“La Fionda” va in frenata. Ecco perché.

Molti tra i lettori si saranno accorti che gli articoli su queste pagine sono gradualmente diminuiti. Fino a un mese fa il ritmo era di due al giorno (più uno al sabato e uno alla domenica). Oggi il ritmo è di uno al giorno, talvolta nemmeno quello. Insomma “La Fionda” è in decisa frenata. Gran parte degli articoli, poi, si è fatta più distaccata e fredda, meno arrembante e in linea di massima più breve. Ce lo stanno segnalando in molti e tutti ci chiedono il motivo di questo cambio di passo, supponendo (e in buona parte temendo) che questo sito e i suoi autori stiano poco per volta “cedendo le armi”. I messaggi in questo senso stanno cominciando a diventare davvero tanti, quindi riteniamo opportuno dare una risposta articolata, che spieghi cosa sta accadendo. A partire dal recupero, come una sorta di memo, degli obiettivi de “La Fionda”, che da sempre sono essenzialmente tre: il primo è denunciare le falsità, le storture e le ingiustizie causate dal dilagare delle ideologie femminista e omosessualista; il secondo è lavorare per la riaffermazione di una positività della figura maschile, così tanto oggetto di ingiuste criminalizzazioni, nella sua individualità e come pari complementare a quella femminile; il terzo è quello di stimolare un senso critico in lettori e lettrici tale da promuovere in qualche misura una “rifondazione” delle modalità di relazione tra i due sessi, con l’annientamento degli inquinamenti ideologici e una nuova forma di dialogo tra i due generi, orientato al futuro.

Così descritto, l’oggetto complessivo di queste pagine riguarda uno solo dei tanti capitoli che costituiscono il testo sacro del pensiero unico. Un testo che contiene diversi comandamenti, cogenti quanto (se non più) quelli della Bibbia, tanto che a metterli in dubbio si rischiano la scomunica e l’esilio sociale. Si tratta di dogmi avvitati a forza nelle menti di una maggioranza di persone bisognosa di avere punti di riferimento creati dall’esterno, essendo essa per svariati motivi incapace di crearsene di propri tramite un normale esercizio della coscienza critica. Che noi chiamiamo “normale” perché tale è (o dovrebbe essere), ma non si deve dimenticare che quella maggioranza là fuori è letteralmente terrorizzata da tutto ciò che può in qualche modo scalfire le certezze artificiali prodotte da altri e sulla cui natura rassicurante ha deciso di fondare tutta la propria esistenza. È una maggioranza costituita da soggetti che se guardassero la realtà per ciò che è, si spaventerebbero a morte, si sentirebbero vuoti e inutili, e per questo accettano che altri gli piazzino sul naso occhiali con lenti abbastanza deformanti da rendere tutto più semplice, lineare e tranquillizzante. I comandamenti di cui si diceva sono la parte costitutiva principale di quelle lenti, e la loro ripetizione, tipo litania, attraverso un gigantesco apparato mediatico, è ciò che convince i più a guardare la vita e il mondo attraverso di esse e a convincersi che stanno contemplando la realtà e la verità e non una loro versione banalizzata. Lo scopo ambizioso di queste pagine è sempre stato quello di aprire una venatura su quelle lenti e di sussurrare all’orecchio dei più di non temere la realtà e la verità: anche se angosciose e talvolta sconvolgenti, le si può gestire positivamente con un lavoro comunitario e concorde.

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Dobbiamo conformarci per dar loro più potere.

Ma quali sono questi comandamenti assoluti dell’era contemporanea e da dove arrivano? Ne citiamo alcuni a caso, i primi che ci vengono in mente, partendo da quelli a noi più familiari: – solo le donne sono vittime di violenza da parte di uomini, che sono per loro natura sempre carnefici; – gli uomini hanno per secoli, e lo fanno ancora adesso, oppresso le donne, dunque sono portatori di una responsabilità storica e attuale che mette sulle loro spalle il dovere di risarcire un debito, che è comunque inestinguibile; – i due sessi determinati biologicamente, maschio e femmina, non esistono, esistono invece i “generi”: ognuno, fin da quando è neonato, deve essere educato a sentirsi libero di acquisire il genere che preferisce e tutti hanno il dovere di assecondare il sentore individuale di ciascuno; – tutti gli immigrati scappano dalla guerra, dunque debbono essere accolti indiscriminatamente per motivi umanitari; – da due anni circola nel mondo un virus ad altissima letalità che, invece di sparire o diventare endemico come tutti i virus, magicamente muta non appena la scienza trova un vaccino, costringendo i ricercatori ad aggiornare il vaccino stesso e le persone a fare un richiamo, senza soluzione di continuità; – taluni valori tradizionali possono urtare e offendere talune minoranze, dunque sono da superare e abolire; – è in atto un processo di degenerazione ecologica dovuta al riscaldamento globale per rispondere al quale l’unica soluzione è la riduzione del numero di persone sul pianeta; – avere figli è un diritto e per garantire questo diritto a tutti ogni pratica è legittima; – le popolazioni di colore sono state da sempre schiavizzate e sfruttate dall’uomo bianco, che ancora oggi le considera inferiori, e dunque porta su di sé una colpa storica e attuale che deve scontare. Potremmo continuare all’infinito, declinando ogni comandamento che, per semplificazione, può essere ricondotto al cosiddetto “politicamente corretto”, all’ideologia del “Social Justice Warrior”, al pensiero unico dominante e a tutto quel ciarpame che ben si conosce e di cui abbiamo parlato spesso.


