Le rivoluzionarie “sugar baby” e i loro 6.000 euro al mese

di Roberta G. Eccoci qui, signori: nell’epoca del femminismo più spietato, quella in cui si tenta in tutti i modi di affermare l’assoluta interscambiabilità tra l’uomo e la donna, quella in cui tutto sembra (eeh, appunto… sembra!) diventato fluido e indefinito, ci ritroviamo davanti alla “notiziona” che alcune balde fanciulle si prostituiscono per pagarsi gli studi universitari. Sì, certo, loro lo chiamano “fare la sugar baby” o eufemismi del genere, ma se togli la crosticina sempre prostituzione trovi sotto. Senza contare l’ipocrisia studentesca: con 6.000 euro al mese ti paghi Harvard o Oxford, mica un ateneo italiano, quindi qui siamo alla ricerca del grasso che cola, altro che università. Ma qual è la sorpresa in una notizia del genere? Be’, non c’è.

La natura di uomini e donne, le loro sacrosante differenze (genetiche/biologiche che poi portano a quelle di tipo psicologico/comportamentale), nonché i loro diversi modi di approcciarsi alla vita, stringi stringi sono rimasti invariati dalla notte dei tempi. La parte più antica del nostro cervello, quella connessa alla sopravvivenza, all’alimentazione e alla sessualità, continua a spingerci verso comportamenti che solo parzialmente sono influenzati dal progresso culturale o tecnologico. Si guardi questa frasina estrapolata dall’articolo, forse la più significativa: «Noi abbiamo la giovinezza, loro il denaro». Ma guarda un po’… Anni e anni per dimostrare che la donna deve puntare sul cervello, sull’intelligenza, per poi ritrovarsi ad ascoltare questa frase disarmante e veritiera fino alla banalità: la donna si giova di un immenso potere grazie alla bellezza, alla giovinezza (che indica fertilità) e all’appeal sessuale. L’uomo esattamente per tutto il resto: forza, audacia, operosità e la ricchezza che da ciò riesce a trarre.

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Le femministe preferiscono predicare qui.

Non è un caso che a una donna normale, cioè a una non femminista (essendo il femminismo una forma di psicosi), interessa veramente poco una chioma bionda o lunghe gambe muscolose. Pur mettendoci sopra tutte le strutture culturali che si vuole, alla fine la donna vuole un uomo non la abbandoni nella caverna con i bambini appena nati. L’uomo, di contro, non sarà particolarmente attratto dal dottorato in astrofisica al MIT di Boston di cui lei si fregia o della Ferrari che la tipa è riuscita a comprarsi con il suo duro lavoro di amministratrice delegata. Si interesserà prima di tutto alla bellezza, all’appeal, al corpo giovane e sinuoso (simboli e sintomi di fertilità, quindi un richiamo biologico), alla dolcezza e alla capacità di accogliere e accudire, e poi al resto. D’altra parte qualcuno ha mai sentito un uomo dire: «oh, quella è a capo di una corporate, la vorrei come moglie»; oppure: «guarda quella come riesce a montarsi l’armadio da sola, è proprio la mia donna dei sogni!»? Nessuno. Un motivo ci sarà. E la cosa meravigliosa, la vera notizia, è che non c’è nulla di negativo in tutto questo.

Questo episodio delle “sugar baby” lo conferma chiaramente: le donne sono ben consapevoli di questi meccanismi. Al di là delle considerazioni morali, che non è lecito fare perché ognuna è responsabilmente padrona del proprio corpo, si tratta di un puro scambio, un baratto, in cui ognuno sfrutta il proprio potere. Le femministe che oggi si battono tanto per quell’essere mitologico chiamato “wagegap”, le stesse che sostengono che le donne non abbiano le stesse opportunità degli uomini, prendano atto che in realtà le donne sono invece in condizione di tirar su 6.000 eurini mensili esentasse e indovinate un po’ sfruttando cosa? La cultura? La conoscenza? Il coraggio? Nossignori… il corpo! E non solo per pagarsi le “spese universitarie” insieme alla borsa di Louis Vuitton, ma anche quando c’è in ballo la sopravvivenza. Moltissime donne greche, non a caso, quando la loro nazione si stava sgretolando sotto il peso dell’Unione Europea, sono riuscite a tirare avanti grazie alla mercificazione del proprio corpo. I loro uomini no: non avendo quella facoltà, in genere optavano per il suicidio. Altro che oppresse, dunque. Quelle si trovano in Afghanistan o in Iran, dove rischiano la pelle se mostrano una ciocca di capelli furi dal burqa. Ma ad aiutare costoro le femministe occidentali non vanno mai, preferiscono restare a predicare parità e a denunciare l’oppressione qui dove una donna può sguazzare nella grana con un semplice profilo OnlyFans. Comodo.


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I beoti che gli danno retta.

La vicenda delle “sugar baby” dimostra insomma ancora una volta che la donna occidentale è libera come non mai e come nessun altro: può lavorare, studiare, prendere tutte le lauree che vuole, entrare in politica, vincere in un’aula di tribunale in caso di separazione (nel 99,9% dei casi), accaparrandosi casa e figli (anche se è una madre degenere, cosa abbastanza frequente) e lasciando l’ex a vivere in auto, può fare la mamma o la manager a tempo pieno o provare a fare le due cose contemporaneamente, può ricoprire incarichi pubblici anche se non lo merita grazie alle quote rosa, può divorziare venti volte e sposarsi altrettante senza che nessuno le dica nulla o la giudichi, può avere figli, può abortirli o abbandonarli anche senza dire nulla al padre o, appunto, può vendere il proprio corpo guadagnando montagne di soldi. Limiti non ce ne sono. Ma nonostante questa evidenza, le femministe continueranno a parlare sempre e comunque di oppressione. E qualche beota continuerà a dar loro retta.

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