Violenza sulle donne: l'orgia delle statistiche manipolate

Già è capitato, altrove, di occuparci del giornalista Francesco Ciano. Niente da fare, ci ricasca, insiste nel fingersi esperto di argomenti che non conosce affatto. Stavolta il nostro amico si accoda al corteo contro la violenza sulle donne, argomento costantemente presente su tutti i media, un evergreen che però tocca il suo apice ogni 25 novembre. Più o meno tutti, dai parlamentari ai giornalisti, dai calciatori agli amministratori locali di ogni più piccolo Comune, propongono iniziative. Al grido di nonsenaparlamaiabbastanza fioccano webinar e workshop online, visto che cortei e convegni al momento sono banditi. Francesco Ciano allora si unisce al coro e parla di alcuni di questi eventi sul web, lasciandosi andare all’orgia dei dati: oltre 6 milioni di donne vittime di violenza; oltre 4 milioni e mezzo di donne hanno subito violenza sessuale; oltre 4 milioni di donne violenza fisica. “Dati statistici basati sulle denunce", chiosa, "a cui manca il numero (considerevole) di donne che non denunciano e subiscono in silenzio. Un numero sommerso che deve emergere con forza”.

No caro amico, non sono affatto numeri basati sulle denunce. Chi studia costantemente questi argomenti lo sa, tu evidentemente non sei un esperto quindi cedi alla tentazione di sparare numeri impressionanti senza però sapere da dove vengano né come siano stati rilevati. Un aiutino: sono dati ISTAT, vengono da un’indagine conoscitiva condotta per telefono, quindi non c’entrano nulla le denunce, che eventualmente verrebbero censite da Polizia e Carabinieri. Inoltre le denunce sono un dato oggettivo, almeno quelle presentate, il cui esito ne riduce drasticamente l’impatto sull’opinione pubblica, se qualcuno glielo comunicasse, visto che il 90% si conclude con un nulla di fatto. Le telefonate fatte dall’ISTAT non danno alcun risultato oggettivo, infatti l’Istituto non può pubblicarle come risultato di una ricerca scientifica, ma come indagine conoscitiva, priva quindi di qualunque rilevanza scientifica. Non solo: sapevi che il questionario ISTAT è stato elaborato in collaborazione con i centri antiviolenza e le operatrici che lo hanno somministrato al telefono sono state reclutate nei centri antiviolenza?

Francesco Ciano
Francesco Ciano

Difficile immaginare che ne sarebbero potuti uscire dati non faziosi.

Tra le cose che Ciano ignora c'è anche il deposito in Commissione Giustizia al Senato di un’indagine analoga a quella dell'ISTAT applicata a un campione maschile e realizzata da soggetti privati, visto che le Istituzioni hanno sempre risultato di occuparsi del problema. Vi si diceva che la violenza domestica costituisce una tipologia di reato complessa da analizzare, in quanto la tendenza degli autori a contenere gli episodi entro le mura domestiche incontra frequentemente la connivenza più o meno passiva delle stesse vittime. Si è pertanto in presenza di un fenomeno sommerso, del quale non è facile tracciare i contorni. Per riuscirci, serve una conoscenza approfondita del fenomeno nel suo insieme, che non escluda a prescindere nessuno degli attori possibili. Cosa che invece accade da sempre con studi e rilevazioni a senso unico. Una curiosa e pluridecennale lacuna può avere origine da due presupposti: aggressività e violenza femminile non esistono o, se esistono, sono legittimate, pertanto non è interesse della collettività studiare alcuna misura di prevenzione e contenimento. Entrambi i presupposti sono, evidentemente, paradossali.

L’ISTAT, su mandato del Ministero per le Pari Opportunità, ha pubblicato nel 2006 e poi ancora nel 2014 un’indagine sulla violenza in famiglia subita dalle donne, prevedendo diverse batterie di domande relative alla violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica. Da un campione di 25.000 interviste, trasportato in dimensione nazionale, risulta una proiezione di oltre 6.000.000 di donne che subiscono violenza dal proprio partner o ex partner. Dati allarmanti, che vengono propagandati con continuità. Analizzando con cura il questionario somministrato dall’ISTAT, viene però da chiedersi se detto questionario non sia stato elaborato con il preciso obiettivo di far emergere dati numericamente impressionanti, sui quali costruire un allarme sociale. Essendo stato elaborato in collaborazione con le operatrici dei centri antiviolenza era difficile immaginare che ne sarebbero potuti uscire dati non faziosi. L’impatto sull’opinione pubblica, infatti, è generato dal dato conclusivo – 7.000.000 di vittime – senza approfondire da cosa scaturisca il dato.


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statistiche dati manipolati

C'è un altro elemento, tra i tantissimi altri, che Ciano ignora.

