#teachersdosex, certo. A meno che l’insegnante non sia uomo

La famigerata DAD (Didattica A Distanza) nel corso dei mesi ha mietuto moltissime vittime: la didattica stessa è morta sulle varie piattaforme e con essa ogni utile metodo d’insegnamento o di verifica delle conoscenze. Non solo, in molti casi è stata messa in discussione l’autorevolezza dei docenti, per la larga imperizia spesso dimostrata nell’utilizzo delle nuove tecnologie. A rendere tutto disastroso sono state anche le frequenti “tranche de vie” a cui gli allievi sono stati costretti ad assistere, con irruzioni in video di mogli o mariti, figli o animali domestici. Quello capitato a un insegnante dell’Accademia delle Belle Arti di Urbino però è un incidente molto particolare. Durante una lezione fa partire un video per intrattenere gli allievi, dopo di che inizia a fare l’amore con la propria compagna. Il problema nasce dal fatto che il video non aveva sostituito la visualizzazione della webcam e gli allievi hanno così assistito all’intera “performance”.

Inevitabilmente il caso è finito sul tavolo del direttore dell’Accademia, su cui l’insegnante, conscio che l’incidente era grave, ha presentato spontaneamente le proprie dimissioni. Gli studenti si sono detti turbati per l’accaduto e a nulla sono valse le scuse del docente: «non ci vedevamo da molto tempo», ha dichiarato, riferendosi alla sua compagna e specificando che si è trattato di un incidente, non certo di un atto di esibizionismo. A queste condizioni, anche sapendo quanto era apprezzato l’insegnante, si sarebbe potuto chiudere un occhio forse, evitando il licenziamento, ma il direttore dell’Accademia, Luca Cesari, alla fine ne ha accettato le dimissioni. Nel frattempo diversi media hanno sguazzato subito nella melma, componendo titoli pensati apposta per far passare l’uomo per un maniaco esibizionista e non per un docente ligio e rigoroso, quale è stato fino all’ultimo, finito in una situazione imbarazzante per un semplice errore.

teachers do sex manifesti insegnante

Ora però facciamo un passo indietro e torniamo con la memoria alla vicenda della insegnante di Torino che ha fatto scalpore qualche mese fa. Quella licenziata dalla direttrice della scuola dove lavorava perché sul web giravano sue foto e suoi video hard, condivisi da un tizio (spacciato dai media come un suo ex) con i compagni del calcetto; quella finita ricattata dalla madre di uno dei suoi allievi e che ora partecipa come parte lesa a un processo dove le due donne sono imputate. Insomma si tratta di quella vicenda fatta passare dai media e dalle femministe come “revenge porn”, anche se la diffusione delle immagini hard non era stata affatto una vendetta o un danno volutamente arrecato alla donna, ma solo l’esito dell’imbecillità di un ragazzo. Lo abbiamo scritto, era una vicenda piena di buchi neri, su cui la stampa tace e su cui per ora il processo non sta facendo luce. Tipo: in cosa consisteva il ricatto della madre di uno degli allievi della insegnante? Le versioni date sono state finora tutt’altro che convincenti e ancora resta un punto oscuro che attendiamo venga svelato. Il punto però è un altro.


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A sostegno della donna di Torino si mossero in tanti: influencer, artisti, pubblicitari, facendo partire una campagna con tanto di hashtag #teachersdosex (le insegnanti fanno sesso) e manifesti di maestre mezze nude che proclamavano il loro diritto alla sessualità, subito imitate da una montagna di altre donne sui social che non hanno perso occasione per spogliarsi un po’ in atto di solidarietà. A traino sono arrivate le femministe che, pur trattandosi di una storia poco chiara, hanno berciato di “revenge porn” e hanno fatto la lezione a tutti sui diritti delle donne alla sessualità, sul patriarcato, la maschilità tossica eccetera eccetera. Oggi però nessun artista, influencer, media di massa produce hashtag o manifesti a sostegno dell’insegnante di Urbino. Eppure basterebbe recuperare quello già usato: #teachersdosex, ancora più vero considerando che si tratta di un incidente senza alcun lato oscuro. Invece non si ode una voce da nessuna parte. Motivo? Facile capirlo: chi ha perso il lavoro è un uomo, dunque il suo valore in generale e in particolare per la comunicazione pubblica è nullo. È persona di serie B, da lasciare solo e senza lavoro a godersi i privilegi di questa Italia patriarcale.

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