qualcosa in più di un semplice diserbante.

In altre parole: il bimbo di oggi che tra dieci anni decidesse di transizionare verso il genere opposto, oggi non è oggettivamente in condizione di star male perché trattato coerentemente al suo genere. A orientamento "alternativo" maturato, probabilmente (ma non obbligatoriamente) ricorderà il periodo infantile con sofferenza, ma si tratterà soltanto di una proiezione nel passato della sua percezione corrente post-maturazione, non di un fatto reale. Questa è la verità dei fatti che urta la sensibilità dell'ArciGay. A riprova del desiderio irresistibile delle armate GLBT di mettere le mani su giovanissimi e bambini, come minimo con lo scopo di orientarli nelle inclinazioni sessuali, il comunicato stampa ipotizza invece che quei piccoli possano già avere un'identità o un orientamento "intersessuale" o "transgender", il cui sviluppo verrebbe ostacolato o reso tormentoso da una classificazione strettamente coerente con il genere dato alla nascita. Un'idea che da sola, in un paese normale, farebbe scattare immediatamente la camicia di forza per tutta l'ArciGay sezione Salento. Al di là della ridicola pioggia di asterischi, il comunicato stampa vorrebbe far passare l'idea che l'innegabile esistenza di due generi in natura sia non un fatto immutabile che sovrasta e precede la volontà del singolo, ma uno stereotipo "stantio",  qualcosa da "decostruire", perché sta alla base di quel "patriarcato" che genera la violenza "quotidiana" (e ovviamente maschile) contro le donne e le minoranze. Che i dati storici e statistici smentiscano totalmente questa asserzione ha naturalmente pochissima importanza per Arcigay Salento.

Per questi gruppuscoli di invasati la realtà non è quella che è, ma è solo quella che essi auspicano o immaginano nella loro testa. Obiettivo ultimo, ben noto anche se negato a gran voce: mettere le mani sui bambini, imporre ad essi la "teoria gender" o "teoria queer" fin da subito, provare a orientarli da piccoli, forse sperando di aumentare nel futuro i componenti del loro gruppo minoritario, o forse (teme qualcuno) per avere il pretesto di disporne fin da ora. Un abominio coperto dalla maschera buonista della "lotta alle disuguaglianze", agli "stereotipi" e alle "discriminazioni", così come il femminismo copre il proprio violento suprematismo con la maschera fasulla delle istanze per la "parità". Stupisce e indigna che comunicati stampa così patologicamente connotati dal lato psichiatrico vengano pubblicati e diffusi, mentre versioni alternative e più veritiere della realtà non trovano mai spazi di confronto. Ma soprattutto spaventa la penetrazione che questo genere di manicomio ha in tutta la sfera psicosociale diffusa, se è vero, come pare, che a protestare per il carattere "discriminante" delle uniformi dei bimbi non siano stati soltanto gli svalvolati estremisti GLBT, ma anche alcuni genitori. "Quelle uniformi sono scomode", hanno denunciato. Protesta sacrosanta, se non fosse che pare qualcuno abbia aggiunto: "e discriminanti". Segno che l'eliminazione del mondo immaginario e subdolamente snaturante imposto dalla teoria queer, questa gramigna nel campo delle relazioni interpersonali, richiederà qualcosa di molto più radicale di un semplice diserbante.

 

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