La finta discriminazione rende (se si è dalla parte giusta)

Ecco che ci risiamo. Un'altra storia di discriminazione omofoba che finisce in burla. Ne abbiamo elencate tante in passato: la coppia omosessuale che denuncia di essere stata cacciata dallo stabilimento balnerare inquantogay, ma che poi si scopre sia stata allontanata per le effusioni hard fatte in pubblico; l'altra coppia omosessuale che strilla di un piatto con disegnato un pene per deriderli, salvo poi scoprire che era un tentativo per avere offerta la permanenza nel resort di lusso; l'influencer gay che denuncia di essere stato vittima di un'aggressione omofoba e mostra a tutti il livido sotto l'occhio, salvo poi essere sgamato e dover ammettere di essersi tirato apposta un pesce surgelato in faccia; o ancora la coppia gay che denuncia la violenza omofoba in strada, se non che le telecamere di sorveglianza svelano essere stati i due a provocare la rissa; o ancora l'immancabile coppia lesbica che denuncia atti discriminatori dai vicini e in realtà sono loro ad arrecare disturbo e a essersi danneggiate le auto da sole; o ancora la coppia omosessuale che denuncia violenze in strada e per ottenere la ribalta si scrivono da sé frasi omofobe sul muro davanti a casa...

Una lista interminabile di falsi allarmi o allarmi costruiti a tavolino per avere attenzione mediatica, o sfangarsela in qualche situazione difficile, o ottenere qualche vantaggio tramite il ricatto dell'omofobia. Tutto ampiamente usato dalla lobby LGBT per fare propaganda a favore del DDL Zan, così denotando la proposta di legge per ciò che è: una legge pesantissima per una realtà che, se esiste, è davvero minimale nel nostro paese. Ma la bandiera dei sostenitori del DDL Zan negli ultimi tempi era diventata lei: Malika, la giovane "cacciata di casa perché lesbica". Vero: la madre si era espressa in modo inaccettabile su di lei in un paio di messaggi audio di cinque secondi. Parole brutte, stupide, inaccettabili, ma da lì a dire che era stata buttata fuori di casa ce ne passa. L'aveva raccontato a chiare lettere il fratello Samir a "La Zanzara", poi ripreso da Dagospia: «mia madre non l’avrebbe mai toccata, non le avrebbe fatto niente», e ancora: «ha fatto tutto per soldi». Ma come si fa a credere a uno che si chiama Samir, un maschio di origine marocchina? Sta mentendo, dai, è ovvio che non gli va a genio che la sorella si emancipi e sia omosessuale, è naturale che la diffami, essendo uno schifoso maschilista patriarcale della peggior specie. Invece, guarda un po', aveva ragione: migliaia di gonzi hanno versato soldi per permettere alla giovane di "rifarsi una vita" e lei, dopo aver promesso prima di dare tutto in beneficienza, poi di aprire un'associazione con la Boldrini (!!!), si è rifatta la macchina. Una Classe A nuova di pacca a cui ha aggiunto un simpatico cagnetto di razza da 2.500 euro. «Volevo togliermi uno sfizio... sono beni necessari», si è giustificata, aggiungendo la beffa al danno del migliaio di fessi che le ha finanziato quello stesso sfizio.

Patrisse Cullors villa
Patrisse Cullors e le foto della sua mega-villa a Malibu.

La menzogna paga, la verità scientifica fa danno.

Un'altra bufala LGBT, insomma, buona per far girare denaro e strumentalizzata per far passare una legge improponibile, impresentabile e pericolosissima. Un'altra furba che ha tentato il colpaccio con la scusa della discriminazione, stavolta pienamente riuscito. Perché è così: appigliarsi alle discriminazioni, farsene portavoce, dichiarare di esserne vittima, rende, e pure tanto. In Italia oggi si fa un gran parlare di questo pacco tirato dalla giovane a tutti i gonzi progressisti e pro DDL Zan del paese, mentre solo qualche mese fa gli USA interi si sono sentiti presi per il naso da Patrisse Cullors, leader e co-fondatrice del movimento "Black Lives Matter", che dopo aver parlato di povertà tra le persone di colore, discriminazioni sistematiche, di neo-marxismo come strumento per difendere i neri, si è scoperto aver acquistato una mega villa di lusso a Malibu. Insomma, se ci si vuole mettere al riparo dal lato economico, non serve più andare in banca e supplicare per un prestito o un mutuo: basta ficcarsi dentro uno dei tanti schemi predisposti dal politicamente corretto, sfruttare una delle tante bugie disponibili su qualche discriminazione, e via che il conto in banca si gonfia. Ma occhio a non farsi sgamare sulle prime. Dopo va bene, poco importa: nel mondo dell'informazione alla velocità della luce, tutto si dimentica, l'indignazione dura come un cerino e non lascia segno. I gonzi di oggi che finanziano gli sfizi altrui, saranno gonzi anche domani. Dunque un po' di prudenza in fase di start-up e il gioco è fatto. Ma soprattutto serve stare dalla "parte giusta" della discriminazione, sennò sono guai.

Lo sa bene un docente di biologia dell'Istituto pubblico di formazione secondaria IES Complutense, ad Alcalá de Henares, in Spagna. Durante una lezione ha avuto l'ardire di sostenere una cosa veramente fuori dal mondo, ossia che donne e uomini sono diversi dal punto di vista cromosomico, tanto da determinare un vero e proprio identikit genetico immodificabile. Assurdo... infatti giustamente è stato convocato dai vertici della scuola che, dopo un vero e proprio interrogatorio, l'hanno sospeso dalla cattedra. A quanto pare tutti i manager rispondono all'ideologia del collettivo LGBT, e da lì si sono sentiti legittimati a trasformarsi in una sorta di Torquemada arcobaleno, mettendo il professore alla porta e anche alla gogna mediatica. Il docente ovviamente non ci sta, ha fatto ricorso, ha raccontato come è stato trattato, intimidito, discriminato per aver detto una verità incontrovertibile e innegabile dal lato scientifico. A sua difesa si sono mosse molte associazioni cattoliche che ora chiedono la testa della direttrice della scuola (donna, ovviamente) e, per quanto possa sembrare incredibile, il dibattito su questo tema è infuocato presso i cugini iberici. Così accade in un mondo totalmente ribaltato, dove una menzogna ben gestita ti fa guadagnare una Mercedes Classe A nuova fiammante, mentre una verità scientifica ti fa perdere il posto di lavoro.

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