Conflitto Russia-Ucraina: non ci sono femministe sul campo di battaglia

Chi è abbastanza maturo da non lasciarsi ubriacare dalle fandonie giornalistiche locali e non affoga nella miserabilità di quisquilie come il romanzo Quirinale degli ultimi giorni o nei pubbliredazionali terroristici sul covid, avrà notato che il mondo è sull’orlo di una guerra globale. A fronteggiarsi sono i due poli ormai da tempo contrapposti: mondo occidentale da un lato, guidato dagli Stati Uniti, travestiti da NATO, e dall’altro Russia e Cina. La prima soprattutto mostra di essere satura dell’avanzamento tentacolare degli Stati Uniti e dei suoi servi verso i suoi confini e in questo senso l’area critica continua ad essere l’Ucraina. Gli eventi, a questo proposito, sono sorprendenti sotto diversi profili. Anzitutto c’era la convinzione diffusa che, su grandi scenari, la guerra guerreggiata non sarebbe più stata considerata come un metodo di risoluzione delle controversie. Non solo: a leggere le analisi più specialistiche, pareva che i futuri conflitti si sarebbero al 70-80% svolti su un piano informatico, cyber come si dice, lasciando cose come fucili e cannoni per atti più simbolici che altro. Sorpresa: non è affatto così. Il Cremlino sta ammassando truppe e mezzi al confine con l’Ucraina, che a sua volta sta ricevendo montagne d’armi e contingenti di soldati da tutto l’occidente.

Se lo stato di tensione attuale, invece di scemare come auspicato da tutti, dovesse evolvere in un conflitto, dunque, ci troveremmo davanti a cannoneggiamenti, carri armati, soldati in avanzata, aerei che bombardano, navi da guerra che approcciano le coste nemiche e tutto l’orrido armamentario da carnaio bellico che abbiamo imparato a conoscere sui libri di storia. Con in più, non va dimenticato, il fatto che sia la coppia Russia-Cina che l’alleanza occidentale che le si oppone in difesa dell’Ucraina, sono dotati di armamenti nucleari. In questo scenario, da una parte e dall’altra dello schieramento a essere mobilitati sono ovviamente soltanto gli uomini. Non importa la loro età, se hanno famiglia, figli in arrivo, figli appena nati, se avevano in progetto di avviare un’attività o un percorso di vita specifico: la Patria chiama e gli uomini devono rispondere, qualunque sia il lato dello schieramento. Torna così in auge il difficile mestiere di soldato; difficile perché, a differenza di un impiegato, un operaio o un artigiano che, se gli va male, vengono licenziati o la loro impresa fallisce, il soldato, quando non riesce nel suo lavoro, muore. Il suo compito professionale non ha particolari sfumature: uccidi o resta ucciso, punto e stop. Da secoli pare che gli unici adeguati a svolgere questa ingrata professione siano persone di sesso maschile. Solo di recente, com’è noto, il comparto delle forze armate, sulla spinta di un appello femminista alla parità, si è aperto anche a personale femminile.

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Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Le proteste dilagano.

Ed è in questa prospettiva che di recente è emersa una notizia notevolissima, del tutto ignorata dai media occidentali (specie quelli italiani). Il presidente ucraino, l’ex comico televisivo Volodymyr Zelensky, è dal 2020 che, nel prefigurare un grande conflitto con la Russia, dice a chiare lettere: «combatteremo tutti, tutti si mobiliteranno – uomini e donne». A tutti è sempre parsa una boutade, ma le cose sono decisamente cambiate ora che i venti di guerra per l’Ucraina si fanno reali e densi al confine. «Abbiamo l’uguaglianza di genere, con la quale ci si può congratulare con le donne», ha dichiarato qualche giorno fa annunciando l’approvazione nel Numero d’Ordine 313, con cui si fa obbligo a tutte le donne tra i 18 e i 60 anni, comprese quelle incinte, con bambini piccoli e qualunque sia la loro professione attuale, a iscriversi nelle liste di leva e a fare la visita medica militare. Chi disobbedisce rischia multe salatissime e crescenti mano a mano che si susseguono i richiami. L’elenco delle malattie che consentono di ottenere l’esenzione dal servizio militare è estremamente ristretto e non comprende alcune specifiche malattie femminili. Unica concessione: le donne incinte o con bambini molto piccoli saranno esentate dal campo di addestramento, a cui si può essere richiamate una volta ogni tre anni e la cui durata è fino a tre mesi. Per il resto: ecco la parità, signore e signori, anzi Дамы и Господа. Occorre garantire parità di genere nell’accesso ai consigli d’amministrazione, ai posti di potere pubblico, ai vertici dei media, della finanza e dell’industria, da sempre monopolizzati dal maschio tossico? Ebbene, sia parità anche sul campo di battaglia.