Oltre ai quesiti su violenza fisica (7 domande) e sessuale (8 domande).), il questionario ISTAT lascia uno spazio ben maggiore alla violenza psicologica (24 domande). Alcuni dei quesiti, però, sembrano finalizzati a raccogliere un numero enorme di risposte positive, descrivendo normali episodi di conversazione sicuramente accaduti a chiunque, che risulta difficile configurare come “violenza sulle donne”. Ad esempio: la ha mai criticata per il suo aspetto? Per come si veste o si pettina? Per come cucina? Controlla come e quanto spende? Ai fini statistici non c’è differenza fra un atteggiamento aggressivo e denigratorio e un consiglio pacato, collaborativo, spesso indispensabile, a volte anche migliorativo. “Cucini da schifo, ti ammazzo di botte se non fai un arrosto decente”, è sicuramente violenza, ma lo diventa anche: “cara, oggi il risotto non è venuto bene come la volta scorsa”. Oppure: “con quei capelli sembri una puttana, ti spacco la faccia se non cambi colore”, è sicuramente violenza, ma lo diventa anche: “questo taglio non ti dona, ti preferivo con la pettinatura precedente”. Oppure ancora: “non ti do una lira, se vuoi i soldi per la profumeria vai a fare marchette”, è sicuramente violenza, ma lo diventa anche: “non ce la facciamo, mettiamo via i soldi per il mutuo, purtroppo questo mese niente palestra per me e parrucchiere per te ”.

Di fronte a domande del genere, l’intervistata non può che rispondere affermativamente, quindi le intervistatrici possono spuntare la voce “violenza”, senza che l’intervistata lo sappia. Infatti la domanda non comporta le diciture esplicite “aggressività, violenza, umiliazione”, si limita a chiedere se un episodio sia accaduto, poi è l’intervistatrice che lo configura come violento anche se l’ignara intervistata non lo percepisce affatto come tale. L’ISTAT infatti, per giustificare l’equivoco sul quale è costruito il questionario, ammette che le intervistate spesso non hanno la percezione di aver subito violenza. A tale scopo aggiunge alle note metodologiche questa specifica illuminante: "le domande rappresentano una scelta strategica per aiutare le vittime a ricordare eventi subiti anche molto indietro nel tempo e diminuire in tal modo una possibile sottostima del fenomeno". Presentando il rapporto, poi, l’ISTAT scrive: “Le forme di violenza psicologica rilevano le denigrazioni, il controllo dei comportamenti, le strategie di isolamento, le intimidazioni, le limitazioni economiche subite da parte del partner”. Anche frasi innocue come “la frittata oggi è un po’ sciapa”, oppure “ti preferivo senza permanente” vengono classificate come denigrazioni, quindi diventano una forma di violenza alle donne. Ecco come nascono 7.000.000 di vittime. C'è un altro elemento, tra i tantissimi altri, che Ciano ignora. Si tratta di queste riflessioni, relative a un'indagine francese omologa a quella dell'ISTAT:

"L'estensione del concetto di violenza ad aggressioni verbali e pressioni psicologiche apre la strada a qualunque interpretazione. Come misurare con un questionario chiuso l'offesa all'emotività di una persona? Ciò che a una donna dà fastidio a un'altra sembra cosa di poco conto, un’altra ancora ne ride: è un fatto puramente soggettivo. Lo stesso dicasi per le pressioni psicologiche nella coppia. Lo sconcerto aumenta quando si scopre che queste pressioni psicologiche, che ricevono la più alta percentuale di risposte positive, rientrano nel coefficiente totale della violenza coniugale, assieme agli insulti e minacce verbali, al ricatto affettivo e, sullo stesso piano delle aggressioni fisiche, dello stupro e altre prestazioni sessuali forzate. Il coefficiente totale della violenza coniugale così concepito vedrebbe dunque interessato il 10% delle francesi, delle quali il 37% denunciano pressioni psicologiche, il 2,5% aggressioni fisiche, e lo 0,9% stupro o altre prestazioni sessuali forzate. È possibile affiancare le azioni fisiche a quelle psicologiche come fossero elementi di ugual specie? È legittimo condensare nello stesso vocabolo lo stupro e un'osservazione sgradevole o offensiva? Si risponderà che in entrambi i casi viene inflitto dolore. Ma non sarebbe più rigoroso distinguere tra dolore oggettivo e dolore soggettivo, tra violenza, abuso di potere e inciviltà? Il termine violenza è così legato nelle nostre menti alla violenza fisica che si corre il rischio di generare una deplorevole confusione facendo credere che il 10% delle francesi subiscano aggressioni fisiche dal coniuge. Questa somma di violenze eterogenee che si fonda sulla sola testimonianza di persone raggiunte telefonicamente privilegia in gran parte la soggettività. In mancanza di un confronto con il coniuge, di altri testimoni o di un colloquio approfondito. Come è possibile prendere per buone le risposte acquisite?".