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Da dove arriva, però, questo ciarpame? Non è difficile capirlo se ci solleva a guardare dall’alto le singole questioni su cui veniamo calcolatamente spinti ad accapigliarci. Sono tutte tematiche riconducibili agli indirizzi assunti gradualmente, a partire dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso, dai più importanti organismi sovranazionali: ONU e agenzie correlate, UE, FMI, World Bank e similari, collegati in rete e costituitisi come un monstrum burocratico decisionale coordinato. Da essi le direttive piovono sui singoli stati e sulle nostre teste. Successivamente al vuoto ideologico conseguente alla fine della Guerra Fredda, essi sono finiti nelle mani di lobby e gruppi di potere portatori di ideologie che sono frutto della putrefazione di altre ideologie più antiche e comunque più nobili: insozzate dall’impoverimento culturale della new economy, tali ideologie sono oggi la marcescenza ultima del marxismo, del malthusianesimo, dell’egualitarismo rousseauviano, delle tesi filosofiche della Scuola di Francoforte, e come tali sono diventate oggi agenda politica, in una forma ibrida di fascismo progressista. È a quell’agenda politica degradata e ai suoi portatori tossici che sono state aperte le porte del potere sovranazionale e ora, dalla loro posizione, essi inoculano indisturbati un veleno ideologico distruttivo nella coscienza della maggioranza (per lo meno in Occidente). Un’operazione che riesce anche grazie all’apporto esecutivo di utili idioti e volenterosi carnefici, nella stampa e nella politica locale, grazie all’impoverimento civile e culturale generale indotto dalla Rete e dal connesso capitalismo della sorveglianza, ma soprattutto grazie alla leva economica. I comandamenti che abbiamo elencato (e i tanti altri che non abbiamo citato per brevità) sono oggi agenda politica perché così viene imposto dagli organismi internazionali come condizione perché gli stati possano ricevere fiumi di denaro dati in prestito a condizioni capestro. Fondi che la politica locale non intende minimamente destinare al benessere collettivo, ma progetta di redistribuire alle stesse lobby, in cambio della garanzia di un futuro mantenimento del potere. Tutto riconduce lì. Per farla breve: nel 1992 la condizione per entrare nell’Unione Europea fu il prelievo forzoso del 6 per mille dai conti correnti di tutti gli italiani e l’imposizione dell’idea “siamo tutti europei”. Bei tempi. Oggi, per essere parte della comunità internazionale (così si dice), in realtà per concedere alla politica e alle lobby le disponibilità del Recovery fund che indebiterà noi e i nostri figli e nipoti, dobbiamo tutti essere femministi, immigrazionisti, vaccinisti, pro-LGBT, ambientalisti alla Greta Thunberg, seguaci dei Black Lives Matter, e così via. Dobbiamo esserlo per  volontà indotta, e se si manifesta qualche resistenza allora lo si deve essere per legge, cioè per forza.

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Un invito alla distruzione.

In quanto dogmi, non si tratta più di questioni su cui si possano avere opinioni diverse e argomentate: sono diktat, per l’appunto sono comandamenti, con il tanto di religioso che il termine porta con sé. La conseguenza è che chi non si allinea non è semplicemente uno che ha una visione diversa, ma è un soggetto sbagliato, è il nemico, il mostro, l’eretico, il misogino, il razzista, l’omofobo, il no-vax, il bianco etero privilegiato e così via, con quella spruzzata di divide et impera che fa sempre comodo ai padroni del vapore. Chi esce dai binari dei comandamenti non va ascoltato, ma perseguito, zittito, sminuito, umiliato, escluso, criminalizzato, con tanto di applausi per i volenterosi carnefici che competono nella gara all’esclusione e discriminazione dei reprobi. Basta prendere una tematica a caso e vedere quale sia il trattamento mediatico, politico e legislativo di chi ha una visuale diversa per rendersi conto che l’approccio è questo. Ne ha parlato martedì il nostro Giorgio Russo: un Governo intero in conferenza stampa dichiara a chiare lettere che esiste un solo tipo di violenza e chi ne è autore (solo ed esclusivamente gli uomini) andrà incontro a pene più severe. Un concetto che avrebbe sollevato indignazione soltanto dieci anni fa tra opinionisti, giuristi e gente comune, e che invece oggi passa liscio, come ogni altra mostruosità similare su tutti gli altri temi del pensiero unico. Insomma ci sono poteri sovranazionali oggi in mano a minoranze feroci, mosse da ideologie tossiche, che tramite la politica e le agenzie normative locali manipolano la maggioranza fino a renderla compatta come una coperta di piombo con cui schiacciano la restante minoranza (nemmeno poi tanto minoranza) critica, lucida e razionale. Che ovviamente non è felice di venire schiacciata e nei pochi spazi di libertà rimasti rimugina e macina la propria frustrazione e la propria rabbia, e poi scalcia, si sbraccia, ogni tanto grida per farsi sentire oltre il baccano del coro monocorde che recita ossessivamente i comandamenti dati.

