Strage di Altavilla: stavolta niente “femminicidio”. Perché?

Tra i vari fatti di cronaca nera degli ultimi tempi, non dev’essere sfuggito a nessuno l’atroce omicidio plurimo avvenuto qualche giorno fa ad Altavilla Milicia, nel palermitano. Un uomo, Giovanni Barreca, 54 anni, disoccupato, ha ucciso la moglie Antonella Salamone (41 anni) e i due figli Emanuel (5 anni) e Kevin (16 anni) a quanto pare durante un esorcismo organizzato con altri due soggetti esterni alla famiglia. Barreca sentiva “presenze demoniache” in casa e nella famiglia. Per scacciarle avrebbe prima ucciso la moglie, bruciandone poi il corpo e tentando di occultarlo seppellendolo alla meglio, poi ha torturato i due figli maschi fino a ucciderli, strangolandoli con alcune catene. Unica sopravvissuta al delirio mistico dell’uomo è la figlia maggiore, una ragazza di 17 anni, pare la sua prediletta: nel giorno infernale dello sterminio della sua famiglia, secondo gli inquirenti è stata drogata e in stato di semi-incoscienza ha assistito alla strage della propria famiglia compiuto dal padre, forse con l’ausilio di due complici, fanatici religiosi come lui. L’uomo si è poi consegnato alle forze dell’ordine, lasciando sgomenta un’intera comunità a cui era noto sia il fanatismo religioso di cui erano vittime lui e la moglie, sia le condizioni di disagio socio-economico in cui la loro famiglia versava: oltre agli introiti guadagnati dalla donna con qualche lavoretto, erano infatti sostenuti dall’assistenza pubblica. E non è peregrino pensare che il disagio socio-economico avesse finito per coniugarsi con il fanatismo religioso, in una spirale che alla fine si è avvitata su se stessa in modo incontrollabile, con l’esito terrificante di una strage familiare.

E mentre si guarda attoniti all’accaduto e ci si avvicina con il cuore in frantumi all’esistenza di quella ragazza, l’unica sopravvissuta, e al tipo di vissuto interiore che la attende, da osservatori esterni e distanti non possiamo fare a meno di notare una strana anomalia. Sebbene si sia trattato di un uomo che ha ucciso in modo efferato una donna, per di più sua moglie, nessun mezzo di informazione tratta la vicenda parlando di “femminicidio”. Come mai? Si dirà: a finire uccisi sono stati anche due figli maschi, non solo la moglie, per questo nessuno tra media e politicanti si strappa i capelli strillando di “femminicidio”. Questa però è un’argomentazione irricevibile: sono innumerevoli i casi dove è accaduta la stessa cosa o qualcosa di simile, dove cioè un uomo uccide tutti, compresi figli o congiunti maschi (e talvolta pure gli animali domestici) ma, essendoci tra le vittime la moglie o la compagna o una figlia, il tutto viene classificato come “femminicidio”. Chi ha la pazienza di compulsare il nostro Osservatorio, nelle pagine dedicate ai femminicidi, troverà un gran numero di casi del genere. Che troverà, orgogliosamente esibiti, anche nei vari conteggi macabri e semi-ufficiali tenuti da mass-media ufficiali, come gli osservatori de La Repubblica e del Corriere della Sera, o quello del sito femminicidioitalia.info. Dunque la domanda resta: perché di solito casi come questi sono enfatizzati come “femminicidio” e quello di Altavilla no?

Giovanni Barreca Antonella Salamone
L’assassino Giovanni Barreca e la moglie Antonella Salamone.

La prudenza dei padroni del discorso.

