Scoppia la guerra. Ma scoppiano anche le solite fake news

Non vogliamo trattare qui nello specifico il conflitto armato in corso in Ucraina. Non è nostro compito farlo e preghiamo da subito i lettori di evitare discussioni o scontri nei commenti (sulla cui approvazione o meno saremo dunque inflessibili). Nel merito, auspichiamo che chiunque esprima un’opinione, lo faccia a ragion veduta, cioè raccogliendo informazioni da più fonti, conoscendo la storia, la geopolitica e tante altre discipline e altri fattori essenziali per comprendere una cosa terribile e complicata come la guerra. C’è un aspetto però, in quello che sta accadendo, che ricade nella nostra competenza, laddove più volte ci siamo occupati delle modalità con cui le notizie vengono fabbricate e trasmesse all’opinione pubblica. Da queste pagine più volte si sono lanciati allarmi indignati per il livello smaccatamente propagandistico di quella che si autodefinisce, e ormai non è più, “informazione professionale”. Abbiamo denunciato le storture relativamente alle relazioni di genere, alla contrapposizione forzata tra uomini e donne, sottolineando come si tratti di uno schema, un pattern applicato ovunque ormai. È stato applicato alla pandemia e ora si sta replicando, su proporzioni oggettivamente mai viste, sulle vicende belliche in Ucraina.

La tentazione sarebbe quella di sgranare, come un rosario, tutte le falsificazioni mediatiche messe in atto negli ultimi giorni da tutti i mass-media occidentali, compresi naturalmente quelli italiani. Per puro gusto archivistico, ne stiamo raccogliendo testimonianza e nel giro di poco abbiamo ammassato megabyte di materiale tra articoli, video, foto, screenshot. L’abbiamo fatto con l’aiuto di debunker stranieri indipendenti e autorevoli, roba ben diversa dagli sbufalatori prezzolati italiani, e grazie a diversi collegamenti diretti che abbiamo nei paesi che partecipano al conflitto. La conclusione è che il 99% di ciò che viene riportato è manipolato o falso. Ed è una stima generosa. Davvero, se pubblicassimo tutto ciò che abbiamo già raccolto, questo articolo diventerebbe una specie di enciclopedia della falsificazione mediatica. A mero titolo d’esempio prendiamo alcune delle bufale propagandistiche più clamorose. In alcuni programmi televisivi di approfondimento e niente meno che al TG2 sono state fatte passare per immagini del conflitto alcune animazioni (molto realistiche, ma pur sempre animazioni) prese da videogiochi di guerra. A riprova che non si tratta di una “gaffe” degli inqualificabili media italiani, ma di una modalità ingannevole di fare informazione (chi non ricorda Mentana commentare immagini tratte dal film “Project X – Una festa che spacca”, spacciandole per una diretta all’assalto di Capitol Hill?), lo stesso fenomeno è stato registrato anche sui media spagnoli. Sempre l’inqualificabile “La7”, insieme ad altri media mainstream, lancia poi la notizia che l’esercito russo avrebbe bombardato l’ospedale oncologico di Kiev: fake news smentita quasi subito da media però di minore potenza rispetto all’emittente di Cairo, tant’è che ancora adesso, mentre scriviamo, la falsità gira su tutti i social come cosa vera.

fake ucraina
La fake news dell’Huffington Post.

Fake news sistemiche.