Elisabeth Badinter
Elisabeth Badinter

Il testo è un estratto da "Fausse Route", pubblicato in Italia nel 2005 con il titolo "La strada sbagliata". A scriverle non è un misogino radicale o un oppressore patriarcale, ma Elisabeth Badinter, filosofa francese e femminista storica. Dunque, la Badinter giudica faziosa, fuorviante e inattendibile la ricerca commissionata in Francia dalla Segreteria dei Diritti delle Donne. Contesta la validità del metodo di indagine dal quale emerge un dato mistificatorio: si vuol far credere che il 10% delle donne francesi subisca violenza fisica o sessuale. Da noi cosa accade? L’indagine italiana, condotta con identiche modalità, delinea un panorama ancora più allarmante:  31,9%, più che triplicati i risultati francesi. Dal sito ISTAT: "Sono stimate in 6 milioni 743 mila le donne da 16 a 70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita, il 31,9% della classe di età considerata"Da notare una curiosa svista dell’ISTAT: le violenze psicologiche, strumento principale per creare stime in grado di gonfiare l’allarme sociale, hanno uno spazio prevalente nel questionario (24 domande), ma si evita accuratamente di nominarle al momento di pubblicare i risultati. Il dato del 31,9%, infatti, viene citato come percentuale di vittime di violenza fisica o sessuale. Ci asteniamo dal fare ulteriori commenti, lasciamo a chi legge il compito di trarre le proprie conclusioni.

Tuttavia, a prescindere da ogni considerazione, vogliamo fare una feroce autocritica. Sconfessiamo la Badinter, ammettiamo che la lettura della sua analisi abbia insinuato cattivi ed ingiustificati pensieri sull’ISTAT e soprattutto sul committente, il Ministero per le Pari Opportunità che, al contrario di quanto Fausse Route ci aveva indotto a supporre, non aveva chiesto un’indagine dalla quale dovessero obbligatoriamente emergere dati roboanti, così come non lo aveva chiesto a Parigi la Segreteria dei Diritti delle Donne. Ammettiamo quindi che il questionario sia perfetto così com’è, rispondendo a criteri rigidamente scientifici, imparziali, oggettivi. Resta il fatto della curiosa nota iniziale: non esistono in Italia studi ufficiali sulla violenza agita da soggetti di genere femminile ai danni dei propri mariti o partners, ex mariti o ex partners. Né, va sottlineato, indagini simili relative alla relazioni omosessuali. Forse la violenza è a senso unico, quindi quella femminile non esiste. Come mai nessuna fonte ufficiale ha mai sentito l’esigenza di verificare? Allora il passo è consequenziale: visto che ISTAT e Ministeri non hanno interesse ad investire fondi e risorse umane per l’elaborazione di dati ufficiali, necessita almeno un’indagine ufficiosa. Ufficiosa, si, ma attraverso uno strumento istituzionale, conformato ai criteri di imparzialità e rigidità scientifica propri dell’ISTAT: è necessario utilizzare il prezioso know-how dell’Istituto di statistica, proponendo l’identico questionario a soggetti di genere maschile. Un leggero lavoro di adattamento si rende indispensabile (es. le domande sulle violenze subite in gravidanza, tipicamente per destinatarie donne, e le domande sull’attribuzione fraudolenta di paternità, tipicamente per destinatari uomini).

La gente seria si documenta prima di scrivere.

Qualsiasi struttura no profit del Terzo Settore non può gestire un budget come quello dell’ISTAT, pertanto la modalità di somministrazione deve necessariamente essere diversa. L’ISTAT ha impiegato per 9 mesi 64 operatrici appositamente formate, per raccogliere 25.000 interviste telefoniche. L’indagine ha richiesto inoltre una lunga fase di progettazione con focus group, indagini qualitative, pretest e indagini pilota prima di poter definire la versione del questionario e la metodologia. Quindi il compito di elaborare i dati raccolti. Altro lavoro, altro personale retribuito oltre ai 64 contratti a progetto e ai costi di utenza telefonica: decine di migliaia di telefonate interurbane, a Bolzano come a Siracusa.Decisamente costi neanche immaginabili per il mondo no profit. Una indagine a ruoli invertiti non avrà mai – ovviamente – alcun finanziamento da parte del Ministero delle Pari Opportunità, quindi la scelta è obbligatoria: il riempimento di un apposito modulo, a cura del campione che da intervistato diviene compilatore. Vedi, Francesco Ciano, noi questa indagine l’abbiamo fatta, ed è pubblicata su una rivista scientifica di criminologia. Il blog che ha preceduto questo sito ha poi tentato lo stesso esperimento, anni dopo, sebbene in modo più informale (tramite un questionario sul web), ottenendo gli stessi risultati dell'indagine precedente. Tuttavia non ci sogniamo di raccontare bufale dicendo che sono dati che emergono dalle denunce. La gente seria si documenta prima di scrivere. E tu?

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