Stop alla spettacolarizzazione del dolore sui media. Ma per tutti?

di Antonietta Gianola. Invece di fare vero giornalismo e di occuparsi di problemi veri, tra cui quelli che affliggono il mondo dell’informazione (squilibrio fra editori e redazione, licenziamenti e mancanza di diritti, mortificazione della professione), l’Ordine Nazionale dei Giornalisti finge di fare qualcosa e inserisce una nuova norma al Testo Unico dei Doveri del Giornalista, lanciando un vibrante invito alla categoria: “Stop alla spettacolarizzazione del dolore”. Il nuovo articolo, il 5 bis, vigilerà affinché non si debba più leggere nei titoli espressioni come: “L’amava tanto ma l’ha uccisa”, o “Il Gigante buono e quell’amore non corrisposto”, oppure “Era depressa la donna che ha ucciso i figli”, oppure “Accoltella il marito nel sonno per legittima difesa”. Il tutto nel segno di una maggiore attenzione al linguaggio, al rispetto delle vittime e anche dei loro parenti.

Come si legge nella nota, il 5 bis – votato all’unanimità nella seduta del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei giornalisti del 19 novembre, presieduto da Carlo Verna – invita a usare “un linguaggio rispettoso, corretto e consapevole”, ad “attenersi all’essenzialità della notizia e alla continenza” e ad “evitare ogni tipo di spettacolarizzazione della violenza”. Una presa di coscienza importante che teoricamente dovrebbe portare all’informazione più moderazione, trasparenza e correttezza. Chi è attento ha infatti osservato come vengano trattati sistematicamente i reati che afferiscono alla sfera familiare (omicidi, figlicidi, uxoricidi patricidi, madricidi, feticidi): le valutazioni, i toni e il narrato variano in base a chi ha commesso il delitto.

Carlo Verna
Carlo Verna

Se ad uccidere il padre ubriacone e manesco è la figlia, il fatto viene quasi giustificato. Quando è un padre a compiere stragi si dice che si tratta di un uomo disturbato, oppure ottusamente possessivo perché “non voleva rassegnarsi alla separazione”. Osservando i delitti, invece, si vede bene che la logica del possesso non è appannaggio esclusivo dell’uomo ma riguarda tutti e tutte. Dove i reati violenti sono commessi da donne si corre però sempre a precisare che sarebbero da attribuire a maltrattamenti e violenze o a malattie psichiche. Questo è ancor più vero in caso di infanticidi: era depressa per questo ha ucciso i figli, è l’alibi che diventa un lasciapassare per tutti i delitti, anche quelli più efferati.


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“Una diagnosi scorretta: le persone colpite da grave depressione, nei casi estremi si suicidano e non arrivano a uccidere le persone care”, a dirlo è la psicologa e sessuologa Valeria Randone. Le diagnosi facili, aggiunge la dottoressa, presterebbero più il fianco agli alibi e le valutazioni scorrette danneggerebbero gravemente i depressi veri, che temono di essere ingiustamente giudicati capaci di commettere delitti. L’introduzione di questa nuova norma che responsabilizza il giornalista chiamato a non strumentalizzare i fatti, che devono invece essere riportati senza addurre prove o scuse a discolpa del delitto, potrebbe anche essere un bene. Se correttamente applicata, potrebbe interrompere le sistematiche narrazioni che vittimizzano la donna e criminalizzano l’uomo, più qualche rimasuglio di articoli mal scritti dove traspare un’involontaria vittimizzazione secondaria della vittima. Il timore più che legittimo, per una stampa che si fa condizionare da un soggetto come Michela Murgia, è che anche questa norma, come tante altre, trovi nella pratica una doppia applicazione, favorevole al femminile ed esiziale per il maschile.

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