Ancora qualche esempio: la CNN annuncia, sollecitando i lettori a dedicare i loro pensieri e preghiere, la prima morte di un americano a causa delle bombe russe in Ucraina. Si tratta di Bernie Gores, ucciso, dice l’emittente americana, da una mina in territorio separatista russo. Peccato che la stessa CNN nell’agosto scorso faceva morire lo stesso Bernie Gores a Kabul, dopo un’esecuzione messa in atto dai talebani. Un fenomeno di morte multipla della stessa persona che ricorda tanto lo stesso personaggio “no-vax”, il fantomatico “Marco Marchesini”, che in Italia è stato intubato e si è detto pentito tre o quattro volte. Si registra poi il sistematico utilizzo di foto o video drammatici di cittadini russi in Ucraina spacciati per cittadini ucraini oppressi dall’aggressione russa. Nella foto sopra, ad esempio, l’Huffington Post, a corredo dell’immancabile fake news degli adesivi con i gruppi sanguigni che le madri ucraine avrebbero messo sui vestiti dei figli, usa l’immagine drammatica di alcune ragazze che piangono (le madri del titolo?), che però in realtà sono giovani russe del Donbass, fotografate dal reporter Pierre Crom nel 2015 durante uno dei tanti funerali generati negli ultimi otto anni di persecuzioni ucraine ai danni dei cittadini russofoni. Clamoroso poi lo sfondone di Salvini (e non solo), che pubblica un post strappalacrime con il video di un padre che piange separandosi da figlia e moglie: «Da papà, mi piange il cuore. Che Dio vi assista», scrive il leader della Lega, accompagnando il tutto con una bandierina ucraina. In realtà le immagini riguardano un uomo russo del Donbass che spedisce moglie a figlia in Russia per metterle al sicuro dalle persecuzioni del regime di Kiev. Ancora: ha fatto il giro del web il video del tank che sbanda e schiaccia un’auto civile. «Russi bestie assassine», è stato il commento più gentile, declinato in forma appena più accettabile anche dall’impresentabile Luigi Di Maio (lo spezzone della figuraccia è già introvabile…). Se non che si tratta di un video del 2014, il mezzo blindato è ucraino, guidato da un soldato anch’esso ucraino che aveva perso il controllo del mezzo, mentre il guidatore dell’auto è rimasto (fortunatamente) illeso. Una fake ammessa, pur con l’usuale stitichezza, anche dagli pseudo-sbufalatori italiani.


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E poi ancora i soldati ucraini sterminati dai russi sull’Isola dei Serpenti, in realtà arresisi e portati sulla terraferma del tutto illesi; immagini di aerei da guerra in parata dimostrativa su Mosca spacciati come se fossero in operazione sui cieli ucraini; dichiarazioni di persone ucraine tradotte dolosamente in modo falso; e infine un vero e proprio esercito di giornaliste con elmetto e giubbotto antiproiettile, a centinaia di chilometri di distanza dal conflitto (e con le babuške sullo sfondo che fanno tranquillamente la spesa), già con il libro pronto contenente le loro “memorie dal fronte” e gli articoli di elogio per il loro eroismo già impostati sui PC di tutte le redazioni… vi assicuriamo che la quantità di falsificazioni in atto va molto oltre le false notizie che in genere circolano sempre in periodo bellico. E sono tutte parte di un piano propagandistico globale (e occidentale) che va studiato e capito a fondo. Di base c’è una strategia raffinata di persuasione occulta: ogni persona legge le notizie cercando istintivamente conferma delle proprie convinzioni e scartando ciò che le smentisce. Dall’altro lato, chi non ha una qualche convinzione, si fa guidare dall’emozione, essendo l’approfondimento più complesso e faticoso. Il vero e proprio bombardamento mediatico di questi giorni è indirizzato a queste due categorie, ossia all’opinione pubblica in generale, con scopi diversi: nel primo caso si punta a far sentire escluso, in minoranza e oggetto di biasimo chi ha un’opinione diversa da quella di interesse per chi tira i fili della politica e dell’economia occidentale. Chi, per motivi suoi, ritenesse comprensibile l’intervento russo, non può non sentirsi isolato, additato, “dalla parte sbagliata”, di fronte al profluvio di notizie (false) di orientamento opposto. Un meccanismo di colpevolizzazione che ben conosciamo dalle nostre parti “maschili”… Nel secondo caso c’è una mera operazione di indottrinamento attraverso l’emozione: immagini shock che, oltre a garantire click e visualizzazioni, portano le pance (non i cervelli) di chi non ha opinioni verso l’opinione prevalente. In un caso e nell’altro resta l’incapacità trasversale di mettere in dubbio l’autorevolezza di chi dà pubblicamente una notizia o esprime il proprio punto di vista. “L’ha detto la TV”, “l’ho letto su Twitter”, “lo sostiene l’influencer X”, rimangono ancora patenti di credibilità, per i più. E così tutto il falso diventa verità.

