“Digital Services Act”, ovvero il cappio delle élites sull’informazione globale

Dallo scorso ottobre è in vigore il “DSA”, Digital Services Act, legge europea che sulla carta nasce per apportare maggiori tutele e garanzie sui contenuti delle grandi piattaforme del web, ma di fatto offre strumenti per un controllo totalitario sul pensiero non allineato con gli obiettivi dell’agenda imperante. Come di consueto, un mutamento di tale portata passa pressoché in sordina, nel silenzio dei media e senza il necessario dibattito pubblico; e come di consueto è calato dall’alto. A livello europeo è stata Ursula von der Leyen a proporlo nel 2019, dopo una “raccomandazione non vincolante” del marzo 2018, cui seguì una risoluzione dell’ottobre 2020. Ma l’avvento del “nuovo corso” nella sfera pubblica mondiale è stato annunciato dall’ángelos Antonio Guterres, segretario generale alle Nazioni Unite, in un report pubblicato nel settembre 2021 intitolato Our common agenda, “I nostri comuni obiettivi”. Il linguaggio con cui il documento è stato presentato è degno dell’orwelliano Grande Fratello o di un video di Scientology. Gli elementi ci sono tutti. Non è stata una dichiarazione spontanea, ma i componenti del sodalizio ne hanno fatta disperata richiesta all’ufficio centrale, che graziosamente ha steso la sua mano benevola su di loro: «Nel bel mezzo della pandemia COVID-19, gli Stati membri hanno preso l’impegno comune di rafforzare gli strumenti di controllo globale per le generazioni presenti e future. Hanno pertanto chiesto al segretario generale un documento che offrisse delle linee-guida da seguire per rispondere alle sfide correnti e a quelle future. Nel settembre 2021, il segretario generale ha risposto con il suo report» (com’è umano, lui).

Il documento non nasce certo per perseguire biechi interessi di parte ma è pervaso dall’aura mistica della profezia: «esprime la visione del Segretario Generale per il futuro della cooperazione globale». I decisori globali ci vogliono bene e ci accolgono in questa visione utopistica quasi come loro figli e figlie, il minimo che possiamo fare in cambio è affidarci totalmente a loro: «Dobbiamo riconoscere che il futuro dell’umanità dipenderà dalla solidarietà, dalla fiducia reciproca, e dalla volontà di collaborare come un’unica famiglia mondiale per raggiungere obiettivi comuni. Nessuna comunità o nazione, per quanto potente, può risolvere da sola le sfide che abbiamo di fronte». Gli appelli a fattori e termini affettivi ed emotivamente carichi, come fiducia e solidarietà, abbondano, laddove politiche internazionali dovrebbero fondarsi su considerazioni razionali, strettamente legate a fatti e dati empirici e definite nel modo meno affettivamente colorato possibile.

Ursula Von Der Leyen
Ursula Von Der Leyen

Che cos’è un “discorso d’odio”?

Il report conta 86 pagine infarcite di buoni propositi. Tra i principi guida troviamo infatti: rinforzare la solidarietà tra i popoli; rinnovare il “contratto sociale” tra i popoli e i governi, allo scopo di consolidare la fiducia reciproca e orientare gli sforzi comuni a una “visione inclusiva dei diritti umani”; allargare lo sguardo all’effetto che le decisioni correnti avranno sul lungo termine. Ma un lettore attento drizzerà le antenne già a pagina 5, dove è scritto: «è ora di porre fine all’infodemia che piaga il nostro mondo, difendendo un comune consenso riguardo la scienza e la conoscenza. La ‘guerra contro la scienza’ deve finire. Tutte le politiche e le decisioni di spesa dovrebbero essere fondate sui dati scientifici, e soprattutto faccio un appello specifico affinché sia stabilito un codice di condotta globale che promuova l’integrità dell’informazione pubblica». Nulla viene detto su come si misuri la conoscenza scientifica, quali strumenti epistemologici siano adeguati allo scopo, e chi possa realmente detenere l’ultima parola (sempre che qualcuno la possa detenere) sulla correttezza o meno di determinate affermazioni. Purtroppo molti eventi degli ultimi anni ci rendono chiaro quanto sia facile ottenere dati incompleti, o manipolati, e spacciarli per verità scientifica per coprire un’agenda politica (basti citare l’esempio del presunto “consenso scientifico”  contemporaneo riguardo l’impiego di ormoni bloccanti della pubertà). Ancora: il rinnovamento del contratto sociale auspicato «deve includere l’attiva e uguale partecipazione delle donne e delle ragazze» (corsivo nostro, qui e nel seguito). Nelle pagine che seguono infatti il report ribadisce tra gli obiettivi da perseguire «misure per promuovere la parità di genere a tutti i livelli decisionali, includendo quote e misure speciali» ossia privilegi per le donne e campagne promozionali martellanti pur di arrivare all’assurdo 50% e 50%; e «facilitare l’inclusione economica delle donne, anche attraverso investimenti ad ampio respiro per il supporto dell’imprenditoria femminile e per l’equità salariale», di nuovo alludendo a spese a fondo perduto che vadano a foraggiare privilegi alle donne.

