Valeria Valente, Fabio Nestola e la tirannia fiondesca

La Fionda è tirannica. Alla fine ‘sta cosa andava detta, da troppo tempo sopporto in silenzio le sue vessazioni. Pretende che io incroci su e giù in Corso Rinascimento davanti al Senato, in attesa di qualche dichiarazione della Presidente della Commissione Femminicidio, Senatrice Valeria Valente. Tanto quella non fiata, sto perdendo tempo ma qui alla Fionda sono irremovibili: «prima o poi qualcosa dirà e noi dobbiamo esserci». Io non trovo la forza di ribellarmi e con un garibaldino «obbedisco!» resto esposto all’alternanza sole/pioggia di questa capricciosa primavera. Abbiate pietà, fatemi tornare a casa, mi fanno male i piedi. Non serve a niente rimanere a piantonare il Senato, secondo me la Valente ha fatto proclami ma poi si è resa conto di non poter raccogliere materiale spendibile. Il “qualcosa” che si attende dalla Valente è relativo a due temi: 1) le reiterate richieste di chiarimenti in merito all’argomento del quale dovrebbe essere la massima esperta italiana: ‘sto benedetto femminicidio che ancora non si sa bene cosa sia; 2) la relazione sugli oltre 570 casi di violenza istituzionale che avrebbero penalizzato le madri.

Primo tema - La Commissione non ha mai dato una definizione certa del fenomeno “femminicidio”, circolano decine di definizioni ufficiose, fumose, generiche e anche contraddittorie, ma una definizione ufficiale non esiste. Chi, se non la Presidente dell’apposita Commissione, dovrebbe fare chiarezza? È femminicidio quando l’assassino è sentimentalmente legato alla vittima? Quando lo era ma non accetta di essere lasciato? Quando è geloso della moglie o fidanzata? Oppure è femminicidio ogni volta che muore una donna, a prescindere dal fatto che a ucciderla sia l’ex marito o uno spasimante respinto, un rapinatore o uno psicolabile che sente le voci, un tossicodipendente, un cugino che mira all’eredità o un marito che vuole liberarla da un male incurabile, o persino una figlia, una nipote, una madre. Non sono esempi buttati li a caso, sono tutti casi concreti inseriti nei fantasiosi elenchi dei femminicidi stilati periodicamente da siti dedicati o da prestigiosi quotidiani nazionali. Non è chiaro se per essere catalogato come femminicidio un episodio debba essere analizzato in base al movente, alla modalità, al genere dell’autore, al genere della vittima, alla nazionalità dei soggetti coinvolti.

Valeria Valente
Valeria Valente

Un esempio lampante di complotto patriarcale.

Già, perché per dimostrare che l’Italia è un Paese patriarcale, oppressivo e maschilista si utilizzano episodi violenti maturati nelle famiglie pakistane, indiane, nigeriane, tunisine, algerine, somale, magrebine, rumene, albanesi, serbe, ucraine, filippine, cinesi, bengalesi, cingalesi… Servirebbe proprio un chiarimento ufficiale sui criteri ai quali deve rispondere un episodio per essere classificato come femminicidio, ma ancora non c’è. Servirebbe per sgombrare il campo da forzature ideologiche e interpretazioni strumentali. Invece ancora manca il chiarimento sui criteri e manca pure un elenco ufficiale degli episodi che a tali criteri rispondono. Secondo me un chiarimento non ci sarà mai perché è molto più utile alzare una cortina fumogena, rendere tutto indefinibile ed infatti indefinito così da poter vivere non di certezze statistiche ma di slogan tipo “uccisa inquantodonna” e “un femminicidio ogni due giorni”. Ho tentato di spiegarlo a quelli della Fionda ma loro hanno un’opinione diversa, credono veramente che la Valente voglia la trasparenza e ancora non abbia diffuso criteri certi perché ha tanto da fare, ma prima o poi li diffonderà. In tanto io consumo la suole in Corso Rinascimento, quei tiranni vogliono così.

