Ancora Elena Bonetti, l'amica dei centri antiviolenza

Draghi, Draghi… ancora la Bonetti? Capisco la necessità di tenere tutti buoni, capisco la spartizione della mangiatoia al gregge, capisco pure il ripescaggio di Silvio, dei due Mattei e di gente che da una consultazione elettorale avrebbe rimediato solo pernacchie. Quello che proprio non riesco a capire è la Bonetti alla Famiglia e Pari Opportunità. Bisognava proprio premiarla? Per forza lei in quota Italia Viva, non c’era niente di meglio? Eppure la storia recente parla chiaro: la Ministra ha dimostrato di avere una concezione sessista della famiglia e un approccio fondamentalista alle Pari Opportunità. O forse è proprio per questo che è stata riconfermata. Elena Bonetti è la persona che ha guardato esclusivamente alle donne, ha tutelato le donne, ha finanziato le donne, ha considerato “famiglia” solo una metà della popolazione adulta. Non ha speso una parola (né un euro) per altri soggetti che pure delle famiglie sono parte integrante; mai un’iniziativa (né un euro) per i minori, i disabili, gli anziani ed ovviamente mai  un’iniziativa (né un euro) per gli uomini.

Dal sito ANSA ”Tra le sue battaglie anche quella contro la violenza sulle donne, e tanti provvedimenti per sostenere il lavoro e l'imprenditoria femminile perché - ha più volte detto – che la violenza economica è una piaga paragonabile a quella sessuale, fisica e psicologica a cui sono soggette le donne che vengono così private di una libertà di scelta. La Bonetti ha sostenuto e promosso l'emendamento che proroga e rafforza la legge Golfo-Mosca per la presenza delle donne nei CdA delle società quotate, con l'obiettivo di quota 40%”. Ma la sua medaglia più prestigiosa è l’annuncio trionfale di aver erogato trenta milioni di euro, in piena emergenza sanitaria, per finanziare i centri antiviolenza. Noi  italiani abbiamo poca memoria, per cui è utile ricordare che il fondo milionario è stato erogato nei giorni dell’emergenza più dura, quando non c’erano mascherine per tutti e ci esortavano ad indossare sciarpe o starnutire nel gomito; quando non c’erano posti-letto negli ospedali né respiratori e qualcuno per sopperire alla carenza ha provato persino a riconvertire le maschere da sub di Decathlon;  quando nemmeno medici ed infermieri erano in condizione di operare in sicurezza per mancanza di protezioni adatte; quando chi faceva footing da solo in spiaggia veniva inseguito dai gendarmi come un evaso; quando per comprare due uova dovevamo fare 40 minuti di fila al supermercato; quando le famiglie non sapevano come gestire i figli a casa per le scuole chiuse; quando abbiamo cominciato a capire che l’emergenza sanitaria si sarebbe velocemente trasformata anche in crisi economica.

Elena Bonetti
Elena Bonetti

C'è la fame per il Recovery Fund.

Proprio in quei giorni Elena Bonetti ha twittato giuliva la propria soddisfazione per aver erogato 30.000.000 di euro ai centri antiviolenza. In quei giorni caotici due argomenti hanno monopolizzato l’attenzione di giornali, televisioni e web: il Covid 19 ed il 1522. Mille dissertazioni sul virus sconosciuto, nascita, diffusione, cure, virologi in ogni emittente, il festival dei DPCM e dei moduli per uscire, ma anche (o soprattutto?) mille appelli istituzionali alle donne segregate in casa con i propri aguzzini, alle donne che avrebbero avuto tanto bisogno di denunciare una violenza ma non potevano eludere la sorveglianza degli orchi, mille consigli su come liberarsi del carceriere e denunciarlo andando a gettare la spazzatura o portando giù il cane, mille sollecitazioni a chiamare i centri antiviolenza aperti h24, a fuggire da casa anche senza modulo,  a chiedere aiuto affacciandosi alla finestra… e poi campagne istituzionali sul 1522 nelle farmacie, sugli autobus, sugli sportelli bancomat, sui media, sui social, ovunque... Abbiamo approfondito più volte l’allarme martellante. I centri antiviolenza hanno inizialmente lamentato un drastico calo delle richieste d’aiuto, interpretandolo come conferma dell’oppressione maschile sulle donne controllate a vista h 24. Poi hanno immediatamente corretto la comunicazione, annunciando un proliferare mai visto di chiamate a conferma del fatto che i centri antiviolenza sono indispensabili e tutte le donne ne hanno proprio bisogno. Tra le righe: Bonetti, sgancia, nulla in Italia è più emergenza di quella che noi propagandiamo come emergenza. La toxic masculinity é il Male, noi siamo la Cura; segue IBAN.

