Omicidio di Manuel Careddu: i chiari effetti di una leadership femminile

di Elisabetta Sionis, criminologa. L'undici Settembre 2018, il diciottenne Manuel Careddu di Macomer (NU), secondo gli stralci di intercettazioni rese pubbliche e dalle sentenze emesse «trascinato con l'inganno in un luogo isolato e di notte per neutralizzare qualsiasi possibilità di scampo», è stato trucidato da un branco di balordi senza scrupoli sotto impulso del diktat mortale di una diciassettene, nonché fidanzata dell'autore materiale del barbaro omicidio. Lunedì la Corte d'Assise d'Appello ha confermato le condanne per i tre maggiorenni: ergastolo per Christian Fodde, 30 anni per Riccardo Carta e 16 anni e otto mesi per Matteo Sanna. Nicola Caboni ha patteggiato una condanna a quattro anni di reclusione per vilipendio e soppressione del cadavere. La ragazzina, mente organizzatrice del freddo piano mortale e l'altro complice minorenne, sono stati condannati alla pena di anni sedici di reclusione. Il processo ha dimostrato come la ragazzina abbia pianificato il delitto secondo una lucida strategia criminale, si sia recata presso la madre di Manuel per depistare le indagini ed abbia contribuito ad armare il braccio del fidanzato Christian Fodde. Dalle intercettazioni è emerso che fosse pronta ad uccidere di nuovo.

 Nelle 167 pagine di motivazione della sentenza, il Giudice del Tribunale per i minorenni di Cagliari ha descritto  l'omicidio preorganizzato dai cinque ragazzi,  «espressione di un impulso sproporzionato rispetto al bieco movente». Un movente accompagnato da subdole modalità, approfittando del giovanissimo Manuel (...). Un omicidio consumato con violenza inaudita e per la cui impunità gli imputati si sono determinati alla soppressione del cadavere, vilipeso e trattato come pattume, con lesione del diritto dei congiunti di disporre del corpo di Manuel per dargli la degna sepoltura. «Gli imputati hanno manifestato un'allarmante tendenza a porre in essere comportamenti scellerati pur di conseguire obiettivi abietti. Entrambi hanno perso i valori fondamentali, il senso di rispetto per la vita e la pietà per la morte. Sguarniti di empatia, sin da principio hanno avuto assoluto distacco emotivo: vanno ad ammazzare mentre mangiano pizzette, bevono coca-cola, fumano una sigaretta, chiacchierano, come se uccidere un coetaneo fosse un diversivo ordinario in una serata qualunque e, progressivamente, sono apparsi sempre più immuni alla sofferenza e al dolore altrui». I due minorenni, insieme a Christian Fodde, sono coloro che hanno, subito dopo la visita di Manuel a casa della ragazza, nel primo pomeriggio dell'11 settembre, ideato l'omicidio del giovane, ne hanno predisposto l'organizzazione, raccogliendo mezzi e persone e così hanno contribuito all'atroce assassinio di Manuel, delitto consumato materialmente da Christian Fodde.

Manuel Careddu e i suoi assassini
Manuel Careddu e i suoi assassini.

Un viso angelico e una mente diabolica.

Ma chi era G. C. la diabolica assassina prima di dare impulso e compartecipare ad uno dei più cruenti omicidi degli ultimi anni? Era una bambina che amava danzare ed aveva ricevuto numerosi premi per diverse gare di ballo. Le foto che la ritraggono impegnata durante i saggi di danza e in compagnia dei suoi amici solo qualche anno prima dell'efferato delitto, rimandano a una persona completamente diversa da quella descritta in atti di indagine e sentenza di condanna. Invero, quel profilo personologico e criminologico è compatibile con la narrazione di sé pubblicata con maniacale costanza nelle piattaforme social mesi prima e subito dopo la mattanza. La sua immagine di preadolescente, dal viso angelico, con movenze aggraziate e il mieloso sguardo da cerbiatta si scontra e impatta con  quella descritta dalle foto scattate in prossimità dell'omicidio. Sul social non di rado è proposta come una giovane scaltra, etichettata dai suoi contatti come una con lo sguardo di chi sembra abbia assunto massicce dosi di sostanze stupefacenti. Molti degli ultimi contenuti discorsivi sono irriverenti, aggressivi  e sembra che da un certo periodo in poi le sane passioni che la avevano animata e gratificata sino alla preadolescenza siano sparite per cedere il posto al prepotente alter ego artefice del massacro. Di non minor rilievo, sul piano personologico, è il fatto che  del gruppo fosse quella maggiormente scolarizzata.