Ovviamente, nel capitolo sul nuovo contratto sociale, non mancano richiami alla necessità di combattere le discriminazioni attraverso «l’adozione di leggi comprensive contro ogni discriminazione» nei criteri delle quali è naturalmente presente l’“identità di genere”: «sono necessari nuovi approcci per il supporto proattivo alla partecipazione negli affari pubblici di quelle categorie che sono state tradizionalmente marginalizzate» (rammentiamo ai lettori le politiche ESG). A quanto pare questi fantastici obiettivi sono minacciati nel nostro tempo dalla potenzialità del web di diffondere idee contrastanti questa visione comune: «La possibilità di diffondere disinformazione e minare la conoscenza scientifica pone un rischio esistenziale all’umanità. Pur difendendo vigorosamente il diritto alla libertà di espressione, dobbiamo parimenti incoraggiare le società a sviluppare un consenso comune su fatti, scienza e conoscenza, in merito a ciò che costituisce bene pubblico. Dobbiamo tornare a sanzionare la menzogna come sbagliata. Le istituzioni debbono fornire un ‘dato di realtà’, contrastando la disinformazione e i discorsi d’odio (hate speech), compresi quelli contro donne e ragazze. Auspico un’accelerazione dei nostri sforzi nel produrre e disseminare informazioni affidabili e verificate». È quasi palpabile la nostalgia per i bei tempi in cui un’istituzione come la Chiesa deteneva la Verità unica e chi dissentiva veniva rapidamente ed efficacemente zittito. Al  solito, non è fornito alcun criterio oggettivo mediante cui misurare cosa si possa considerare “discorso d’odio” e cosa no, cosa sia “affidabile e verificato” e cosa no e attraverso quali metodi si possa decidere. Decideranno loro, per il “bene pubblico”.

Antonio Guterres
Antonio Guterres, Segretario Generale dell’ONU.

Le fondamenta di un “Ministero della Verità”.

Al report ha fatto seguito, nel giugno di quest’anno, una “policy brief” di 29 pagine specifica sul tema dell’ Integrità dell’informazione per le piattaforme digitali, il cui contenuto sarà oggetto di un prossimo articolo. Nel frattempo la “visione” incarnata da questo report ha seguito un iter relativamente rapido entro l’Unione Europea, con l’accordo sul nuovo regolamento raggiunto ad aprile ’22, la legge approvata il 5 luglio ‘22 e pubblicata in Gazzetta europea lo scorso ottobre. La piena applicazione della legge è prevista a decorrere dal febbraio 2024, ma già dallo scorso 25 agosto sono state richiamate a conformarsi le piattaforme online con più di 45 milioni di utenti attivi al mese, tra cui Amazon, TikTok e Wikipedia. Se alcuni contenuti della legge sono ragionevoli e condivisibili, come l’obbligo alla rimozione rapida di contenuti effettivamente illegali o a carattere strettamente privato di singoli individui, e il divieto di pubblicità mirata a utenti minorenni, altri rispecchiano in pieno l’ispirazione orwelliana del report di Guterres. Si guardi l’articolo 34 (capo 3, sezione 5). I fornitori delle piattaforme online dovranno «analizzare e valutare con diligenza gli eventuali rischi sistemici derivanti dal funzionamento del loro servizio» (oltre ad affidare tale valutazione a “revisori indipendenti”): tra i “rischi sistemici” da valutare – almeno annualmente  e a ogni introduzione di nuove funzionalità o contenuti – non c’è solo la (ovvia, e già perseguibile) «diffusione di contenuti illegali», ma anche: «eventuali effetti negativi, attuali o prevedibili, per l’esercizio dei diritti fondamentali; sul dibattito civico e sui processi elettorali, nonché sulla sicurezza pubblica; e … in relazione alla violenza di genere, alla protezione della salute pubblica e dei minori e alle gravi conseguenze negative per il benessere fisico e mentale della persona».

A seguito di questa “valutazione” deve seguire la censura dei contenuti “incriminati” da parte dei fornitori delle piattaforme online, ammorbidita nel testo della legge con il nome di «misure di attenuazione ragionevoli, proporzionate ed efficaci, adattate ai rischi sistemici specifici individuati a norma dell’articolo 34». Al capo 4, sezione 4 è poi sancito il potere della Commissione Europea di effettuare ispezioni, ordinare procedimenti e anche adottare “misure provvisorie” (come oscuramenti parziali o totali e sanzioni fino al 6% del fatturato) in caso di violazione. Ovviamente nessun criterio oggettivo è proposto per la valutazione concreta di questo “rischio” che va assolutamente “attenuato”. Si tratta in pratica di un “DDL Zan europeo”, dove ci si preoccupa di sanzionare contenuti che eventualmente possono influenzare in senso negativo l’esercizio dei diritti fondamentali, il dibattito civico, la sicurezza pubblica, i processi elettorali, la violenza di genere e addirittura il benessere mentale della persona. Ma secondo la sensibilità di chi, e secondo quali criteri oggettivi, si deciderà se un certo contenuto è lesivo del benessere e della sicurezza pubblica? Il commissario europeo al Mercato interno e all’industria Thierry Breton si è affrettato a rassicurare tutti: «In Europa non ci sarà il Ministero della Verità». Eppure, dal testo della legge, appare chiaro che se lasciamo decidere a una femminista radicale, o a un attivista “LGBTQI+”, l’intero nostro sito – così come quello di tante altre realtà ed associazioni – sarebbe da chiudere istantaneamente. Allo stesso modo, se si lascia decidere a una delle parti concorrenti, pressoché ogni contenuto della parte avversaria sarà lesivo dei processi elettorali! Siamo all’assurdo: ma naturalmente, il testo della legge non specifica nessun criterio oggettivo da seguire. C’è da dire che le sezioni più controverse della legge si applicano, per ora, solo alle suddette «piattaforme online di dimensioni molto grandi» ossia con oltre 45 milioni di accessi mensili; ma nulla vieta che in un futuro prossimo, in nome del “bene pubblico”, magari sotto una nuova “emergenza” globale, tali norme siano adeguate anche alle realtà più piccole. Con buona pace della libertà di espressione e di informazione che, almeno sul web, diventerebbe così solo un romantico ricordo.

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