Per aiutare le famiglie il Ministero per la Famiglia non ha pensato, che so, a fornire tablet agli studenti che non lo avevano per poter seguire la didattica a distanza; o a supportare famiglie con un pc in casa ma quattro persone che dovevano usarlo contemporaneamente, i genitori per lo smart-working ed i figli per la DAD; o anche misure a costo zero, come chiarire le frequentazioni tra i figli ed i genitori separati, argomento che ha generato incomprensioni e lunghe dispute, del quale si è occupato Conte con una raffica di DPCM che hanno richiesto successivi chiarimenti. Eppure anche la famiglia separata è una famiglia, ma la Bonetti non sembra essersene accorta. Per sentirsi a posto come Ministra della Famiglia, secondo lady Elena, è sufficiente occuparsi della diade madre-figli. Non ha speso una parola (né un euro) per soggetti ed argomenti diversi dalle donne; forse, chissà, è proprio questo il motivo che le ha garantito la conferma. Ora ha nuove misure da prendere e nuovi fondi da erogare che col Recovery Fund saranno più sostanziosi dei miseri 30 milioncini regalati lo scorso anno.

centri antiviolenza pandemia

Se i CAV fossero efficaci, i dati sarebbero incoraggianti.

Una domanda: la Ministra Bonetti o chi l’ha preceduta, ha mai considerato la valutazione del rapporto costi-benefici? I centri antiviolenza potrebbero ricevere anche il triplo dei soldi arraffati nel 2020, se riuscissero ad essere concretamente incisivi, ma qualcuno chiederà loro di dimostrare l’efficacia del proprio operato? Mi spiego. Qualsiasi somma può essere erogata per un servizio, a patto che il servizio stesso si riveli valido quindi utile ad incidere positivamente sulla problematica della quale si occupa. Se i centri antiviolenza lavorassero in autonomia, autofinanziandosi come il 99% del Terzo Settore, nessuno chiederebbe loro di dimostrare la bontà delle proprie azioni. Invece ricevono milioni a raffica da fonti ministeriali e non solo; Zingaretti – per dirne uno – allarga spesso i cordoni della borsa a favore dei centri antiviolenza, inventa persino stratagemmi per azzerarne i debiti. Bene, cosa viene fatto con tali fondi? Quale percentuale serve realmente ad aiutare le vittime o presunte tali, e quale serve a mantenere il baraccone? Le lamentele dei centri antiviolenza, pur senza mai citare dati trasparenti e verificabili, parlano da anni del femminicidio come fenomeno inarrestabile, la strage delle donne, la mattanza, la scia di sangue, eccetera. Il colore rosso-sangue funziona da filo conduttore delle iniziative propagandistiche: scarpette rosse, mani sporche di vernice rossa, segni rossi sul viso, panchine rosse.