Paradossalmente, sebbene il ventiduenne Christian Fodde avesse già un curriculum deviante e delinquenziale di un certo rilievo, pare fosse succube e manovrato dai voleri e ai desiderata della giovane fidanzatina che sul social si era scelta un aforisma che sembra descrivere la sua personalità. La sera dei fatti, il gruppo, convince Manuel a salire a bordo della Punto condotta dal Fodde, col falso pretesto di saldare il debito contratto dalla ragazzina. Satta resta in paese e ha in custodia i telefoni della banda in modo che aggancino celle distanti dalla scena del crimine. Riccardo Carta li attende sulle sponde del bacino artificiale, luogo prescelto per la condanna a morte dell'amico. Nel bagagliaio della Fiat Punto sono contenuti una pala, un piccone, una motosega, un telone ed alcune funi. Manuel Careddu è scomparso da Abbasanta, la sera dell'undici Settembre 2018. Fabiola Balardi, madre di Manuel, presenta formale denuncia e riferisce di avere ricevuto una breve visita da parte di G, amica diciassettenne del figlio, nonché ultima persona ad averlo visto, «soltanto di sfuggita», la sera della scomparsa. Le indagini si indirizzano, da subito, nel perimetro della cerchia degli amici di Manuel e G. La madre del ragazzo, sente intimamente che il gruppo nasconda qualcosa e cerca di capirne di più contattando, senza esito, alcuni di loro.


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Il lago omodeo
Il lago Omodeo, teatro del delitto.

Ucciso a picconate, mentre lei osserva da lontano.

La svolta arriva dopo un mese con l'arresto di tre ventiduenni, di G. e di un minorenne di origine romena. Ad incastrare il branco, le registrazioni effettuate nell'auto del padre di Christian Fodde, fidanzato di G. Nella Punto in uso a Christian, vi era una microspia utile a captare le conversazioni di suo padre, nel corso di una indagine sull'omicidio di Mario Atzeni, condotta dalla Procura di Oristano. La brutalità ed efferatezza del branco è restata impressa nei supporti magnetici della polizia giudiziaria. Gli inquirenti hanno, pertanto, registrato parte dell'antefatto, i concitati momenti dell'omicidio e le reazioni degli assassini durante e dopo il massacro. Nessun dubbio sulla premeditazione, circa il movente e sui ruoli ben definiti di ciascuno di loro. A decretare la condanna a morte del ragazzo, la sua insistente richiesta del saldo di un esiguo debito di droga venduta tempo prima a G. Le indagini, hanno stabilito che, giorni addietro, Manuel si fosse recato presso l'abitazione di quest'ultima e avesse riferito alla madre  di dover riscuotere la cifra di circa quattrocento euro per la sostanza ceduta alla amica: uno “sgarbo” che gli è costato la vita.