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Dice: il femminismo dell’est, ma anche quello mondiale, avrà festeggiato per questa iniziativa, o no? Fine delle discriminazioni in divisa, finalmente si fa spazio alla professionalità femminile, eccetera eccetera, giusto? Manco per niente. Scatta subito il famoso detto: “non ci sono femministe su una nave che affonda”, che in questo caso va rideclinato con “non ci sono femministe sul campo di battaglia”. L’opinione pubblica ucraina si è mostrata infatti subito scioccata dal Numero d’Ordine 313 e sono partite immediatamente le proteste. I profili femminili su tutti i social network sono esplosi di dissenso e indignazione: la maggioranza delle donne in Ucraina non condivide affatto la disponibilità della “serva del popolo” a schierarsi in difesa della madrepatria. A farsi sbudellare da bombe e proiettili devono essere solo ed esclusivamente i portatori di cromosomi XY, ci mancherebbe. E poi, la visita militare… ma che scherziamo? Proprio ora che gira il covid e c’è il rischio di prenderselo nelle strutture sanitarie! Anche lì, sebbene il covid statisticamente colpisca più gli uomini che le donne, il rischio è in capo a figli, mariti e padri. In questo contesto di ribellione in rosa a una sacrosanta parità, non poteva mancare né una petizione online, che in breve ha raccolto più di 25.000 adesioni, né una mobilitazione della setta femminista ucraina “Femen”, che ha inscenato una protesta da par suo davanti al palazzo presidenziale: poppe al vento con scritta “donne ≠ guerra” sul fronte e “giù le mani dalle donne” sul retro, il tutto portandosi dietro i rispettivi pargoli.

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La protesta delle “Femen” davanti al palazzo presidenziale di Kiev.

Soldato Jane, ti aspettiamo in prima linea.

Di fronte alla mobilitazione, le autorità ucraine hanno subito deciso di rinunciare a un’iniziativa così lungimirante e progressista e si sono ritratte in un approccio paternalista, maschilista, sciovinista e patriarcale. «Voglio rassicurare i miei concittadini. In primo luogo, non stiamo parlando di coscrizione o mobilitazione obbligatoria delle donne nell’esercito», si è affrettato a dichiarare su Facebook Valeriy Zaluzhny, comandante in capo delle forze armate ucraine, specificando che, nel caso, la partecipazione alla mobilitazione militare da parte delle donne sarà esclusivamente su base volontaria e che comunque sono considerate come «ultima risorsa» nella difesa del Paese. Non solo, quand’anche qualche donna responsabile e davvero impegnata ad affermare la parità si presentasse volontaria per partecipare al conflitto, la dislocazione delle forze in campo sarà chiara: «gli uomini con le mitragliatrici corrono in avanti e le donne assicurano il normale lavoro delle retrovie». Un vero schifo, un trattamento da minorate fisiche e mentali a cui il governo ucraino indulge per assecondare una frangia conservatrice di donne che proprio la parità non la vogliono e sembrano assurdamente attaccate al loro ruolo subalterno alla maschilità… Ironie a parte, la vicenda ucraina apre un ulteriore squarcio sulla profonda ipocrisia del femminismo, il quale altro non è che un appello alla parità dei diritti con gli uomini, ma solo laddove tali diritti garantiscono potere, buone remunerazioni e sicurezza personale, con un corrispondente totale rigetto dei doveri che da sempre ricadono sulla sfera maschile.

E in occidente invece? Non si sa, non ci sono notizie sulla composizione dei contingenti che diversi paesi (esclusa, per ora, l’Italia) stanno inviando in territorio ucraino. Ci sono tra di esse fiere combattenti, soldatesse, pilotesse, carriste, artigliere, da dislocare in prima linea, secondo le modalità ad esempio dell’esercito israeliano o delle tanto celebrate guerrigliere curde? Non si sa, ma è improbabile che il genere femminile verrà utilizzato su scenari di guerra reale in territorio ucraino (o in qualunque altro scenario). E non può, in questo senso, non tornare in mente il frequente battage mediatico che, in ambito militare, attua una pedante variazione sul tema “prime-donne-che-fanno-cose”. Da tempo raccogliamo diversi esempi di questo tipo di propaganda, sotto l’etichetta “amen-awomen”, e ora che il momento è arrivato dobbiamo attenderci di vedere acquattate nelle trincee o in corsa all’assalto soldatesse americane finalmente libere dallo chignon, soldatesse svizzere super-performanti grazie alla fornitura di perizoma e non più mutandoni, o in generale donne in divisa “più forti” dei colleghi testosteronici, tutte accompagnate da ardimentose reporter di guerra “senza paura“. E per quanto riguarda il nostro paese? Be’, se la NATO chiederà all’Italia un contributo in truppe, ci attendiamo, a vent’anni dall’apertura dei ranghi alle donne, che quel 7% di militaresse venga utilizzato appieno sul campo di battaglia. D’altra parte sono “protagoniste nell’Esercito per uno sguardo di genere nella risoluzione di disparità e conflitti“, giusto? E poi “sono brave” ma ancora sminuite e sottoutilizzate, no? Certo, prima di inviarle dovrebbero convincerle a smetterla di fare denunce di violenza sessuale che poi risultano false, denunce di discriminazione che poi risultano ugualmente false e più in generale di utilizzare il servizio militare per portare avanti il solito ipocrita piagnisteo femminista. Insomma, soldato Jane, a breve potrebbero fischiare bombe e pallottole. Vuoi la parità (quella vera)? Ti si attende con ansia in prima linea.

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