Ma che c’entra tutto questo ampio discorso con la diminuzione degli articoli de “La Fionda”? C’entra perché, nel nostro piccolo, rappresentiamo da anni una frazione di quella minoranza ragionante e scalciante, le abbiamo dato voce ed espressione, quasi sempre facendo fosche previsioni che poi si sono avverate, sempre mettendo in guardia ed esortando a un maggiore attivismo sociale e culturale sui temi della protezione delle genuine relazioni tra uomini e donne. Ed è qui che si è innescato quello che, per la maggioranza degli autori di queste pagine (non di tutti per la verità), rappresenta il problema principale: con la nostra attività abbiamo canalizzato malcontento e indignazione, di fatto neutralizzandolo. Il cittadino, uomo o donna che sia, indignato per, o anche solo desideroso di capire di più di, una vergogna come le ultime iniziative di legge annunciate in Consiglio dei Ministri, come la riforma del processo civile voluto dalla Senatrice Valente, come i report della “Commissione femminicidio”, come le statistiche farlocche dell’ISTAT sulla violenza di genere e così via, viene sulle nostre pagine, vi trova la sua voce, trova uno sforzo per svelare un qualche aspetto reale e veritiero delle cose, e in questo modo la sua pulsione oppositiva, la sua rabbia, la sua curiosità finiscono lì, si esauriscono. Al massimo hanno come esito qualche timida condivisione di qualche articolo su qualche social (tassativamente con un profilo-civetta, per evitare la riprovazione degli “amici” e delle “amiche”). Il che è come dire a chi sta smantellando calcolatamente il vivere comunitario e crocifiggendo il genere maschile: via libera, accomodatevi pure.

uomini

Quello che c’era da dire, l’abbiamo detto.

C’è in molti di noi de “La Fionda”, insomma, un senso di colpevolezza per aver incanalato l’approccio critico e talvolta la rabbia per ciò che accade. Nel farlo, abbiamo involontariamente disinnescato le pulsioni che forse avrebbero potuto portare a un’opposizione concreta più tangibile al degrado in atto. Abbiamo pensato che suonare allarmi, prevedere la violenza sessista che sarebbe stata attuata, stimolare a un maggiore attivismo e a una vera parità, sarebbe servito. Invece la gran parte di noi pensa, a distanza di tempo, che sia stata una pessima idea e concausa, nel suo piccolo, della passività con cui oggi non si reagisce alla violenza, per lo meno sui temi che ci interessano. Ecco allora il motivo della decisione di molti di noi di sospendere “la penna” per un po’. Ai tanti che ci scrivono ora, spaventati, angosciati, indignati, non possiamo che dire: l’avevamo ampiamente preannunciato e detto, e avevamo sollecitato a un’azione comune e incisiva per evitare che il nemico dilagasse come fa ora. Quell’azione comune non c’è stata. Continuare dunque a inviarci ossessivamente notizie di iniziative di vero e proprio odio contro il genere maschile e contro la normalità dei rapporti tra i sessi, accompagnati da commenti tipo: «è pazzesco, è inaccettabile, dovete scriverci sopra un articolo!», è ora perfettamente inutile. Quell’odio è stato sdoganato ormai, come da nostre previsioni. Di più, dal nostro lato, non potevamo fare. Abbiamo urlato al vostro posto ed era ovvio che non bastasse. Ora tacciamo un po’. Anche perché non c’è nulla di ciò che avviene che ci stupisca più o che non fosse previsto: continuare a parlarne è soltanto una ripetizione di cose già dette. Ora è il momento di contemplare il nemico raccogliere i frutti che ha seminato e riempirsene la bocca vorace, aspettandone l’effetto, che sarà quello di uno enorme sciame di cavallette sulla società attuale e futura. Stupisce che nemmeno vedere quel nemico con la sporta piena di ingiustizie, falsità e sofferenza altrui, muova qualcuno all’azione, oggi come ieri. Dunque noi ora tacciamo un po’. Ora tocca a voi decidere se affermare ciò che va affermato, a voce alta e ferma, ovunque possibile, specie dove non sarebbe consentito, o se restare a contemplare il nemico che violenta e saccheggia il presente e il futuro.

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