Si dirà allora: il movente è così palese che non si può ragionevolmente parlare di “femminicidio”. Qui siamo davanti a un delitto maturato in un contesto di disagio e fanatismo religioso tangente la psicopatia, dove probabilmente l’uno ha alimentato l’altro, in un circolo vizioso così evidente da non poter dare agganci alla narrazione classica del “femminicidio” o del “patriarcato”. Anche questo argomento però è irricevibile in realtà, perché anche in questo caso il nostro Osservatorio mostra impietosamente con quanto spregiudicato cinismo in passato si siano classificati come “femminicidi” delitti dove uomini hanno ucciso donne perché “sentivano le voci”, perché si ritenevano in missione per conto di Dio, Satana o Allah. Anche in questo caso la casistica è infinita e facilmente riscontrabile: il meccanismo di strumentalizzazione di ogni occasione per poter incrementare il numero dei “femminicidi” è sempre scattato rapido e implacabile come una tagliola. Ma stavolta, nella vicenda di Altavilla Milicia, no. Che i manipolatori di professione e i gruppi d’interesse alimentati dalla falsificazione abbiano paura del demonio e stavolta abbiano qualche timore mistico nel redigere le loro castronerie propagandistiche? A margine, qualcuno sostiene che i media e i loro mandanti si stanno astenendo dal parlare di “femminicidio” perché gli inquirenti stanno ipotizzando che anche la figlia sopravvissuta abbia partecipato attivamente al rito: una tale inumana crudeltà da parte di un soggetto di sesso femminile, cioè, confliggerebbe troppo con le sciocchezze del “patriarcato” e dintorni. Può darsi, ma al momento si tratta soltanto di un’ipotesi avanzata dagli investigatori giorni dopo il fatto, troppo poco e troppo tardi per frenare l’armata mediatica.

La ragione per cui non si parla di femminicidio, in realtà, è molto più prosaica. Il fatto è che i padroni del discorso hanno toccato con mano l’effetto boomerang del battage parossistico fatto in occasione dell’uccisione della povera Giulia Cecchettin. Lì si è andati oltre, molto oltre. Lì la propaganda è scappata di mano, il corpaccione della mistificazione si è mosso troppo, i veli sono caduti e il re è rimasto nudo. La reazione dell’opinione pubblica, donne e uomini in egual misura, ha respinto il profluvio irrazionale di intimazioni a pentirsi e redimersi indirizzata a tutti gli uomini indistintamente. Anzi no, distintamente: tutti gli uomini etero e bianchi. La reazione della famiglia Cecchettin alla tragedia, con le ospitate, i libri e le prediche in TV, è stata criticata da moltissimi, così come lasciano perplessi iniziative come le borse di studio universitarie intestate alla vittima o le violentissime critiche agli avvocati difensori dell’assassino. I burattinai dell’informazione e i loro mandanti hanno avuto in quel momento contezza del segno che non può essere travalicato nel tentativo di manipolare le coscienze della maggioranza delle persone. Hanno verificato che un fondo di decenza rimane sempre e la falsificazione, pur penetrando già parecchio nelle carni della pubblica opinione, non può superare un certo limite in profondità perché persiste una coscienza collettiva che rimane razionale e che, superato un certo limite, smette di ingoiare con indulgenza le svariate fanfaluche e di assecondare i tirannelli della narrazione collettiva, reagendo anzi in modo oppositivo e con gli interessi.

Giulia Cecchettin Filippo Turetta
Giulia Cecchettin e il suo assassino Filippo Turetta.

Lo spartiacque del delitto Cecchettin.

L’assurda campagna d’odio seguita al delitto Cecchettin è stato insomma uno spartiacque che non verrà dimenticato tanto facilmente e che, diversamente dalle previsioni e pianificazioni dei padroni del discorso, invece di ampliare e approfondire le loro capacità manipolative e la disponibilità del pubblico a essere manipolato, ha tracciato un fossato profondo e alzato muri a difesa del senso comune e della logica. Ecco perché, diversamente dalle innumerevoli spregiudicatezze del passato, stavolta nessuno si azzarda a classificare la “diabolica” strage familiare di Altavilla Milicia come “femminicidio”. E in fondo è soltanto una storia che si ripete: i totalitarismi ideologici è giusto combatterli, ma basta lasciarli fare e alla fine si scaveranno la fossa da soli.

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