Femminicidi da importazione e il relativo doppio standard

Ieri abbiamo pubblicato l’annuale lavoro di verifica sui casi di femminicidi, o presunti tali. Sorvolando sia sulla solita mancanza di definizione ufficiale del fenomeno, sia di elenchi ufficiali (criticità sulla quale ci esprimiamo costantemente), ogni anno ci soffermiamo su alcuni filoni di delitti che vengono infilati a forza tra i femminicidi. I delitti della pietà e della disperazione commessi da anziani col solo desiderio di liberare la moglie dalle sofferenze di patologie incurabili, i delitti per eventi fortuiti come rapine finite male o omicidi preterintenzionali, i delitti con movente economico come debiti insoluti o eredità contese. Eventi che non hanno nulla a che fare con l’oppressione di genere, il patriarcato, l’odio per le donne. In questa ultima demistificazione troviamo una percentuale significativa di episodi con protagonisti uomini stranieri, tutti annoverati come femminicidi, con l’effetto far salire i conteggi e dimostrare che la piaga del patriarcato inquinerebbe la società italiana e sarebbe causa di uno sterminio pianificato.

Il fine ultimo della costruzione di una “emergenza femminicidio” è infatti la colpa generalizzata dell’intera popolazione maschile italiana e la necessità di una rieducazione degli uomini italiani, irrimediabilmente gravati da sovrastrutture culturali misogine. Poi  però leggiamo dell’imprenditore italiano emigrato da tempo in Romania, che il 23 dicembre uccide la ex moglie e si suicida. "Ennesimo femminicidio", riportano ovviamente i media. Giusto definirlo tale: Claudio Mereu ha sparato alla ex moglie Loredana Ionita per poi togliersi la vita con la stessa arma. Le notizie sono scarne ma sembra il classico “o mia o di nessuno”, i media locali descrivono Mereu come un italiano accecato dalla gelosia. Quindi nella logica “sovrastrutture culturali misogine degli uomini italiani” ha un senso conteggiare Mereu tra gli autori di femminicidio, poco importa che l’episodio si sia verificato all’estero dove l’assassino viveva da anni, né che la vittima non fosse italiana. Ha esportato in Romania l’oppressione di genere, il maschilismo ed il patriarcato italiano.

Claudio Mereu
Claudio Mereu

I modelli socio-comportamentali contano.

Le tare culturali, vere o presunte, viaggiano insieme a chi ne soffre. Se le donne venissero uccise da un italiano 40enne in crociera ai Caraibi, da un 30enne in viaggio di nozze a Vienna, da un militare in missione a Tripoli o da un 22enne in Erasmus a Londra il dove accade non conterebbe nulla e perderebbe significato rispetto al cosa accade. Si tratterebbe comunque di cittadini italiani che hanno introiettato la cultura oppressiva e l’hanno slatentizzata uccidendo. Cosa dire allora delle oltre 20 donne uccise da stranieri, ma conteggiate nell’elenco femminicidioitalia.info e riportate anche in altri elenchi informali? Per lo stesso principio sarebbe impossibile catalogare quei casi come frutto del clima culturale che si respira nel nostro Paese, eppure è ciò che viene fatto. La cultura malata italiana - quella che scatenerebbe l’indole violenta nei confronti delle donne, farebbe nascere l’emergenza e dovrebbe essere rieducata - è alla base del gesto ignobile di Mereu che l’ha portata con sé dall’Italia e non ha saputo liberarsene nemmeno vivendo all’estero. E quando invece l’indole violenta viene importata?

I cittadini nigeriani, tunisini, cingalesi o pakistani uccidono perché arrivando in Italia sono stati contagiati dal clima culturale misogino che esiste solo da noi? Secondo certa politica parrebbe di sì: la segretaria del PD milanese, Silvia Roggiani, ad esempio, commentando le molestie subite da alcune ragazze a Capodanno ad opera di alcuni immigrati ha dichiarato: «Violenze e comportamenti figli di una cultura patriarcale della nostra società in cui un gruppo di ragazzi si sente in diritto di poter fare quello che vuole nei confronti delle ragazze». Dunque quando accade da noi, è comunque colpa nostra e non è lecito chiedersi se per caso alcuni abbiano agito secondo modelli comportamentali propri, sebbene in certi contesti socioculturali profondamente diversi da quelli europei in generale, e italiani in particolare, si sappia che la vita di tutti, donne e uomini, vale meno di un gratta e vinci. Si tratta proprio di sovrastrutture culturali diverse, non sono isolati (nel 2021 la vittima è la povera Saman, ma negli anni precedenti ve ne sono state diverse altre) i casi di madri, padri o zii che uccidono le figlie perché “troppo occidentali”, per l’abbigliamento, le frequentazioni e le abitudini non consone ai dettami religiosi e culturali della famiglia. Non si è mai verificato il caso di un genitore italiano che abbia ucciso la figlia per una gonna troppo corta; magari in alcuni contesti retrogradi il padre-padrone punisce, urla, vieta, maltratta, ma non arriva ad assassinare la figlia.

saman
Saman Abbas

La responsabilità è sempre del "maschio tossico" italiano.

Non a caso parlo di profonde diversità con i contesti socioculturali europei, in quanto i fatti di sangue catalogati come femminicidi registrano ormai da anni molti autori stranieri provenienti dal nord Africa, centro-sud America, sud-est asiatico. Mai registrati casi di femminicidio con assassini provenienti da Germania, Francia, Portogallo, Austria, Belgio, Danimarca, Olanda, Svezia, ecc. L’unico caso di due bambine scomparse e mai ritrovate riguarda le gemelline Schepp (2011), uccise presumibilmente dal padre Mathias che dalla Svizzera è venuto in Italia per poi togliersi la vita. La nazionalità elvetica delle bambine, quindi fuori dall’area UE, non può far catalogare neanche questo singolo episodio di oltre 10 anni fa come “europeo”.

Eppure sono milioni ogni anno gli uomini europei che per motivi di studio, lavoro, sport o vacanze si trattengono in Italia per mesi o anche per anni, alcuni arrivano con le famiglie di connazionali e altri intrecciano relazioni con donne italiane. Ma nessuno uccide. Siamo certi che i detrattori sempre in agguato coglieranno l’occasione per lanciare accuse di razzismo: non è così, nessuna criminalizzazione di cittadini stranieri regolari o clandestini, l’unica osservazione è sulla strumentalità di utilizzare gli episodi che li vedono coinvolti per sostenere che il patriarcato inquina la società italiana. Se appare giusto considerare femminicida l’italiano che delinque nel resto del mondo, è sbagliato considerare femminicidio il resto del mondo che delinque in Italia. Alcune culture giudicano socialmente accettabile il burqua, la poligamia, le spose bambine, l’infibulazione e la punizione con la morte delle figlie ribelli; è la magistratura a doversene occupare. In ogni caso non appare possibile la mistificazione in atto di addossare la responsabilità alla nostra cultura "tossica".

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