Non dimentichiamo che la narrazione ideologica è partita col botto, affermando per anni che la violenza domestica sarebbe la prima causa di morte per le donne italiane. Poi, smascherata la macroscopica assurdità della menzogna, sono nati altri slogan come toxic masculinity, l’orco ha le chiavi di casa, uccise da chi diceva di amarle… ma ciò che continua a mancare sono i numeri reali, ufficiali, verificabili.  È singolare che nemmeno la Commissione d’inchiesta sul Femminicidio voglia colmare questo vuoto istituzionale; il gruppo di lavoro presieduto dalla Senatrice Valente non ha mai pubblicato un elenco annuale delle vittime di femminicidio, né ha dato una definizione ufficiale di un reato che nel codice penale non esiste. La forbice delle statistiche, tanto ufficiose quanto ansiogene e fantasiose, oscilla da un minimo di un femminicidio ogni tre giorni ad un massimo di uno al giorno; comunque si tratta sempre di strage continua, inarrestabile, cronica. Allora perché i centri antiviolenza continuano a chiedere (ed ottenere) fondi milionari? Se il loro operato si dimostrasse efficace, dovrebbero diffondere dati incoraggianti: una riduzione, anche minima ma costante, dei fenomeni per contrastare i quali i centri antiviolenza sono nati.

Elena Bonetti
Elena Bonetti

C’è ancora tanto da fare e servono altri fondi.

Invece dicono che i femminicidi sono inarrestabili e le violenze domestiche sono sempre in aumento, anzi, le violenze fisiche, psicologiche e sessuali non riescono ad essere intercettate dai centri antiviolenza in quanto – sempre secondo la propaganda ideologica – 8 donne su 10 subiscono in silenzio quindi il sommerso sarebbe enormemente superiore rispetto a ciò che riesce ad emergere. Eventuali resoconti annuali di risultati positivi giustificherebbero la reiterazione di finanziamenti alle strutture che tali risultati raggiungono; la lamentela incessante di un fenomeno in costante crescita dimostra invece l’inefficacia delle strategie messe in atto, che quindi non meritano di essere rifinanziate. Sia chiaro: non come forma di ritorsione verso le operatrici dei centri antiviolenza, ma come oggettivo riscontro di una cronica inefficacia delle strategie messe in atto, con conseguente spreco di denaro pubblico. Si tratta di una elementare analisi costi-benefici: se funziona lo pago; se non funziona, no. È quindi la stessa narrazione lamentosa dei centri antiviolenza che fa emergere un impatto sociale nullo, non riuscendo nei fatti ad arginare la violenza dell’oppressione patriarcale, né a far emergere il sommerso. Ma l’inefficacia non è addebitabile ad incapacità o scarsa preparazione delle operatrici; potrebbero sostenere che la colpa sia dell’indole cronicamente violenta del maschio italico, del patriarcato radicato da secoli ed impossibile da sradicare, dell’innata ritrosia femminile nel riconoscersi vittima di violenza e denunciare il partner al primo litigio, della paura di subire violenze maggiori di quelle denunciate, oppure della combinazione di tutti questi elementi.

Resta il fatto, incontestabile perché dichiarato incessantemente dalla stessa rete dei centri antiviolenza, che la violenza è sempre in aumento nonostante le operatrici lavorino come stakanoviste h 24. Se il paziente non reagisce vuol dire che la cura non funziona: è indispensabile cambiare medicina. Ora si tratta di fare una scelta politica. Se l’obiettivo è quello di combattere la violenza, è indispensabile fare scelte diverse, attraverso soggetti diversi e strategie diverse rispetto a quelle che ormai da anni si dimostrano inefficaci; se invece l’obiettivo è quello di finanziare un considerevole serbatoio di consensi, anche in vista della prossima tornata elettorale che prima o poi dovrà pur esserci, va bene lasciare tutto invariato e far finta di combattere la violenza attraverso i centri antiviolenza. Cosa farà la Ministra Bonetti? Cambierà strategia o insisterà con la filastrocca “molto è stato fatto ma non è mai abbastanza, c’è ancora tanto da fare e servono altri fondi per i centri antiviolenza”?

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