La deriva incontrollata: ancora sulla transizione dei minori

Lo scorso 17 settembre la Corte d’Appello britannica ha reso pubblica la sentenza del ricorso della clinica Tavistock & Portman contro la decisione dell’Alta Corte di vietare il trattamento con ormoni bloccanti della pubertà, da molti esperti visto come anticamera di un inevitabile processo di transizione, ai minori di 16 anni (per chi non conosce la vicenda: qui il nostro precedente aggiornamento). Si tratta di una vittoria per la clinica: la Corte d’Appello si è infatti pronunciata contro la precedente sentenza dell’Alta Corte, con soddisfazione delle lobbies GLBT. Analizzando la sentenza, appare chiaro che non si tratta strettamente di una decisione nel merito sull’opportunità di medicalizzare l’identità di genere negli adolescenti, né sulla legittimità generalizzata del consenso informato in soggetti minori di 16 anni. I dubbi su questi punti, infatti, rimangono inalterati. La Corte si è pronunciata esclusivamente sull’aspetto giudiziario della questione, stabilendo – giova ripeterlo – non l’erroneità della precedente decisione dell’Alta Corte sul merito, ma un’improprietà procedurale o per meglio dire di competenza.

La sentenza stabilisce infatti che «sarebbe stato più corretto da parte dell’Alta Corte evitare di pronunciarsi su evidenze fattuali ancora controverse» e che «la procedura di revisione giudiziaria non costituisce una piattaforma idonea a risolvere le questioni contestate, che sono fattuali e relative a valutazioni cliniche». Ha poi richiamato quanto stabilito dalla sentenza Gillick, già ricordata: sono i medici e non i giudici, a dover prendere decisioni riguardo la capacità di un minore di decidere sulla transizione e sui propri trattamenti clinici, e siccome ciò vale per l’uso di farmaci contraccettivi, «non è possibile fare una reale distinzione con il caso in oggetto [degli ormoni bloccanti della pubertà]». L’Alta Corte «non può generalizzare riguardo la possibilità di persone di età diverse a fornire un consenso informato». La Corte d’Appello ha poi specificato che il fatto (dato quindi per accertato) che il GIDS, il servizio per l’identità di genere in età di sviluppo della Tavistock & Portman, non abbia garantito certi standard nel processo di valutazione, non consente all’Alta Corte di sostituirsi al giudizio di un medico nel determinare la competenza Gillick di un minore; sono state però riconosciute, in conclusione, «le difficoltà e complessità associate con la questione della competenza dei minori a dare il proprio consenso al trattamento» di transizione, e i clinici «dovranno inevitabilmente valutare con grande attenzione, prima di raccomandare un trattamento di questo tipo a un minore, e assicurarsi che il consenso ottenuto sia dal minore che dai genitori sia appropriatamente informato sui vantaggi e sui rischi del trattamento, e le sue implicazioni a lungo termine. I clinici saranno infatti potenzialmente sottoponibili ad azione disciplinare, in casi individuali in cui la decisione possa essere disputata».

Keira Bell
Keira Bell

Una medicalizzazione a vita.

Questa la sentenza in estrema sintesi. Sappiamo già che Keira Bell chiederà il ricorso alla Corte Suprema. Intanto possiamo dire che la pressione al processo di transizione per i minori non-gender-conforming è ormai un fatto acclarato, come dimostra anche la rapida successione di whistleblowers che ha scosso la clinica in tempi recenti: ad esempio Sonia Appleby, osservatrice sugli abusi sui minori per la clinica Tavistock (che ha vinto un risarcimento di 20.000 sterline per il trattamento ricevuto dopo aver fatto il suo lavoro); nel febbraio del 2019, già un altro dirigente, Marcus Evans, aveva dato le dimissioni denunciando l’abuso di potere in uso nella clinica; e David Bell, psichiatra, aveva esposto la questione in un rapporto dettagliato del quale la clinica lo aveva diffidato dal parlare in pubblico. Un altro procedimento ancora in corso getterà ulteriore luce sulla vicenda: imputata è la Dr.sa Helen Webberley, accusata di aver preso decisioni su transizioni di pazienti minorenni da sola, laddove invece il protocollo prevedrebbe una estesa valutazione che deve coinvolgere un team multidisciplinare, comprensivo di uno psichiatra pediatrico, uno psicologo clinico, un endocrinologo, un terapista familiare e un assistente sociale.