Secondo tema – L’altro responso che i miei Pisistrati personali aspettano dall’oracolo-Valente è la relazione che la stessa ha annunciato ormai da settembre dello scorso anno. Già dal 2019 era infervoratissima sul tema Massaro & Co., si ergeva spesso a paladina delle madri che a lei si rivolgevano per ottenere quella giustizia che, secondo loro, veniva negata in tribunale. Erano tempi epici di comunicati e conferenze stampa a raffica, video sui social, foto e interviste sui media, culminati nell’annuncio che sapeva tanto di “adesso vi faccio vedere io”: la raccolta di un dossier con circa 570 casi di madri separate irreprensibili le quali tuttavia non avevano l’affido esclusivo dei figli o il collocamento prevalente com’è prassi giurisprudenziale largamente maggioritaria in questo Paese. La colpa? Aver denunciato gli ex mariti, null’altro, per cui la violenza istituzionale si ritorceva contro le donne che osavano denunciare i mariti violenti, togliendo loro i figli. Un esempio lampante di complotto patriarcale messo in atto con la complicità di tutta la filiera di operatori ed operatrici che hanno un ruolo nelle cause di separazione e divorzio: giudici e giudicesse (si dice così?), avvocati e avvocatesse, psicologi e psicologhe, consulenti d’ufficio e di parte, assistenti sociali… tutti ricusati o denunciati dalle vittime di violenza istituzionale.

Fabio Nestola
Fabio Nestola presidia l'accesso del Senato.

Fabio libero dalla tirannia fiondesca!

Il tormentone della Valente, delle sue protette e della stampa compiacente era “ha denunciato”, come se il fatto di aver denunciato mille volte il proprio ex fosse garanzia di colpevolezza dell’accusato.  Non so fino a quando durerà, ma in Italia ancora la parola non basta per far condannare qualcuno (almeno non sempre) e i tribunali hanno la pessima abitudine di verificare se le denunce siano fondate o meno. Però l’importante è insistere sulla quantità di denunce presentate, mai sull’esito. Infatti i proclami web non dicono se le denunce siano terminate in archiviazione, proscioglimento o assoluzione, meglio sottolineare che l’odiato nemico è stato denunciato tante volte quindi è ovvio che sia violento, le denuncianti hanno ragione. Un po’come dire “ho fatto 30 video di protesta quindi è vero che ho ragione”, “mi hanno intervistato 50 volte quindi è ovvio che ho ragione”, “ho fatto 20 manifestazioni quindi è ovvio che ho ragione”. L’arrembante Senatrice aveva annunciato una relazione di fuoco, un documento scioccante che avrebbe presentato entro la fine del 2020 per dimostrare le irregolarità tecnico-giuridiche messe in atto ai danni delle sue protette. Temo però che l’entusiasmo iniziale si sia sgonfiato in fretta, probabilmente gli scandali giudiziari lamentati dalle 570 tanto scandali non sono, probabilmente il complotto patriarcale ai danni delle madri esiste solo nella mente di chi se ne sente vittima, probabilmente giudici, avvocati e consulenti hanno valutato correttamente ciò che andava valutato. Probabilmente, non so.

Resta il fatto che ‘sta relazione enfaticamente annunciata come la riscossa delle madri coraggio penalizzate dalla violenza istituzionale, ancora non ha visto la luce. Non se n'è parlato più per mesi, sparita dai radar, cancellata dalle dichiarazioni sia della Senatrice Valente che delle dirette interessate, salvo un aggiornamento degli ultimi giorni, sulla scia della vicenda Massaro: le segnalazioni da 570 sono improvvisamente diventate 1.500, quindi serve tempo per studiarle e trarre delle conclusioni. Sì, come no. Non saprei dire cosa sia accaduto in Commissione, se siano emerse oggettive irregolarità in un numero tanto esiguo di casi da costituire una sparuta minoranza rispetto al totale dei 570 (ora 1.500) ed oltre, oppure se di irregolarità giudiziarie non ne siano emerse affatto. In ogni caso il risultato dovrebbe essere tanto deludente da consigliare l’oscuramento. Temo purtroppo che non se ne parlerà più, gli unici convinti che ‘sta terribile relazione verrà annunciata a giorni sono questi della Fionda, che infatti insistono a tenermi parcheggiato davanti al Senato. Voglio anch’io la mia paladina senza macchia e senza paura: aiutatemi, cercasi parlamentare disposta a liberarmi dalla tirannia della Fionda, voglio anch’io la conferenza stampa nelle sedi istituzionali, voglio anch’io articoli e interviste, voglio anch’io manifestazioni e video web. Fabio libero dalla tirannia fiondesca!

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