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La giornalista Francesca Mannocchi del “Tg La7” in tenuta da guerra, mentre in strada si fa tranquillamente la spesa.

Un pattern consolidato e ormai sistemico.

Si dirà: chi orchestra il tutto ha fatto i conti senza l’oste, ovvero l’apertura al confronto garantita dalla rete. Gran parte delle fake news che abbiamo citato e archiviato è stata infatti sbugiardata pubblicamente, generando in alcuni casi la “depubblicazione” della falsa notizia. Eppure l’inondazione di falsità non cessa, non di rado alimentata da improbabili personaggi politici (usualmente pure femministi). Perché? Per due motivi essenzialmente: chi scopre la manipolazione, godendo di una visibilità minima rispetto al mainstream, non arriva a far crollare il castello di menzogne, al massimo rappresenta un inciampo, un sabotaggio, un rallentamento. Ma soprattutto questi debunking risultano alla fine strumentali allo scopo della propaganda, che è (anche) quello di dividere l’opinione pubblica, di polarizzare le posizioni nella diade semplificata buoni/cattivi. Un modello che abbiamo visto spesso nella comunicazione femminista, tradotta come donne/uomini, che si è replicato durante la pandemia con l’antagonismo posticcio vax/no-vax e che ora si applica sul più ampio campo occidente/Russia. Si tratta di una strategia comunicativa che spazza via ogni possibilità di approfondimento e riordino di fatti ed eventi, condizione necessaria per raggiungere quel punto che platonicamente potremmo chiamare di “opinione vera”. È un richiamo a subordinare il pensiero all’emozione immediata e all’istintivo bisogno di trovare uno schema di lettura del mondo rapido e facile, quale può essere lo schieramento acritico tra due parti contrapposte. Si tratta di una mera spinta al settarismo e al manicheismo, declinazione moderna in salsa telematica dell’antichissimo e sempre valido divide et impera, oltre che utile strumento per persuadere le masse in una direzione predeterminata da chi davvero tiene le redini dell’economia e della politica.

Abbiamo tratto esempi dal conflitto russo-ucraino su cui, pur avendo le nostre idee, non prendiamo pubblicamente posizione, perché non è questo il nostro compito. Difficile però, con la collezione gigantesca di false notizie che stiamo raccogliendo, non dare ragione al presidente russo Vladimir Putin, seppure limitatamente a una sua recente definizione del mondo occidentale come “impero della menzogna”. Su questo aspetto va la nostra attenzione oggi, con un’analisi che difficilmente non può essere riportata alla comunicazione che il mondo occidentale (e italiano) ha subito finora relativamente alle relazioni di genere. Se vogliamo ridurre la questione in breve, verrebbe da dire che con le falsificazioni ad esempio sul “femminicidio” o sulla “identità di genere” hanno iniziato ad addestrarsi, con la narrazione pandemica si sono specializzati, e ora con la guerra il metodo è diventato sistemico e strutturale. Rifacendo il percorso a ritroso, se tanto sfacciati sono oggi nell’ammannirci spezzoni di videogiochi e altre falsità assortite, quanto grandi sono state da sempre le corrispettive falsità in altri ambiti? Molto molto grandi, lo denunciamo da sempre nelle nostre pagine, limitatamente alle questioni di genere. Lo schema, da decenni ormai, è sempre lo stesso, sempre più esacerbato mano a mano che il tempo passa e gli orchestratori comprendono di non riuscire comunque, nonostante i mezzi spesi, a realizzare appieno la propria folle agenda disumana (o transumana). Per quanto orwellianamente cerchino di plasmare la realtà, sacche resistenti di umanità e di opinione vera permarranno sempre. Ostracizzate, criminalizzate e demonizzate, interdette al lavoro o ai mezzi pubblici, con i conti correnti congelati o le patenti sospese, ma permarranno sempre. Sono (siamo) le loro spine nel fianco, quelle che non smetteranno mai di additare il re denudato, che resistono e persistono fino a farli inciampare e forse, infine, cadere.

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