In che direzione si va in merito in Europa? Abbiamo visto come sempre più strumenti spacciati per presidi di ‘inclusività’ (come la carriera Alias qui in Italia già adottata da diverse università) vengano implementati a livello istituzionale. In questo senso non ci sorprende la decisione del governo scozzese che il 12 agosto scorso ha pubblicato delle linee-guida ufficiali per le scuole in cui si afferma che a partire dagli allievi di 4 (quattro!) anni, è ammessa la possibilità di mettere in atto (in scena, si potrebbe dire) un cambiamento di genere nell’ambiente scolastico, senza neanche la necessità di comunicarlo ai genitori (come già avviene in molte scuole americane): con la scusa che la divulgazione di una simile informazione ai genitori potrebbe mettere a rischio la salute mentale del minore. In questo quadro non mancano voci di dissenso autorevoli, tra cui vi vogliamo segnalare una lettera aperta di 50 tra intellettuali, giuristi, medici e scienziati francesi (e c’è anche qualche attivista GLBT) afferenti all’Osservatorio dei discorsi ideologici sull’Infanzia e l’Adolescenza “La Petite Sirène”, pubblicata lo scorso 20 settembre dalla testata Express, che lancia l’allarme su quella che definiscono una «grave deriva», portata avanti con la scusa dell’emancipazione dei minori transgender. La lettera ricorda i dati (che anche noi abbiamo valutato in modo approfondito qui) sui rischi del trattamento di transizione e sull’aumento esponenziale di richieste di minori, alle cliniche specializzate per la transizione, negli ultimi dieci anni, e usa parole molto forti per valutare questo fenomeno: «unicamente sulla base di ‘emozioni’ elevate a verità, il discorso radicale legittima le richieste di cambio di sesso: ma questo al prezzo di una medicalizzazione a vita, che comporta anche interventi chirurgici invasivi, sui corpi di bambini e adolescenti».


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Nel nome dei bambini non possiamo più tacere!

I 50 firmatari ritengono che «ciò che sta succedendo in Scozia potrebbe presto succedere anche in Francia»: «in nome dell’autodeterminazione – un vero e proprio slogan che piace a tutti i progressisti, e con un discorso pubblico che fa uso di sofismi ingannevoli – bambini e adolescenti vengono persuasi di poter cambiare sesso. Questo fenomeno, il ‘bambino transgender’ è una mistificazione contemporanea su base ideologica, che deve essere vigorosamente denunciata. Il bambino è un ‘essere in costruzione’, il suo futuro è in costante evoluzione, su questo c’è un ampio consenso scientifico. È urgente informare il più ampio numero possibile di cittadini, di ogni professione, su ciò che potrebbe in futuro apparirci quale uno dei più grandi scandali etici e sanitari della storia, perché convincendo questi bambini che il sesso sia stato arbitrariamente ‘assegnato’ loro alla nascita, e che possano liberamente cambiarlo, facciamo di loro dei pazienti a vita: consumatori a vita di farmaci ormonali venduti dalle compagnie farmaceutiche, e di operazioni chirurgiche nella ricerca di un sogno chimerico o di un corpo di fantasia. No! Decisamente, nel nome dei bambini non possiamo più tacere! Rifiutiamo di consentire che la fondazione comune dell’umanità – l’universalità dei diritti – sia obliterata proprio in nome dei ‘diritti umani’». Quanto viene denunciato sembra in rapida accelerazione anche qui in Italia, perciò ci sentiamo in sintonia con questa lettera di cui vi consigliamo la lettura integrale.

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