La giovane è stata dunque riconosciuta colpevole di essere la mente del brutale omicidio e di aver organizzato la trappola mortale. La microspia intercetta anche la voce di Manuel che pare giustificarsi col dire che in realtà è la ragazzina ad aver infamato lui e non viceversa. Il branco, tuttavia non recede dal barbaro progetto criminale e giunto sulle sponde del lago Omodeo, piuttosto che saldare il debito per la droga, mette fine alla sua giovane esistenza. Christian sfodera un piccone che aveva occultato sotto la felpa e lo sferra sul volto di Manuel. Lo colpisce compulsivamente con una pala fino a sfondargli il cranio. Lo spogliano e lo legano. La ragazzina assiste allo scempio dall'interno dell'abitacolo e si adopera per aprire il portabagagli e accendere i fari, quando Fodde si deve pulire dal sangue. Dopo circa due ore di mattanza, il cadavere martoriato, avvolto in un telo e legato con delle funi, viene spostato e sepolto sotto un muretto a secco di un terreno alla periferia di Ghilarza. All'azione di occultamento del cadavere partecipa un sesto giovane, Nicola Caboni che aiuta gli assassini a nascondere il corpo ad una profondità di circa 30 centimetri dal suolo in un terreno roccioso in cui aveva lavorato Cristian Fodde e vicino al quale vi sono altri appezzamenti in uso alla sua famiglia.

tribunale

Lei si tiene lontana dal sangue e dal dolore, non si sporca le mani.

I quattro si puliscono, fanno sparire il cellulare di Manuel e riprendono la loro vita come se niente fosse accaduto. Pubblicano numerosi post sui social Facebook ed Instagram che rimandano serenità ed ilarità. Durante l'audizione delle registrazioni, gli inquirenti si trovano davanti ad agghiaccianti esternazioni da parte del brutale branco: la microspia registra la ragazzina che, dopo l'omicidio canta “Amore e capoeira”. Tra canti e risate, durante il viaggio in direzione Ghilarza, Fodde si vanta con la fidanzata: «dovevi vedere come l'ho ridotto, dovevi vedere per credere. Io me la rido perché non me ne frega un c... eh vabbè. Non me ne devi dare soldi perché... è difficile che lo dici», e poi intima ai complici di mantenere il totale silenzio sulla faccenda: «Oh, non si parla di un caz...e di niente... niente... solo io». La mattina seguente, Fodde e la fidanzatina ipotizzano un secondo omicidio. Sono in auto assieme ad un altro amico, anche lui al corrente dell'omicidio. Dopo che questi si allontana, la  minorenne domanda al fidanzato: «lo uccidiamo?». Fodde le risponde: «mi devo sporcare per un essere... arrivederci...». La cimice, nascosta dai Carabinieri, capta che nel mirino del branco è finita anche la madre di Manuel. Christian Fodde si dichiara pronto ad ucciderla nel caso in cui lo dovesse denunciare: «Se mi denuncia le sparo».

Non passa inosservato che, nella trattazione dell'intera vicenda, i media abbiano pressoché ignorato il ruolo-chiave della mente femminile del progetto criminale. La recente sentenza d'Appello ha ricevuto un'ampia copertura dove, correttamente, si dava conto delle severe condanne per i tre ragazzi, ma da nessuna parte si faceva menzione, come sarebbe stato doveroso, della pena già inflitta alla diciassettenne, in una forma di insistita omissività degli impulsi criminogeni femminili dalle cronache quotidiane. Eppure non è irrilevante il quadro psico-criminologico di tutta la vicenda, dove sì vi sono autori di sesso maschile, ma palesemente plagiati da una forma di subordinazione verso una leader di sesso femminile che non solo impartisce ordini, ma congegna anche il meccanismo delittuoso dentro cui incastra la vittima e a cui dà quella legittimazione che garantisce l'obbedienza cieca di ben cinque esecutori, per altro tutti pregiudicati e più grandi di età. Si tratta della punizione di uno sgarbo fatto a lei, che si fa giudice ed emette una sentenza disumana prontamente eseguita da zelanti cavalieri dell'ignoranza e del disagio. Lei si tiene lontana dal sangue e dal dolore, non si sporca le mani, ma ascolta compiaciuta i racconti successivi dei boia che lei ha innescato all'azione. Tutto ciò dice molto, e smentisce ancora di più, della narrazione dominante che tende a colpevolizzare sempre e comunque il genere maschile, asserito portatore di una tossicità innata, angelicando il genere femminile in un'aura di innocentismo vittimista che lo rende sempre incolpevole. La realtà dei fatti è chiaramente un'altra. Non stupisce, ma anzi indigna, che non venga debitamente messa in luce.

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